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Le mire turche sul Mediterraneo: ecco qual è la (vera) strategia di Erdogan

© Sputnik . Valery MelnikovIl presidente turco Recep Tayyip Erdogan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan - Sputnik Italia, 1920, 26.07.2021
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Dalla Libia al Caucaso, fino in Afghanistan, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan sogna di affermarsi come grande potenza. Lorenzo Vita, giornalista e autore de "L'onda turca. Il risveglio di Ankara nel Mediterraneo allargato", spiega a Sputnik Italia qual è la strategia del "sultano" e quali sono le implicazioni per l'Italia.
I sogni di grandezza del presidente Recep Tayyip Erdogan viaggiano sulla prua delle fregate della marina militare turca che si muovono nel Mediterraneo. Dalla Libia all’Afghanistan, dal Medio Oriente al Caucaso, Ankara punta a consolidare ed espandere il suo ruolo di potenza. Ma quali sono le implicazioni per la stabilità regionale e globale? A rispondere a questa domanda è Lorenzo Vita, giornalista e autore de "L'onda turca. Il risveglio di Ankara nel Mediterraneo allargato", edito da Historica - Giubilei Regnani, raggiunto da Sputnik Italia.
— Da Cipro alla Libia, passando per lo scontro con l’Egitto sui giacimenti nel Mediterraneo orientale, la Turchia di Erdogan è sempre più presente nel Mare Nostrum, perché?
— La Turchia non può fare a meno del Mediterraneo perché è un Paese che è bagnato da questo mare e la sua storia è costruita anche su questo grande specchio d'acqua. In più, in assenza di grandi risorse sulla terraferma e con un Medio Oriente diviso tra potenze e in continua ebollizione, la Turchia può sprigionare la propria forza e rafforzare i suoi interessi solo verso il Mare Nostrum. Una scelta dettata anche dal fatto che il mare, oggi, è il vero grande palcoscenico su cui si giocano strategie ed economie mondiali.
Che Paese è la Turchia oggi?

— È un Paese complesso, fragile ma allo stesso tempo con una grande considerazione di sé e delle proprie forze. A volte anche eccessiva. Erdogan ha monopolizzato naturalmente l'immagine della Turchia e della sua politica, ma sarebbe un errore considerare tutto legato al "Sultano".

È un sistema molto più difficile da decifrare, uno Stato molto eterogeneo e con un popolo ben diverso dagli stereotipi a cui siamo abituati.
— L’Europa continua a puntare su Ankara per gestire i flussi migratori, ma allo stesso tempo rimangono le tensioni con Atene e Cipro, come dovremmo comportarci con Erdogan?
— Da osservatore, posso dire che l'errore che non deve fare l'Ue è quello di trattare Ankara dall'alto in basso per poi chiedere aiuto. Un errore che non fa altro che manifestare le debolezze europee e dare l'immagine di un Erdogan che riesce a strappare accordi sempre vantaggiosi o praticamente inarrestabile.
Non è così, ma basterebbe avere un dialogo franco. Fermo restando che non si può delegare la risoluzione dei problemi Ue alla Turchia all'infinito. Altrimenti Ankara, a prescindere da Erdogan, sarà sempre in una posizione di vantaggio.
— Anche con l’Italia non sono mancati gli attriti, dopo che il premier Draghi diede del “dittatore” al presidente turco. A che punto sono le relazioni tra Italia e Turchia?

— Difficile definire oggi le relazioni tra Italia e Turchia. Sicuramente sono rapporti storici che si basano su accordi economici e di tipo strategico. Oggi li potremmo definire necessari: Ankara non può fare a meno di Roma e, viceversa, Roma non può evitare di dialogare con Ankara soprattutto per quelle aree in cui l'Italia era prima l'unico Paese esterno a contare qualcosa.

Penso in particolare alla Libia, alla Somalia e ai Balcani. Sulla scelta delle parole di Draghi, per alcuni è stata coraggiosa, per altri è stata eccessiva. In ogni caso ha dimostrato l'esistenza di un problema. Il fatto che quelle parole siano arrivate non tanto dopo il "sofa-gate" con von der Leyen (esagerato dal punto di vista mediatico), ma soprattutto dopo il viaggio di Draghi in Libia, vuol dire che il premier ha compreso che esiste un problema. E magari ha lanciato un segnale anche a Washington...
— Ankara manterrà anche le sue truppe a Kabul, quali saranno le implicazioni di questa mossa rispetto al disimpegno occidentale?
— Conferma la capacità turca di penetrare in tutte le aree dove gli Stati Uniti e l'Occidente non vogliono più impegnarsi. E certifica anche la furbizia di Erdogan nell'inserirsi in contesti in cui l'appartenenza etnica o religiosa giocano un ruolo di primo piano per aiutare l'invio delle truppe.
È chiaro però che se la Turchia diventa una sorta di "braccio armato" della Nato, questo comporta un naturale rafforzamento di Ankara all'interno dell'Alleanza atlantica.
— La Turchia è ancora un alleato per gli Usa di Joe Biden?
— Potrebbe esserlo, e indubbiamente le mosse di Erdogan di questi ultimi tempi confermano la volontà di mostrarsi vicino a Washington. Per molte settimane, specialmente dopo il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Biden, in tanti pensavano che la Casa Bianca avesse scaricato definitivamente il Sultano.
Eppure le ultime decisioni del leader turco (dall'asse con l'Ucraina alla vendita di droni in Europa dell'Est fino appunto all'Afghanistan e alla volontà di una apparente de-escalation con la Grecia) sembrano indicare che la Turchia di Erdogan non voglia andare troppo contro gli Stati Uniti.
Anche lo stop alla dottrina di “Mavi Vatan” può essere un messaggio eloquente di apertura a Washington.
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— Quali sono, invece, i rapporti con la Russia di Putin?
— Con la Russia i rapporti sono molto complessi. Erdogan e Putin hanno concluso diversi accordi sul gas e condiviso diversi fronti di guerra, a cominciare dalla Siria fino alla Libia e al Caucaso. Hanno siglato accordi di fondamentale importanza per il sistema S-400 e per l'energia nucleare. In generale Turchia e Russia sono due antichi imperi con grande forza di volontà, che si conoscono anche come rivali, e con problemi mai risolti con l'Occidente.
La differenza è che la Turchia è nella Nato e non se ne vuole andare: perché l'ombrello atlantico è anche una protezione proprio, eventualmente, da Mosca. Mentre la Russia è il grande avversario dell'Alleanza atlantica. Questo fa sì che Erdogan in qualche modo debba continuamente bilanciare gli accordi con il Cremlino con mosse che non piacciono agli strateghi russi.
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