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La prima tassa globale sui profitti delle multinazionali

CC0 / Pixabay / Tasse
Tasse - Sputnik Italia, 1920, 24.07.2021
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L’accordo per una tassa globale sulle multinazionali raggiunto al G20 di Venezia è un evento potenzialmente di grandissima portata. Anche perché, spesso si vuole ignorare, ma vi fanno parte anche la Cina e la Russia. Potrebbe segnare l’inizio di una proficua collaborazione su molti altri temi scottanti di finanza internazionale.
L’accordo prevede una tassa minima del 15%, da calcolare sulle vendite realizzate nei Paesi di mercato, nei confronti delle multinazionali che presentano un fatturato superiore ai 20 miliardi di dollari ed un tasso di profitto pari al 10 per cento del capitale investito.
Si vorrebbe garantire che le grandi imprese, comprese le società high tech e quelle del web, siano tassate dove operano e guadagnano. Ciò dovrebbe tradursi in 100 miliardi di dollari di profitti in più da tassare ogni anno. Con un'aliquota minima globale del 15% s’intenderebbe bloccare la concorrenza verso il basso sull'imposta sul reddito delle società. Si potrebbero così raccogliere circa 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive ogni anno.
Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle multinazionali è dichiarato in "paradisi fiscali", cioè in Paesi che applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, molto, molto meno. Si tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla tassazione di nazioni che non hanno regimi fiscali accondiscendenti, come Francia, Italia, Germania o Stati Uniti.
Ogni anno in Europa si perdono circa 170 miliardi di euro di tasse: la sola elusione delle società multinazionali varrebbe 60 miliardi di euro, a cui si devono sommare 64 miliardi per frodi transfrontaliere relative all’Iva e 46 miliardi per l’evasione fiscale da parte di individui.
Monete e banconote di euro - Sputnik Italia, 1920, 20.07.2021
Per un fisco europeo
La tassa sul reddito delle società è l’aspetto economico più disomogeneo a livello mondiale. Ogni Paese sovrano fa quello che vuole. A guadagnarci sono solo le multinazionali e i grandi evasori e elusori fiscali di ogni sorta che, “navigando” tra i vari regolamenti nazionali con l’aiuto di esperti legali e fiscali, pagano il minimo di tasse a discapito dei bilanci degli Stati e dei legittimi interessi dei cittadini.
Alcuni noti paradisi off shore, come quelli delle Isole Cayman, di Bermuda, delle British Virgin Islands, dell’Isola di Man e di Jersey al largo delle coste britanniche, applicano zero corporate tax. Lo stesso dicasi per alcuni paesi del Golfo, come il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti. In Europa la Svizzera ha il tasso più basso dell’8,5%. Poi nell’Unione europea l’Ungheria applica una tassa del 9%, l’Irlanda del 12,5%, la Germania del 15%. In Italia, invece, la tassa in questione è del 24% e in Francia del 27%.
Per essere chiari, la bassa tassazione di alcuni Paesi europei non è un atto economico virtuoso, come alcuni predicano, bensì un “furto”, a danno della maggioranza dei Paesi dell’Ue.
Adesso bisogna aspettare il G20 di ottobre per sapere se la global comporate tax potrà realmente procedere verso la sua piena applicazione. Certo, gli ostacoli e i dubbi restano tanti.
Venezia - Sputnik Italia, 1920, 09.07.2021
Al via il G20 economico a Venezia: verso l'ok alla tassa minima globale per le multinazionali
Nell’accordo sono state poste delle condizioni che renderanno il processo non facile. In primo luogo gli Usa hanno voluto includere la clausola per porre fine alle web tax unilaterali sui servizi digitali, da Facebook a Google. Dette imprese entrerebbero a far parte della lista di grandi società soggette alla tassa del 15%. Era una condizione convenientemente posta dagli Usa, poiché gran parte delle imprese in questione è americana. L’Unione europea ha dovuto accettare.
Poi sono state richieste altre “eccezioni”. Ad esempio, le società finanziarie e i colossi minerari dovrebbero essere soggetti soltanto all'aliquota minima e non ad altre restrizioni previste nell’accordo - quadro. Ancora più rilevante e forse inquietante è stato l’intervento del Cancelliere dello Scacchiere britannico, il ministro delle Finanze, Rishi Sunak, che ha spinto per l'esclusione della City di Londra dalla revisione fiscale globale, temendo che potesse minare il settore dei servizi finanziari del Regno Unito. Si tenga presente che, contrariamente all’immaginario collettivo dominante, è ancora la City e non Wall Street a essere il centro finanziario numero uno al mondo.
Uno scorcio caraibico - Sputnik Italia, 1920, 22.05.2020
La crescita degli “investimenti fantasma” e dei paradisi fiscali
La spinta decisiva per la corporate tax, come sempre su questioni di fisco e finanza, è venuta dagli Stati Uniti, quando il presidente Biden, dopo aver presentato un programma di investimenti infrastrutturali pari a 1.700 miliardi di dollari, ha annunciato l’intenzione di tassare del 15% i profitti di tutte le maggiori corporation. "Con una tassa minima globale, le multinazionali non saranno più in grado di mettere i paesi l'uno contro l'altro nel tentativo di abbassare le aliquote fiscali e proteggere i loro profitti a scapito delle entrate pubbliche", aveva affermato.
L’appoggio europeo era stato espresso dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni, che aveva dichiarato che “l’Ue è stata costantemente e fermamente a favore di un accordo globale sulla riforma della tassazione internazionale”.
Adesso si attendono dei passi decisivi per superare, si spera, le inevitabili differenze di valutazione e d’interesse, anche per evitare il sorgere di nuovi paradisi fiscali.
Sarebbe la prima volta, dopo il crac globale del 2008, che i Paesi del pianeta si accordano su un’importante azione congiunta. L’esperienza potrebbe, in seguito, essere replicata a livello internazionale per regolamentare anche altri settori economici e finanziari, a cominciare con le transazioni finanziarie, le attività speculative e quelle relative ai derivati, che continuano a muoversi fuori dalle regole e dai controlli. Era quanto ci si sarebbe aspettato dopo la Grande Crisi, ma purtroppo, l’occasione di ricreare una nuova architettura finanziaria internazionale, di rifondare l’accordo di Bretton Woods, congiuntamente e con intenzioni e approcci nuovi, è stata sprecata.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
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