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Gelosi, invidiosi e ficcanaso: che cosa pensano di noi i cinesi

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaCapodanno in Cina
Capodanno in Cina - Sputnik Italia, 1920, 24.07.2021
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Lo scorso marzo nella Guida Strategica ad interim per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Biden stava scritto: ”La Cina è il solo competitor capace potenzialmente di combinare i propri poteri economico, diplomatico, militare e tecnologico in modo tale da costituire una vera sfida a un sistema internazionale stabile e aperto”.
Nella sua prima conferenza stampa tenuta lo stesso mese, Biden disse: ”la Cina ha il principale obiettivo di diventare il Paese guida nel mondo, il più ricco nel mondo e il più potente del mondo” ma aggiunse: ”non è quello che accadrà da come la vedo io, perché gli Stati Uniti continueranno a crescere e a espandersi”.
Di là da linguaggi diplomatici più o meno espliciti o prudenti, ciò che tutti pensano in occidente (e anche in Giappone e Australia) è che la Cina voglia insidiare la posizione egemonica americana sul mondo per imporre la propria. Ogni mossa, dal progetto della Nuova Via della Seta all’occupazione sempre più estesa di spazi nei mari del sud est asiatico, dalla “trappola del debito” attuata nei confronti di paesi in via di sviluppo in Asia e Africa agli investimenti promessi (e qualche volta rimasti tali) in Europa orientale, dalla presenza, ufficialmente di carattere commerciale, in America Centrale alla decisione di lanciare una moneta digitale statale, tutto è letto come dimostrazione dell’aggressività cinese che vuole imporre a tutto il mondo il proprio sistema politico e la propria dittatura economica.
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La maggior parte degli analisti stima che alla fine del 2021 il PIL cinese sarà equivalente ad almeno il 71% di quello americano (per fare una comparazione, nel periodo del suo maggiore sviluppo economico, il PIL sovietico non superò mai il 50% di quello degli USA) e già da ora la Cina ha rimpiazzato gli Stati Uniti quale più grande destinazione per gli investimenti stranieri.
Le opinioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto dopo la comparsa dell’epidemia di Covid 19 partita dalla Cina, sono sempre più diffidenti nei confronti di Pechino e, per estensione, verso tutti gli abitanti di quel grande Paese. Secondo una ricerca del Pew Research Center dello scorso autunno, il 73% degli americani aveva una visione negativa della Cina e in Europa la percentuale è solo leggermente inferiore. La conseguenza? Sia negli Usa sia a Pechino, tra gli analisti e tra i politici cresce la preoccupazione che la contrapposizione tra i due Paesi possa aumentare fino a trasformarsi in un conflitto aperto.
Per chi vive da questa parte del mondo è facile percepire nell’aria tutto quanto sopra, ma raramente ci si domanda cosa ne pensino il Governo e il cittadino medio cinese. Tanto meno sembra necessario conoscere il loro punto di vista su come vedano l’evoluzione futura dei rapporti mondiali.

Cosa pensano a Pechino

Ebbene, innanzitutto occorre ricordare che, sin dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, tutti i media locali e la propaganda del Partito Comunista non si sono mai esentati dal ricordare come, per più di un secolo, l’Europa abbia umiliato e sfruttato il loro Paese.
E’ spiacevole ricordarlo, ma ben due locali “guerre dell’oppio” nacquero dalla volontà britannica di pareggiare una bilancia commerciale deficitaria attraverso la spinta al consumo degli oppiacei che gli inglesi producevano in India e che poi, da veri pusher, propagandavano in tutta la Cina contro le decisioni del Governo imperiale. Anche una politica coloniale poco dissimile da quella attuata in Africa fu praticata da tutte le potenze europee che imposero e ottennero dall’Imperatore il diritto di controllare i principali porti cinesi per favorire i propri commerci (anche l’Italia, che ottenne una sua colonia a Tientsin dal 1901 al 1943). I giapponesi non furono da meno e sono ancora vive tra i vecchi cinesi le porcherie compiute dai giapponesi durante la loro occupazione di quei territori. Dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese il ricordo di quel brutto secolo è sempre stato tenuto vivo ed enfatizzato dalle autorità comuniste per nutrire il sentimento nazionalista.
Per venire a tempi più moderni, ogni cinese ha visto in tv e letto nei media controllati dal regime dell’assalto del 6 Gennaio scorso contro la sede del Congresso americano, e l’evento è stato presentato come l’emblema dell’alto grado d’instabilità sociale e politica diffusa negli Stati Uniti. A quelle immagini si sono frequentemente aggiunte quelle riguardanti i disordini causati dai Black Lives Matter e i violenti interventi della polizia americana. Al cinese qualunque viene offerto costantemente un confronto (seppur spesso menzognero) con l’ordine e la sicurezza garantiti dal sistema cinese e diventa naturale, soprattutto alle giovani generazioni provare nei confronti degli americani un sentimento trionfalistico di sfida.
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Agli occhi dei cinesi la minaccia più significativa alla propria sovranità e sicurezza nazionale appare proprio quello che considerano l’interferenza americana nei propri affari interni. Il Partito Comunista Cinese ha ben presente come gli Stati Uniti e gli alleati europei fiancheggiarono (seppur senza intervenire direttamente) le ribellioni antisovietiche in Ungheria e Polonia negli anni cinquanta.
Anche più recentemente, il Partito ricorda le sanzioni americane e l’ospitalità data ai ribelli dopo i fatti di piazza Tienanmen del 1989 e di come Washington dette accoglienza nel 1990 ai militanti di Falun Gong, oggetto di una repressione di Pechino che li considerava seguaci di un “culto maligno”.
La stessa cosa la provano nei confronti del sostegno americano ai manifestanti e separatisti tibetani che nel 2008 si ribellarono a Pechino. Non hanno mai sorvolato sul fatto che il Dalai Lama fu ricevuto personalmente ben nove volte, tra il 1991 e il 2008, da Presidenti americani tanto che i media cinesi scrissero che “la cricca del Dalai Lama è diventata nei fatti uno strumento degli USA per interferire pesantemente negli affari interni cinesi e cercare di dividere la Cina”.
Anche il premio Nobel per la pace attribuito nel 2010 a Liu Xiaobo, un intellettuale fortemente critico del Partito Comunista, accompagnato dalla richiesta del Congresso che fosse rilasciato dalle prigioni cinesi fu presentato come una manovra americana di puro carattere politico. Pechino è pure molto convinta che dietro tutte le “rivoluzioni colorate” che hanno avuto luogo in ex stati sovietici avessero all’origine la “manina” americana.

Taiwan e XinJiang

Ai giorni nostri, la dimostrazione della volontà aggressiva degli occidentali è identificata soprattutto nei confronti di quello che Pechino dichiara essere un falso propagandistico e cioè il presunto “genocidio” nei confronti degli Uiguri nello Xinjiang. Un altro punto di accusa nei confronti della volontà americana di “attaccare” la Cina è l’atteggiamento giudicato ipocrita di Washington sulla questione di Taiwan e il concetto di “una sola Cina”. Nel Dicembre 2016, appena vinte le elezioni, Trump accettò di avere una conversazione telefonica con il leader taiwanese Tsai Ing-Wen che si congratulava con lui e lo scorso gennaio perfino Biden, per la prima volta dal 1978, accettò un inviato di Taiwan alla cerimonia della propria inaugurazione.
Tutte queste mosse degli Stati Uniti sono viste dal PCC e da gran parte della popolazione quali miranti a fomentare dissenso e destabilizzare la Cina per impedirle di diventare una grande potenza. Il cinese medio è conscio della grande crescita economica degli ultimi vent’anni e ne è orgoglioso. Chi parla male del loro Paese è solo chi ne teme uno sviluppo ulteriore e vorrebbe una Cina povera e succube di potenze straniere.
I media ufficiali non fanno alcuna distinzione tra i vari ministeri di Washington, il Congresso, i media americani e le ONG finanziate dal quel Paese. In tutti costoro e nelle dichiarazioni ostili di alcuni politici europei si vede un’uguale strategia che punta solamente a impedire il successo economico e politico cui la Cina ha diritto e che si merita.
I sentimenti anti-americani e anti-occidentali hanno sempre più presa e si diffondono con facilità. Ciò rinforza anche la sicurezza nella propria forza degli stessi leader cinesi che l’hanno dimostrato in maniera netta lo scorso marzo, durante l’incontro di alto vertice tra le due parti in Alaska. Davanti alle critiche americane relative allo scarso rispetto dei diritti umani, il diplomatico cinese di lungo corso e membro del Politburo Yang Jechi ha invitato gli interlocutori americani a non permettersi di rivolgersi alla sua delegazione in modo condiscendente e ha aggiunto che “gli Stati Uniti non hanno alcun titolo…… per parlare alla Cina da una posizione di forza”.
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