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Kabul, i sospetti sul ritiro Usa

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Soldati a Kabul - Sputnik Italia, 1920, 22.07.2021
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La fretta americana di abbandonare il paese e gli accordi con i Talebani intessuti da quello stesso Zalmay Khalilzad che a fine anni ’90 invocava un’intesa con il Mullah Omar per favorire il passaggio di un gasdotto della Unocal fanno pensare a un'intesa con la formazione fondamentalista.
Un'intesa rivolta a favorire gli interessi energetici statunitensi e destabilizzare le regioni circostanti l’Afghanistan.
Più i talebani* avanzano e più il sospetto cresce. Soprattutto a Mosca. Il primo a farlo a capire è un diplomatico di lungo corso come Sergey Lavrov. “Malauguratamente negli ultimi giorni stiamo assistendo a una repentino degrado della situazione…c’è il rischio concreto che l’instabilità tracimi nei paesi vicini” - sostiene il ministro degli esteri russo.
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Nelle sue parole c’è qualcosa di più della semplice preoccupazione per un ritiro americano che minaccia di restituire l’Afghanistan ai talebani entro pochi mesi. Lavrov, come altri osservatori, teme che dietro il caos afghano ci sia qualcosa di più premeditato dell’apparente noncuranza con cui Washington sta abbandonando gli alleati di Kabul e archiviando la guerra più lunga della propria storia. Una guerra costata la vita di oltre 2400 militari e di circa 2mila300 miliardi di dollari.
Dietro il repentino ripiegamento qualcuno intravvede il tentativo di trasformare i talebani in nuovi alleati e resuscitare una strategia anti-russa già sperimentata, con effetti devastanti, alla fine degli anni 90. A moltiplicare quei timori contribuiscono la presenza e le mosse di Zalmay Khalilzad, l’inviato per l’Afghanistan nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, considerato il vero fautore delle intese con i talebani. Il 70enne Khalilzad non è un negoziatore di primo pelo, nè un attore neutrale. Nato a Mazar - i - Sharif da una famiglia di notabili pashtun, l’etnia maggioritaria, da cui provengono gran parte dei quadri e dei militanti talebani, Khalilzad approda negli Usa alla fine degli anni 70 e inizia la sua carriera diplomatica al fianco di Zbigniew Brzezinski. Un esordio non irrilevante visto che il Segretario di Stato dell’era Carter è l’artefice dell’operazione Ciclone, il piano di assistenza militare ai mujaheddin in lotta con i sovietici. Un’operazione parte di una dottrina ben più ampia destinata - nell’ottica di Brzezinski - a favorire l’insurrezione delle popolazioni musulmane delle Repubbliche Sovietiche e disgregare l’Urss.
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Dottrina rinverdita nella seconda metà degli anni ’90 da un Khalilzad che - dopo esser stato funzionario del Dipartimento di Stato con Ronald Reagan e aver lavorato per la Rand Corporation, il think tank del Dipartimento della Difesa, - viene assoldato come consulente della compagnia petrolifera Unocal. In quella veste Khalilzad favorisce un’intesa con i talebani per la costruzione di un gasdotto capace di attraversare l’Afghanistan e portare il gas e il petrolio del Turkmenistan fino in Pakistan.

I Talebani - scrive Khalilzad sul Washington Post del 7 ottobre 1996 - non seguono un fondamentalismo in stile anti-Usa come quello messo in pratica dall’Iran. Dovremmo cercare di offrire loro riconoscimento e assistenza umanitaria promuovendo la ricostruzione attraverso politiche internazionali E’ venuto il tempo che gli Stati Uniti si riavvicinino ai talebani”.

Khalilzad non si limita a scriverlo. Nel dicembre 1997 è tra i protagonisti della cena in un hotel di Houston durante la quale lui e i vertici della Unocal discutono con alcuni esponenti talebani, tra cui l’allora ministro della cultura Amir Khan Muttaqi, l’intesa da svariati milioni di dollari per la costruzione della conduttura. Ma dietro gli affari di Khalilzad riaffiora la mai dimenticata dottrina di Brzezinski. Garantire al Turkmenistan una via alternativa per il trasporto del gas equivale a ridimensionare l’importanza delle condutture dell’ era sovietica grazie alle quali la Russia si garantisce la commercializzazione del gas. Quel progetto nell’ottica di Washington resta indispensabile per portare in Europa le risorse energetiche del Caspio ridimensionando, come già avvenuto con la conduttura della Tap, la rilevanza del gas russo.
I progetti di Khalilzad all’epoca hanno però vita breve. Nel 1998 l’attentato alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania firmato da Al Qaida trasforma i talebani nei nemici del’America. Il camaleontico diplomatico di origini afghane non esita allora a trasformarsi nel principale interlocutore delle milizie afghane pronte, dopo l’11 settembre, a ribaltare il regime del Mullah Omar con l’appoggio di Washington. E i giri di valzer riprendono nell’ottobre 2018 quando Khalilzad, che nel frattempo è stato prima ambasciatore a Kabul e poi a Bagdad, viene nominato da Donald Trump “inviato per l’Afghanistan”.
A quel punto l’ormai 70enne diplomatico non esita a rispolverare le vecchie convinzioni. A garantirgli mano libera ci pensa un presidente convinto che l’addio all’Afghanistan gli garantirà la rielezione. E così Khalilzad abbozza un piano non molto diverso da quello concepito alla fine degli anni 90. Un piano che punta a trasformare i talebani da nemici in possibili alleati rinnegando il governo di Kabul, da lui stesso portato al potere 20 anni prima, e rilanciando la costruzione del gasdotto in grado di collegare i pozzi di Galkynysh in Turkmenistan al Pakistan e all’India. Un accordo fondamentale per resuscitare le intese di fine anni 90 sganciando il Turkmenistan dalle condotte russe e garantendogli l’apertura dei mercati europei attraverso la costruzione di nuovi corridoi energetici collegati a quelli azeri e alla già esistente Tap.
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Insomma un ritorno al passato capace di garantire agli Usa maggior controllo sulle forniture energetiche del Caspio destinate all’Europa e al sub-continente indiano. Ma rispetto a 25 anni prima Khalilzad può contare anche sulla collaborazione del Qatar, l’ambiguo emirato che oltre ad ospitare le principali basi americane della regione offre asilo, assistenza e finanziamenti ai rappresentanti dei principali movimenti jihadisti, dalla Fratellanza Musulmana agli stessi talebani. Un’ambiguità evidenziata nelle mail del segretario di Stato Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks. “Il Qatar adotta un approccio largamente passivo nella cooperazione con gli Usa per la lotta al finanziamento del terrorismo. Il livello del Qatar nell’ambito di quella cooperazione - scriveva la Clinton - è considerato il peggiore della regione. Al Qaida e i Talebani e altri gruppi terroristi sfruttano Qatar come un finanziatore locale”.
Eppure durante le trattative con i rappresentanti dei talebani organizzati in Qatar l’amministrazione Trump non esita ad imboccare la linea tracciata da Khalilzad. Una linea adottata in toto anche dall’Amministrazione Biden che conferma Khalilzad nel suo incarico e ne sostiene appieno la linea in una lettera indirizzata dal segretario di stato Antony Blinken al presidente afghano Ashraf Ghani. Quella linea esclude da ogni trattativa il governo alleato di Kabul eletto in base alle regole dettate dagli Usa dopo la sconfitta dei talebani.
E ad aumentare le perplessità s’aggiunge la missione di Suhail Shaheen, esponente della delegazione talebana in Qatar,che il 6 febbraio scorso si presenta nella capitale del Turkmenistan e dichiara ai giornalisti di esser lì per “garantire pieno appoggio per la realizzazione e la sicurezza della Tapi” (Trans Afghanistan Pakistan India) la nuova versione del gasdotto progettato dall’ Unocal alla fine degli anni 90 . “Cerchiamo di contribuire alla prosperità del nostro popolo e allo sviluppo del paese garantendo la protezione di tutti i progetti” - dichiara in inglese il rappresentante talebano rafforzando il sospetto di una visita ispirata dagli stessi uomini di Khalilzad”.
Concetti simili a quelli sostenuti da Khalilzad 25 anni prima quando i talebani ospitavano e proteggevano un Osama Bin Laden intento a progettare gli attentati alle Torri Gemelle. Attentati orchestrati sotto la regia di quel Khalid Sheikh Muhammad che nel 1996, secondo Richard Clark, consigliere per l’antiterrorismo di Bill Clinton prima e di George W. Bush poi, si trovava in Qatar, ma di cui si persero le tracce non appena il governo statunitense chiese all’Emiro di permetterne l’ arresto.
“Se nel 1996 il Qatar ce l’avesse consegnato come richiesto il mondo sarebbe oggi molto diverso” - ha scritto Clark. Speriamo che lo stesso non si debba dire, in futuro, anche del controverso addio all’Afghanistan orchestrato dal Khalilzad e dagli Stati Uniti con la collaborazione del Qatar.
*Talebani: gruppo terroristico bandito in Russia
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
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