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Whirlpool, Re David: "Lo sciopero andrà avanti finché non avremo un risultato positivo"

© Fiom CgilFrancesca Re David
Francesca Re David  - Sputnik Italia, 1920, 21.07.2021
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La segretaria generale di Fiom ha dichiarato a Sputnik Italia che i lavoratori non si accontenteranno di una finta industrializzazione e sollecita il coinvolgimento del sindacato su politiche industriali e Recovery Fund. Su Confindustria: “Non è in grado di fare rispettare gli accordi”.
“Noi consideriamo la vicenda Whirlpool non conclusa finché non avremo un esito positivo”. Lo ha dichiarato a Sputnik Italia Francesca Re David, segretaria generale di Fiom-Cgil, alla vigilia dello sciopero dei dipendenti del gruppo.
Re David sarà in piazza domani assieme ai lavoratori che chiedono il ritiro della procedura di licenziamento collettivo per i 320 dipendenti dello stabilimento di Napoli. L’azienda, a due settimane dalla fine del blocco, ha annunciato al tavolo del Mise la volontà di avviare le procedure, rifiutando la proroga della cassa integrazione a costo zero. Non è l’unica. Mentre l’Italia si prepara a riceve i soldi del Pnrr, altre multinazionali come Giannetti, Gkn e per ultima Timken hanno deciso di chiudere. Ne abbiamo discusso in un’intervista con la segretaria generale di Fiom-Cgil.
— L’annuncio dell’avvio delle procedure collettive di licenziamento è arrivato a due settimane esatte dalla fine del blocco. Quella di Whirlpool stata una mossa inattesa o vi aspettavate questa decisione?
— Noi ci aspettavamo più rispetto per le istituzioni e per lo Stato italiano, visto che Whirlpool ha ricevuto molto da questo Paese. Il governo, dopo l’accordo fra tutti i partiti per sbloccare i licenziamenti, ha firmato un accordo con il sindacato e Confindustria per l’utilizzo degli ammortizzatori. Noi ci aspettavamo che venissero utilizzati tutti gli strumenti, quindi anche le tredici settimane di cassa integrazione a costo zero per l’azienda, visto che la soluzione non è ancora stata trovata e per Whirlpool è complicato andarsene senza nessun tipo di accordo. Non averli utilizzati è un ulteriore elemento di strappo, più che con i lavoratori con cui lo strappo è avvenuto da tempo, con il governo.
L’ad di Whirlpool Italia ha mostrato l’apertura della società a trovare nei 75 giorni del procedimento una soluzione alternativa, ma i sindacati hanno considerato l’annuncio una chiusura del dialogo. Ci sono ancora margini ristretti di negoziazione?
— Questo annuncio è una dichiarazione di guerra. Whirlpool non vuole riconoscere ai lavoratori neanche la possibilità di queste settimane di cassa, messe a disposizione a costo zero per le imprese fino a dicembre. E quindi è chiaro che non c’è nessuna possibilità di relazione tra sindacato e impresa. C’è bisogno che il governo, dopo due anni, decida di svolgere il proprio ruolo e di fare la sua parte. Per adesso Whirlpool ha portato al tavolo del governo delle industrializzazioni finte, di cui è piena la storia del Mezzogiorno e non solo, come Embraco. I lavoratori non si fanno prendere in giro dalle industrializzazione finte. Noi ci aspettiamo una soluzione vera.
Ieri la Camera ha approvato all’unanimità una mozione salva-Whirlpool per impegnare il governo Draghi ad un intervento. Come vede questo passo?
— E’ sicuramente un fatto positivo che la Camera nella sua interezza abbia detto al governo di impegnarsi per trovare una soluzione alla vertenza Whirlpool. Ora però bisogna che il governo lo faccia. C’è la multinazionale che produce ingenti utili, c’è il rischio di una deindustrializzazione del Mezzogiorno anche in fase di PNRR, ci sono investimenti su produzioni importanti per rilanciare il lavoro e l’industria. Il governo nell’immediato ha tutti gli strumenti per affrontare le crisi e anche per fare leggi adeguate perché simili fatti smettano di avvenire.
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— La fine del blocco ha innescato una serie di licenziamenti nelle multinazionali, a partire da Giannetti, Gnk, Whirlpool e per ultima Timken. Con il senno del poi si è rivelato insufficiente l’accordo di Cgil, Cisl e Uil con Confindustria?
— Il governo ha sbagliato a sbloccare i licenziamenti. Noi abbiamo detto in tutti i modi che questo avrebbe innescato una serie di licenziamenti non per crisi ma per processi di riorganizzazione delle imprese collegati a quello che sta avvenendo nel mondo, in particolare in alcuni settori come quello dell’automotive.
Il sindacato è stato chiamato dopo che tutti i partiti avevano trovato un’intesa che non era più in discussione. Ha quindi firmato un accordo con il governo e Confindustria davanti al fatto che i licenziamenti erano stati sbloccati, perché ci fosse l’impegno a dare tutti gli ammortizzatori sociali. Confindustria non è in grado di fare rispettare questo accordo.
Il ministro Orlando ha ipotizzato sanzioni per le multinazionali che delocalizzano, ma ritiene sia inutile imporre di nuovo il blocco dei licenziamenti. Secondo lei qual è più efficace tra le due misure?
— Era chiaro che il blocco dei licenziamenti non potesse durare in eterno. Paradossalmente è stato tolto solo nell’industria perché c’è molto straordinario. Ma si sa che nessuna di queste società licenzia per crisi ma per fare maggiori profitti, riorganizzazione e perché possono farlo liberamente. Noi chiedevamo che anche per l’industria fosse mantenuto il blocco, non in eterno ma fino all’autunno, come per gli altri settori, e nel frattempo di procedere con la riforma degli ammortizzatori sociali e la messa in campo di politiche industriali. Io penso che è difficile tornare indietro perché è un accordo che hanno fatto tutti i partiti di Governo, quindi adesso gli viene difficile dire che si sono sbagliati, anche sei i fatti lo dimostrano.
Per quanto riguarda le sanzioni, intanto dubito sia un provvedimento retroattivo, che dunque interessi le imprese che hanno aperto le procedure di licenzia. Credo inoltre che non sia sufficiente, perché c’è una riorganizzazione del settore dell’automotive che è il 27% della bilancia commerciale estera dell’industria di questo Paese. Se noi pensiamo che non ci interessa dove andranno le imprese, quali risorse e vincoli mettiamo, rispetto ai soldi per la ricerca e sviluppo, quali vincoli nell’occupazione, e ai cicli produttivi vuol dire che stiamo assistendo alla fuoriuscita dal Paese di una delle sue maggiori ricchezze che è l’industria dell’automotive.
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— Lunedì hanno scioperato i lavoratori di Gkn, domani è indetto lo sciopero di Whirlpool: siamo al debutto di una stagione di tensioni sociali?
— I metalmeccanici hanno voluto dare con precisione l’idea che le crisi non sono sole, tutti si sentono parte di quello che sta succedendo. Ci sono naturalmente scioperi territoriali, vertenze attorno alle crisi, ma abbiamo indetto unitariamente uno sciopero generalizzato in giorni diversi, ma di tutti i lavoratori e le lavoratrici metalmeccanici, da lunedì scorso fino al 30 luglio. C’è un’indizione nazionale e generale di sciopero.
Noi pensiamo che dobbiamo difendere la struttura industriale di questo Paese come abbiamo sempre fatto. Vogliamo essere coinvolti nella definizione delle politiche industriali, politiche di settore, degli ammortizzatori sociali che accompagnano il Green Deal, la riorganizzazione delle imprese e i soldi che vengono messi. Altrimenti si corre il rischio che vengano privatizzati i profitti e socializzato il debito sulle nuove generazioni. Quindi sì, noi abbiamo intenzione di farci ascoltare.
Siamo al paradosso di un’Italia che riparte dal Recovery Fund ma anche da licenziamenti collettivi di migliaia di persone per le multinazionali che chiudono e vanno via nonostante i rendimenti economici positivi. Quali sono le prospettive per il lavoro?
— Come si dice sempre dalle crisi non si esce mai come si è entrati. I soldi che arrivano sono una quantità di risorse che non c’è dal dopoguerra. Il problema è chi decide e come e qual è il bene comune che viene salvaguardato. Se il tema è il profitto delle imprese, quindi le privatizzazioni e la libertà di mercato, si prosegue una politica che in questi trent’anni ha portato ad un indebolimento dello stato sociale, precarizzazione del lavoro e dei diritti, ma non a difesa del sistema industriale di questo Paese.
C’è bisogno di rovesciare questo schema. E questo allo stato attuale non c’è. Il governo non so con chi discuta, forse con le grandi aziende, sicuramente non c’è una discussione pubblica e larga che coinvolga le lavoratrici e i lavoratori. Questo ci preoccupa molto. Se il governo non apre ad una discussione e considera i lavoratori indispensabili durante la pandemia ma licenziabili un secondo dopo, e se pensa che i sindacati vadano interpellati solo per gestire le crisi, allora ci sarà un autunno molto caldo.
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