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Zamir Kabulov: del caos nel nord dell’Afghanistan potrebbe approfittarsi l’ISIS

Zamir Kabulov - Sputnik Italia, 1920, 20.07.2021
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Sullo sfondo del ritiro delle truppe statunitensi e NATO dall’Afghanistan la situazione si sta facendo sempre più tesa, i talebani stanno prendendo controllo di nuovi punti di snodo mentre le truppe governative nel nord del Paese sono state costrette alla ritirata nei territori dei Paesi frontalieri centrasiatici.
Sputnik ha intervistato per voi Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo sugli affari inerenti all’Afghanistan e direttore del secondo dipartimento di affari asiatici in seno al Ministero russo degli Esteri. Kabulov ha espresso la propria opinione in merito al futuro del governo ufficiale afghano e alla possibilità o meno di credere alle promesse dei talebani.
— Secondo le previsioni della Russia, quant’è probabile che l’attuale incursione dei talebani in Afghanistan possa portare a un colpo di stato a Kabul?
— La Russia ha già parlato tempo fa di questa eventualità. L’abbiamo prevista già da tempo e pertanto 7 anni fa abbiamo cominciato a instaurare contatti con il movimento talebano. Lo sviluppo degli eventi ha una sua chiara logicità.
Veniamo ora al tema dell’incursione a Kabul. La situazione venutasi a creare è il prodotto della presenza statunitense in Afghanistan: per anni ci hanno detto che avrebbero preparato un potente esercito afghano di 300.000 soldati. Ma ora vediamo che nulla di questo è stato fatto. Tuttavia, ciò non significa che dobbiamo preoccuparci. Ciò che sta accadendo oggi in linea di massima avrebbe potuto essere evitato se l’anno scorso il governo di Kabul avesse accolto non soltanto le proposte della parte russa, ma anche quelle congiunte di Russia, Cina, USA e Pakistan in merito alla necessità di avviare il processo di negoziati interafghani con l’intento di creare un nuovo governo transitorio di coalizione.
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Kabul ha preferito aspettare la vittoria di Biden alle elezioni statunitensi nella speranza che il neoeletto avrebbe modificato la decisione del precedente governo mantenendo la presenza americana nel Paese e garantendo di fatto la legittimità del governo di Kabul. Così non è andata. Dunque, è stata persa un’occasione. E questo è servito ai talebani come pretesto per affermare che “l’altra parte non è pronta alle trattative”. I talebani, dunque, hanno rafforzato i loro attacchi. Così sono stati i talebani e non Kabul a migliorare la loro posizione negoziale, a prendere sotto controllo una porzione sempre maggiore del Paese e a poter dialogare con i loro avversari da una posizione privilegiata.
Inoltre, non si dimentichi che la maggior parte degli snodi del Paese sono passati sotto il controllo talebano senza nemmeno che si tenessero dei combattimenti. Le truppe governative abbandonavano semplicemente le proprie guarnigioni e fuggivano. Pertanto, i talebani hanno avuto vita facile nell’impossessarsi dei principali snodi del Paese: ad oggi oltre un terzo (probabilmente anche metà) di questi sono sotto il controllo dei talebani e non dopo un combattimento, ma perché le truppe governative hanno abbandonato questi territori. I talebani sono in grado di effettuare delle incursioni aeree, di penetrare all’interno delle città, ma non hanno la forza di mantenere quanto occupato.
La stagione dei combattimenti durerà altri due mesi circa e questo significa che i talebani potrebbero occupare alcune altre provincie. Questo è possibile se valutiamo il contesto da un punto di vista meramente militare. Ma ciò non significa che diventeranno i padroni incontrastati dell’Afghanistan. Significa soltanto che a fare le spese dell’egoismo del governo di Kabul è tutto il popolo afghano. Infatti, è il popolo a soffrire e non coloro che siedono nei palazzi del governo.
Adesso che non è ancora troppo tardi è necessario prendere coscienza della situazione e avviare dei negoziati che dovranno obbligatoriamente portare alla creazione di un governo transitorio di coalizione con la partecipazione del movimento talebano. Quale sarà la quota di governo concessa ai talebani è una questione di pertinenza del popolo afghano. Le due parti dovranno decidere da sole e giungere a un compromesso su vari temi. Il nuovo governo temporaneo, come concordano americani, pakistani e cinesi, dovrà operare per 2-3 anni, tenuta conto la poca rapidità con cui vengono implementate le diverse iniziative in Afghanistan. Non ci dev’essere un vuoto di potere né caos nel Paese. Serve un governo di ampio respiro in grado di far cessare le operazioni militari e di risolvere tutta una serie di problemi prima che di impegnarsi a determinare per sempre il futuro dell’Afghanistan e la sua futura forma di governo. Prima è necessario portare l’ordine nel Paese e risolvere le criticità legate all’integrazione dei talebani nella società.
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— Riguardo alla forma di governo, i talebani insistono sulla creazione dell’Emirato islamico, mentre gli attori internazionali come la Russia si sono più volte opposti a questo scenario. È possibile che venga comunque creato?
— In occasione delle trattative di Mosca ai talebani è stato più volte ricordato che la Russia e l’intera comunità internazionale non accetteranno il ripristino dell’Emirato islamico. E i talebani hanno convenuto che “sì, chiaramente preferiamo l’Emirato islamico, ma siamo disposti a dialogare con il governo afghano allargato, inclusi i rappresentanti dell’attuale dirigenza”. Fondamentale è discutere del futuro assetto del Paese e dei passi necessari per raggiungerlo. Se si deciderà di mantenere l’assetto repubblicano, nella tradizione afghana a decidere sarà la Loya jirga (la grande assemblea del popolo). In tal senso è imprescindibile un governo di transizione che interrompa le operazioni militari in modo da favorire i lavori di governo. I talebani, diventando parte del nuovo governo, dovranno partecipare attivamente alle discussioni e adottare un approccio responsabile.
— E dopo 2-3 anni di governo transitorio si terranno nuove elezioni?
— Se si deciderà in tal senso, sì. Lato nostro sarebbe una evoluzione positiva, ma non sta a noi decidere. Vorrei sottolineare che noi non imponiamo nulla a nessuno. Noi agiamo in base a quanto imparato a livello internazionale con le guerre civili. Le parti in causa devono autodeterminarsi. Se convengono per lo svolgimento di nuove elezioni significa che dovranno tenere nuove elezioni per nominare presidente e parlamento. Ma sono elementi che vanno preparati con un certo anticipo. Tanto più nelle condizioni in cui versa l’Afghanistan, un Paese pieno di complessità e le cui infrastrutture sono state distrutte dalle operazioni militari. E proprio in considerazione di questo non è possibile occuparsi soltanto di questioni politiche, ma anche di aspetti prettamente sociali. Finché ci sarà la guerra, il popolo non ha avrà lavoro. A questo si aggiunge la imperversante pandemia di coronavirus. Tutti questi problemi vanno risolti al più presto perché altrimenti milioni di afghani rimarranno senza mezzi di sussistenza e saranno costretti a usare la violenza per procacciarsi il cibo. Dobbiamo evitare a tutti i costi un simile scenario. Di questo abbiamo parlato più volte e i primi a capire la situazione furono proprio gli americani. Infatti, noi continuiamo a collaborare con loro. La collaborazione a beneficio degli afghani comunque è possibile non grazie agli americani, ma grazie alla Russia e ai nostri interessi strategici di sicurezza. Infatti, per noi l’intera regione riveste una grande rilevanza.
This June 10, 2017 photo provided by Operation Resolute Support, U.S. Soldiers with Task Force Iron maneuver an M-777 howitzer, so it can be towed into position at Bost Airfield, Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 16.07.2021
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— Lei ha incontrato i talebani a Mosca. Secondo quanto è noto, i talebani hanno garantito che non utilizzeranno l’Afghanistan come un avamposto per fare incursioni nei Paesi vicini e in Russia. Quanto sono credibili queste promesse?
— Hanno confermato queste dichiarazioni. Queste garanzie sono state rese alla Russia al massimo livello possibile, ossia dal mullā Abdul Gani Baradar a Doha. Sono giunti a Mosca per garantire a nome dei sommi capi del movimento talebano che il territorio afghano non verrà utilizzato contro l’interesse di Paesi terzi. Questo è stato sottolineato proprio perché conoscevano e conoscono la sensibilità russa al tema della sicurezza in Asia centrale. I nostri partner in Asia centrale si sono preoccupati, ma dobbiamo considerare bene la situazione: i talebani non sono entrati nel territorio del Tagikistan, sono state le truppe governative a rifugiarsi lì.
E rifugiatisi lì, hanno aperto il fuoco dal Tagikistan contro i talebani che avevano occupato le loro posizioni. Ma i talebani hanno dato ordine a tutti i comandanti di non aprire il fuoco contro il Tagikistan.
L’unico elemento che ci preoccupa, come sottolineato di recente dal ministro Lavrov, è che l’ISIS potrebbe sfruttare il caos causato dalla guerra nel nord dell’Afghanistan. Questo per noi è un punto molto delicato. Ma si ricordi che i talebani sono acerrimi nemici dell’ISIS. Li odiano e non li faranno prigionieri, li annienteranno. Secondo le nostre stime, circa 3.500 membri dell’ISIS sono rimasti nel nord del Paese. Ma quando l’area settentrionale era controllata dalle forze governative, queste non contrastavano l’ISIS. L’ISIS stava benissimo dove stava, mentre i talebani erano oggetto di attacchi. Pertanto, i successi dei talebani in questi territori priveranno l’ISIS del terreno necessario per effettuare incursioni in Asia centrale.
— E noi quali ragioni abbiamo per credere alle garanzie dei talebani?
— Stiamo monitorando da vicino la situazione. Ma quando i talebani capiranno che qualsivoglia tentativo di danneggiare la sicurezza dei nostri alleati in Asia centrale per noi è latore di grandi perdite, non faranno nulla e si comporteranno bene.
— Potremmo coordinarci con i talebani nella lotta contro l’ISIS?
— Il coordinamento consiste anche in questo. Sono i loro territori, è la loro terra, poi sono arrivati l’ISIS i fondamentalisti islamici. Ovviamente ora li cacciano.
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— Una domanda in merito ai contatti tra talebani e Russia. Il movimento talebano è riconosciuto dalla Russia come organizzazione terroristica, ma stiamo comunque dialogando con loro. La Russia sta forse pensando di rimuovere i talebani dalla lista di queste organizzazioni?
— Mi sono già espresso in merito più volte, ma lo ripeto. Quando nel 2001 fu approvata la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, il presidente russo emanò un decreto che ci vincolava a dare esecuzione al contenuto della risoluzione. La Risoluzione riconosceva il movimento talebano come una organizzazione terroristica e includeva nell’elenco sanzionatorio oltre 110 figure di alto e medio profilo.
Oggi la situazione è cambiata. I talebani hanno più volte dichiarato in pubblico che vogliono distaccarsi dal passato perché è stato un errore. Sono un movimento di liberazione nazionale che lotta contro l’occupazione straniera di NATO e USA e desidera costruire una società islamica in seno a un Paese indipendente. I talebani hanno imparato le loro lezioni: se tentassero in via ipotetica di ripetere ciò che fecero alla metà degli anni ’90, sanno bene che parte del popolo afghano (pashtun, in primis) prenderebbero le armi e andrebbero a combattere. E ci sarebbe una guerra civile per altri 20 anni. In questo caso i talebani rimarrebbero isolati e tutto il mondo sarebbe dalla parte di chi è contro i talebani. I talebani questo lo sanno bene.
Non si ricordi, infatti, che stiamo parlando di operazioni tattiche.
Le operazioni militari continueranno per altri due mesi circa e poi si verrà a creare un nuovo equilibrio politico-militare. Ma torniamo ora agli esiti strategici degli eventi in Afghanistan. Ormai qualche anno fa nel Paese era presente una rete di basi militari americani e la maggior parte di queste non aveva alcuna relazione strategica con l’Afghanistan. Proiettavano il loro controllo sull’intera regione: Russia, Asia centrale, Iran, Pakistan, Cina. Dove sono oggi queste basi? Non ci sono più.
Immaginatevi ora che, se 7 anni fa non avessimo cominciato a instaurare un dialogo con i talebani condividendo con loro i nostri dubbi e i nostri interessi, oggi non avremmo un interlocutore con cui parlare. Fortunatamente la Russia oggi è in grado di dialogare con tutte le forze coinvolte in Afghanistan. E questo è il frutto della buona politica estera russa.
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— È plausibile che le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU a danno dei talebani vengano rimosse a breve?
— Sì, certo. Quando vi sarà un ordine del giorno chiaro e approvato da tutte le parti reso disponibile anche per gli attori esterni, questo sarà per noi il segno che è giunto il momento di avviare la procedura di delisting, ossia di rimozione dei talebani dall’elenco sanzionatorio del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Non si tratta di una procedura semplice, ma è comprensibile. Una volta avviata, tutti i membri del Consiglio dovranno prendere visione dei progressi e votare a favore. Soltanto a valle di questa fase comincerà il processo di delisting.
— Secondo le Sue stime, però, le operazioni militari in Afghanistan continueranno per i prossimi due mesi circa. Alla luce di questo non saranno possibili i negoziati?
— Ci potrebbero sì essere delle trattative, ma la mia sensibilità mi porta ad affermare che le parti saranno pronte al confronto in autunno. Entrambe le parti si sono preparate troppo a lungo per il conflitto e finché non useranno tutte le cartucce, come si suol dire, è improbabile aspettarsi il ricorso al dialogo.
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— Per quanto ne sa Lei, il governo afghano intende dialogare con i talebani?
— Si dicono pronti a parole, vorrebbero prima che i talebani facessero un passo verso di loro, ma così non si possono condurre delle trattative. È un atteggiamento ipocrita che chiude gli occhi alle specificità del contesto in cui si trovano. Quindi sono parole al vento. Invece a noi servono i fatti. Quando vedremo non solo a parole, ma anche nei fatti che il governo trova degli accordi concreti e siede al tavolo delle trattative, allora comincerà davvero il processo di pace di Afghanistan. Questo è il nostro punto di arrivo.
— Stiamo dialogando con l’ufficio politico dei talebani, ma i comandanti sul campo non sempre si assoggettano a coloro che dirigono le operazioni da Doha. Qual è la Sua opinione in merito?
— Coloro i quali si trovano a Doha costituiscono l’ufficio politico il quale è assoggettato alla direzione talebana centrale alla quale sono assoggettati tutti i comandanti sul campo. Non credo che il movimento talebano sia uniforme al suo interno. Vi sono comandanti più radicali che, forti del ritiro statunitense, vogliono prendere il potere a tutti i costi. E soltanto grazie al governo di Kabul questi sentimenti pericolosi si sono alimentati. Questo è un problema della somma dirigenza talebana da cui dipende l’ufficio di Doha. Sanno che devono riportare l’ordine fra le proprie fila, ma capiscono anche che, se la fazione più distruttiva del movimento comincia a promuovere il proprio ordine del giorno, ne fa le spese tutto il movimento.
— La Federazione Russa ha avanzato delle proposte in merito all’ordine del giorno delle future trattative tra talebani e governo?
— Abbiamo delle proposte, ma si tratta di una questione delicata. Qualsivoglia proposta, anche la migliore, se avanzata da stranieri, viene percepita dagli afghani come un vincolo. A nessun popolo piacerebbe questo approccio. Sono comunque consapevoli di quali sono i principali elementi da includere. La nostra missione è quella di facilitare il processo negoziale.
— Le trattative si svolgeranno con l’intermediazione della “troyka allargata”?
— No, non con l’intermediazione, ma con il contributo. Infatti l’intermediazione presuppone l’ingerenza nel processo negoziale. Noi invece dobbiamo creare le condizioni perché siano gli afghani stessi a sedersi al tavolo delle trattative, ma dobbiamo solo monitorare dall’esterno i progressi e intervenire in maniera consulenziale qualora il dialogo lasciasse i binari tracciati.
Non importa dove si terranno queste trattative. Sappiamo soltanto che la pace in Afghanistan dovrà essere conclusa da entrambe le parti in maniera ufficiale.
— Come procede il lavoro in seno al formato di troyka allargata (Russia, USA, Cina, Pakistan)? Mosca ritiene necessario convocare un altro incontro?
— Sì, certo. Mi recherò a Tashkent per parlare con Zalmay Khalilzad. Inizialmente avevamo programmato un incontro per fine giugno, il 30. Poi gli americani hanno proposto di organizzare un incontro a Mosca invitando sia i talebani sia Kabul. Noi abbiamo risposto agli americani che per questo ci vuole tempo. In linea di principio siamo pronti a valutare positivamente questa proposta, ma non ci serve una ripetizione di ciò che abbiamo già fatto. Siamo pronti a organizzare un simile incontro se entrambe le parti afghane ci assicureranno di condurre un dialogo fruttuoso. Ossia quando saranno pronte a discutere nel concreto il futuro politico del Paese.
Ad oggi nessuno è in grado di assicurarcelo. Pertanto aspettiamo che la situazione sia matura per organizzare questo incontro. Monitoreremo lo sviluppo degli eventi e capiremo quand’è il momento giusto. Probabilmente questo accadrà già quest’anno.
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— In che misura è costruttivo il dialogo che la Russia sta conducendo con gli USA sul tema Afghanistan?
— Sono obbligati ad essere costruttivi perché sono in un vicolo cieco. Devono in qualche modo giustificare questa situazione. E sto davvero parlando in totale trasparenza. Noi siamo pratici e pragmatici, dobbiamo difendere i nostri interessi nazionali sul lungo termine. E in questo senso gli americani sono per noi partner importanti. Questo non è l’unico campo in cui collaboriamo con gli americani in maniera costruttiva. Del resto, entrambi vogliamo la stessa cosa. Lo facciamo per i nostri interessi e per quelli dei nostri alleati.
— La Russia teme che il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan possa per effetto domino causare instabilità nelle nazioni centrasiatiche vicine com’è accaduto in Tagikistan dopo il ritiro del contingente sovietico dall’Afghanistan?
— Avremmo simili preoccupazioni se considerassimo i talebani come una forza aggressiva di matrice jihadista. In Afghanistan sono attivi oltre 20 gruppi terroristici il più forte del quale è l’ISIS con cui collabora il movimento del Turkestan orientale. Ce ne sono anche altri, ma sono più piccoli. Ma se si unissero con l’ISIS, diventerebbero una minaccia per noi.
Ora è stata coinvolta l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva che sta monitorando la situazione. Noi dovremo unire gli sforzi sia con l’Organizzazione sia con l’Uzbekistan (che non è membro formale dell’Organizzato, ma è legato alla Russia da importanti accordi strategici).
Questo darà un segnale importante a chiunque voglia tentare di minare la nostra sicurezza.
— Quanto potrebbe rivelarsi pericolosa una eventuale crisi migratoria in Afghanistan?
— Di fatto una crisi simile è già cominciata. Molte sono le persone che stanno cercando un posto sicuro lontano dalle operazioni militari. Ma al momento non si può ancora parlare di crisi vera e propria. Ad ogni modo abbiamo toccato questo tema più volte con i talebani e questi ci hanno giurato che manterranno le promesse e non recheranno danno alla popolazione. I talebani insistono soltanto sul fatto che nei nuovi territori occupati imporranno come capi “uomini propri” che sono comunque etnicamente legati a quei luoghi. Comunque il problema migratorio esiste, ma per il momento la criticità riguarda soltanto l’aumento degli sfollati interni. Chiaramente finché nessuno sarà in grado di garantire la sicurezza della popolazione, questa fuggirà dai territori colpiti dalle operazioni militari. Molti temono che i talebani possano nuovamente adottare l’approccio delle loro prime incursioni. Questo è il problema che il governo dovrebbe cercare di risolvere il prima possibile.
— È possibile che attraverso l’Asia centrale un flusso incontrollato di migranti arrivi in Russia e oltre?
— No perché il confine è più o meno chiuso. Ma questo è uno scenario che abbiamo prefigurato relativamente alle preoccupazioni legate all’ISIS. I combattenti dell’ISIS avevano come obiettivo numero uno quello di destabilizzare non soltanto l’Afghanistan, ma anche l’Asia centrale costringendo la popolazione a fuggire.
Tuttavia, gli afghani stanno sì fuggendo, ma lo fanno attraverso l’Iran o l’Afghanistan per dirigersi verso l’Europa.
— I talebani si sono espressi duramente contro il progetto turco di mantenere un piccolo contingente a protezione dell’aeroporto di Kabul e hanno promesso di opporvi resistenza. È possibile che si produca una escalation della situazione per via delle operazioni poste in essere da Ankara e da Washington?
— I talebani ci hanno riferito che escludono categoricamente il progetto turco di prendere il controllo dell’aeroporto di Kabul perché la Turchia, in qualità di membro della NATO, è tenuta a dare seguito all’accordo concluso tra USA e talebani il quale prevede il ritiro di tutte le truppe.
Pertanto i talebani considerano i soldati turchi alla stregua di occupanti. Ma secondo me la questione è un’altra.
Cos’ha fatto per 20 anni la NATO? Ha speso centinaia di miliardi di dollari per non riuscire nemmeno ad addestrare 600 soldati afghani a gestire il proprio aeroporto? È una vergogna. Poi trovo ridicolo che dicano che ancora una volta abbia funzionato correttamente il sistema di difesa contraerea dell’aeroporto di Kabul. A cosa serve un sistema del genere nell’aeroporto di Kabul? I talebani hanno forse dei mezzi aerei?
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