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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

La commemorazione per i 54 militari morti in Afghanistan: “Per ricordare le loro vite”

© Foto : Good Guys in Bad LandsCerimonia commemorazione caduti in Afghanistan
Cerimonia commemorazione caduti in Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 20.07.2021
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In attesa di una celebrazione nazionale dopo il ritiro completo del contingente italiano nel Paese. L’associazione Good Guys Aps commemora il lato umano e il marchio di fabbrica dell’impegno italiano all’estero.
“La nostra Memoria è la loro Vita”. È questo il refrain che guida il ricordo dei soldati italiani caduti sui teatri di conflitto e di impegno dei militari italiani. Un motto che è stato messo al centro anche della commemorazione dei 54 italiani che hanno perso la vita in 20 anni di impegno militare e umanitario in Afghanistan, organizzata domenica dall’associazione Good Guys in Bad Lands in provincia di Pisa.
Il presidente Rocco Pacella ha spiegato a Sputnik Italia il valore di questa celebrazione, che va oltre il ricordo dei caduti, ma ne celebra soprattutto la vita e le azioni, “mantenendo in vita il marchio di fabbrica dei soldati italiani, il lato umano dietro la divisa” i rapporti creati con la società civile o “con le bambine afgane, quando costruivamo le scuole dove non sarebbero mai potute andare”, il rispetto e la fiducia. Una commemorazione commovente con 54 paia di scarponi con una bandiera italiana nel gambale al centro di un campo da calcio, in rappresentanza di ognuno dei militari che hanno perso la vita in Afghanistan.
- La cerimonia è stata organizzata poco dopo il rientro dell’ultimo militare italiano dall’Afghanistan. Perché?
- Lo Stato maggiore ha intenzione di organizzare una commemorazione con tutte le bandiere di tutti i reggimenti che negli ultimi 20 anni hanno partecipato alle azioni in Afghanistan, ma le restrizioni anti-Covid hanno rallentato le operazioni. Questi ragazzi sono morti facendo il loro dovere, ma a volte facciamo finta di niente, ce ne dimentichiamo, allora bisogna parlarne, insegnare, raccontare, dare voce. La nostra commemorazione è fatta dai soldati per i soldati e le loro famiglie. Quando un ragazzo giura e inizia la sua carriera militare accetta anche quel “siamo pronti alla morte”, per questo rendiamo onore e omaggio alla vocazione di chi è morto con il Tricolore. Una mamma mi ha detto ‘Rocco in 10 anni, oggi ho visto mio figlio vivo insieme a noi’.
- Cosa ha rappresentato l’impegno italiano in Afghanistan in questi 20 anni?
- La presenza italiana sul teatro afgano ha riguardato in particolare l’affiancamento delle forze afgane per il controllo dei territori. I soldati morti erano padri, fratelli, figli, morti mentre scortavano materiali per le scuole o altre forniture, non andavano a fare la guerra o a conquistare. C’erano scaramucce tutti i giorni, perché è una questione di controllo del territorio, di controllo dell’oppio. I capibanda non vogliono lasciare il territorio in mano a un’istituzione e i signori dell’eroina impongono con la violenza la loro presenza. Ma la competenza, la correttezza e le qualità umane dei soldati italiani hanno sempre contraddistinto e caratterizzato la loro presenza con un clima di rispetto e di pace nei territori martoriati dai conflitti e la conquista della fiducia della popolazione locale.
- Da dove nasce la rete di Good Guys in Bad Lands?
- Sono stato in Afghanistan e lì ho perso un ragazzo, un commilitone. Molti rispettano le istituzioni, ma ignorano cosa ci sia dietro a una divisa e quindi ho creato una pagina per raccontare questo mondo, per raccontare le storie e le vicissitudini dei soldati, il lato umano dietro la divisa del mondo militare. Ad oggi raggiungiamo mezzo milione di persone e abbiamo 10 milioni di interazioni al mese sulla fan page. Il logo che abbiamo creato e che rappresenta il valore unificante di “Brothers in Arms” è stato condiviso con 10mila foto di soldati in tutto il mondo. È lo spirito condiviso che crea empatia con gli altri militari ovunque nel mondo.
- Come funziona la vostra rete?
È una rete di supporto internazionale, in oltre 50 Paesi nel mondo, sul modello del sostegno dato dagli ex militari in America. Ci occupiamo di sostegno psicologico, di corsi di formazione, di aggiornamento di tecniche di pronto soccorso. Siamo un’entità autonoma, un’associazione culturale, fatta da soldati a sostegno degli operatori delle forze dell’ordine, dei militari e dei lavoratori del primo soccorso. Ci siamo accorti che non esiste una struttura di supporto psicologico, come nei casi di stress post-traumatico: i ragazzi combattevano e poi al rientro venivano abbandonati, noi facciamo da raccordo, da collante. Pensiamo ai primi soccorritori, agli operatori del 118 che intervengono in situazioni tragiche, come la funivia del Mottarone, rimangono delle immagini impresse da elaborare, ma non ci sono dei protocolli di ripresa per coloro che dietro la divisa sono uomini, con le loro sofferenze. Alle istituzioni servi se sei idoneo, altrimenti vieni messo da parte, è frustrante e il recupero non avviene senza sostegno: noi siamo una comunità che cerca di prestare sostegno reciproco. Il nostro motto è “Nessun operatore sarà lasciato solo”.
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