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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Mentre i taliban riconquistano l'Afghanistan prende corpo l'ipotesi ritiro americano anche dall'Iraq

© Foto : 1st Lt. Daniel JohnsonEsercito USA in Siria
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Stanno iniziando a palesarsi in modo più netto le conseguenze del ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan deciso dall’amministrazione Biden ed accettato dall’Alleanza Atlantica. Come previsto, i Taliban stanno dilagando, recuperando progressivamente il controllo di gran parte dei territori che rispondevano alle legittime autorità di Kabul.
Rispetto agli anni novanta, tuttavia, si registrano alcuni elementi di novità. Innanzitutto, i miliziani islamisti questa volta hanno attaccato a nord, probabilmente allo scopo di evitare l’insorgere di attività di resistenza nelle province maggioritariamente tagike ed uzbeke del paese.
I guerriglieri si stanno anche assicurando il possesso delle frontiere, nel chiaro intento di privare i loro avversari della possibilità di ricevere assistenza dall’estero. Così, le bandiere dell’Emirato che fu del Mullah Omar sventolano tanto sull’Amu Darya quanto a Spin Boldak, all’estremo opposto del territorio afghano.
Per facilitare la propria azione offensiva, i Taliban* hanno inoltre stretto accordi, non si sa quanto temporanei, anche con gli Hazara sciiti che occupano l’area di Bamyan.
Dal punto di vista degli appoggi di cui godono a livello internazionale, i guerriglieri stanno ricevendo significativi sostegni dal Pakistan, la cui aeronautica militare, almeno stando a quanto afferma il vicepresidente afghano Amrullah Saleh, in effetti ormai fornisce supporto tattico ravvicinato ovunque i miliziani abbiano bisogno di essere protetti dalle azioni difensive condotte dall’aviazione di Kabul.
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Sul piano diplomatico, invece, i Taliban stanno trattando sia con l’Iran che con la Turchia, alla quale è stato peraltro intimato di rinunciare ad una propria presenza militare in Afghanistan, che verrebbe considerata a tutti gli effetti come una forza d’occupazione.
Stando almeno a quanto ha fatto sapere un loro portavoce, gli “studenti coranici” starebbero puntando direttamente ad un incontro “dissuasivo” con il presidente Erdogan, che tuttavia li ha finora snobbati.
Non tutte le cose, peraltro, stanno andando esattamente secondo le previsioni. Dal suo feudo di Herat, ad esempio, Ismail Khan ha promesso di tornare a combattere e potrebbe essere emulato anche da altri vecchi signori della guerra.
Tale circostanza spiega probabilmente – ma non giustifica, ovviamente – le numerose esecuzioni che i Taliban stanno effettuando ai danni dei malcapitati soldati regolari e poliziotti che catturano o si consegnano spontaneamente nelle loro mani.
Tra gli sviluppi degli ultimi giorni, merita una segnalazione anche il fatto che un’autorità britannica di primo piano, il Ministro della Difesa, abbia reso nota la disponibilità del Regno Unito a lavorare con i Taliban se questi dovessero effettivamente riconquistare il potere.
In pratica, il rimpatrio delle truppe Nato non sembrerebbe implicare la rinuncia ad esercitare comunque un’influenza sull’Afghanistan, che molti analisti occidentali peraltro vedono in ogni caso inesorabilmente destinato a finire nell’orbita della Repubblica Popolare Cinese.
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In realtà, invece, la situazione è assai più sfaccettata e complessa. Intanto, se è vero che i Taliban ricevono importanti sostegni dal Pakistan, che è un alleato di Pechino, è non meno vero che gli studenti coranici non hanno mai rinunciato ad alcune rivendicazioni del nazionalismo pashtun.
Il Mullah Omar, ad esempio, non riconobbe mai la Linea Durand con la quale i colonizzatori britannici separarono l’Afghanistan dai loro dominii indiani, tagliando in due i territori abitati dai pashtun che comandano storicamente a Kabul ma sono invece periferici e minoritari nell’attiguo Pakistan.
Assume quindi un significato potenzialmente importante quanto è accaduto alcuni giorni fa proprio nelle zone tribali pakistane, ai danni di un convoglio nel quale viaggiavano anche degli ingegneri cinesi al lavoro su alcune infrastrutture donate da Pechino ad Islamabad.
Alcune fonti hanno parlato di un incidente, ma altre, ritenute attendibili nella Repubblica Popolare, hanno esplicitamente parlato di un’esplosione dovuta ad un ordigno improvvisato che ha mietuto vittime cinesi.
Il fatto che la Repubblica Popolare inizi a lamentare dei morti ad opera di attività terroristiche o di guerriglia condotte in zona pashtun contro di loro dovrebbe indurre a pensare.
Malgrado i Taliban abbiano dichiarato di accettare gli investimenti che Pechino sembra disposta a fare nel loro paese, l’ingresso a pieno titolo dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiativepotrebbe rivelarsi assai problematico.
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Sorprese sono possibili, sia perché alcune frange del movimento talebano potrebbero dimostrarsi refrattarie alle offerte economiche cinesi ed alla prospettiva di veder rafforzata l’influenza di una potenza straniera che è comunque governata da un partito comunista, sia perché non è da escludere che altre potenze facciano leva proprio su questi sentimenti per innescare e quindi sostenere la nascita di una nuova guerriglia.
E c’è di più: la sortita del Ministro della Difesa britannico e la conferma della volontà di molti paesi occidentali di continuare a foraggiare l’Afghanistan con gli aiuti della cooperazione fanno ritenere che diversi governi credano ancora di poter competere con la Cina a Kabul.
Nel frattempo, mentre il ritiro delle truppe statunitensi ed alleate si perfeziona nella più totale indifferenza del pubblico americano per le sorti delle donne e delle minoranze afghane, dall’America giunge voce anche di un prossimo ripiegamento dall’Iraq, paese nel quale il Pentagono è presente attraverso le forze della coalizione che combatte il sedicente Stato Islamico.
Biden starebbe quindi tenendo fede alla promessa fatta agli elettori americani di porre fine al coinvolgimento degli Usa nelle guerre senza fine che insanguinano il Medio Oriente, confermando tra le altre cose come le politiche di Trump non fossero affatto estemporanee sotto questo punto di vista, ma esprimessero invece un’esigenza di lungo periodo profondamente avvertita dal pubblico statunitense.
L’America intende concentrarsi sulle dimensioni in cui crede che sarà deciso chi dominerà il pianeta nei prossimi decenni e forse scommette anche sulla crescita dell’instabilità complessiva, ritenendo che possa indurre i suoi competitori maggiori a distrarre risorse dagli investimenti necessari allo sviluppo delle capacità tecnologiche e militari più temute.
Non sarà tuttavia per gli Stati Uniti un’operazione a costo zero, dal momento che l’abbandono degli alleati più minacciati seminerà il dubbio sull’effettivo impegno di Washington a proteggerli, con imprevedibili effetti a cascata nel medio-lungo periodo.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
* Organizzazione terroristica vietata in Russia e molti altri Paesi
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