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Omicidio dell’Ambasciatore Attanasio, le responsabilità dietro la tragedia

© REUTERS / Yara NardiFunerali dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio a Roma
Funerali dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio a Roma - Sputnik Italia, 1920, 16.07.2021
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A cinque mesi dalla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio in Congo non si conoscono i mandanti dell’omicidio, ma vi sono delle responsabilità innegabili dietro l’accaduto. Il libro “L’omicidio Attanasio, morte di un ambasciatore” racconta la figura dell’ambasciatore spiegando le realtà del Congo e cercando di fare luce sulla tragedia.
Il 22 febbraio 2021 un convoglio di due auto del World Food Programme stava percorrendo la principale arteria della provincia del Kivu del nord; sei uomini usciti dalla boscaglia armati di kalashnikov hanno attaccato le due auto uccidendo l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista.
Il giorno stesso dell’omicidio sono state aperte tre inchieste: da parte delle Nazioni Unite, della magistratura italiana e degli inquirenti congolesi. A tutt’oggi non si conosce la verità. Che cos’è successo esattamente quel maledetto 22 febbraio? Com’era il giovane ambasciatore Attanasio nella vita quotidiana? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Matteo Giusti, analista per Limes, che nel suo libro “L’omicidio Attanasio, morte di un ambasciatore” (Castelvecchi) raccoglie le testimonianze legate all’omicidio e i racconti delle persone che conoscevano Luca Attanasio.
— Matteo Giusti, perché ha deciso di scrivere questo libro? Com’è nata questa idea?
— Io seguo da molti anni quella zona di Africa, soprattutto l’Africa centrale per la rivista Limes. Sono stato in Congo un paio di volte, ho diversi contatti. I grandi media si interessano poco di questa zona. Quando il 22 febbraio è stato assassinato il nostro ambasciatore ho cominciato a documentarmi sulla figura di Luca Attanasio. Ho trovato persone che lo conoscevano, cooperanti di ONG, missionari, ma anche semplici congolesi della società civile che l’avevano incontrato.
Ogni persona con cui parlavo mi raccontava un pezzo di vita di questo ragazzo. Mi raccontavo qualcosa che aveva fatto di positivo, un ricordo che aveva lasciato. Tutta la parte del libro dove si parla della sua figura me l’hanno raccontata le persone che ho contattato.
— Dalle testimonianze che ha raccolto: com’era Luca Attanasio? Nel libro cita spesso la definizione “non era il classico ambasciatore sua Eccellenza”.
— Era una persona che riusciva a creare un rapporto personale con tutte le persone che incontrava. In Congo la comunità italiana è piuttosto piccola ed è molto sparpagliata essendo il Paese enorme. Lui riusciva ad incontrare tutti, li incontrava in pizzeria, in camicia, aspettandoli sulla porta e stringendo la mano a tutti, lasciando a tutti il proprio cellulare. Era un amico a disposizione degli italiani, senza perdere mai una forma di istituzionalità e di rappresentanza molto importante.
Era un amico e ti aiutava, ma se c’era bisogno per l’Italia di fare un affare e di mettersi in contatto con il governo locale per interessi italiani sul posto lui era in prima fila. Rappresentava bene il nostro Paese sia per l’ultimo ragazzino che va a fare lo stagista in una ONG sia per Fincantieri che deve vendere elicotteri alla Repubblica Democratica del Congo.
— Tuttora non si sa chi abbia ucciso l’ambasciatore Attanasio, ma parliamo del contesto in cui è stato assassinato. In che stato si trova il Congo? Possiamo dire che la sua ricchezza è la sua maledizione?
— È assolutamente vero che la ricchezza in questo caso è la sua maledizione, perché tutti vogliono la sua ricchezza veramente sconfinata. La Repubblica Democratica del Congo in generale è un posto pericoloso dove il governo centrale praticamente non esiste, l’Est del Paese, dove è stato assassinato Attanasio, è un posto ancora peggiore. Lì ci sono 130 milizie armate da Paesi confinanti, da multinazionali o da semplici signorotti locali che vogliono fare carriera politica. Le milizie terrorizzano la popolazione, bruciano i villaggi, violentano le donne, rapiscono i bambini facendoli diventare soldati e le bambine schiave sessuali delle truppe. È una situazione drammatica.
Vi sono miniere a cielo aperto dove i bambini lavorano a mani nude scavando per trovare il cobalto, l’oro e il coltan e si ammalano, perché si provocano delle malattie tumorali gravissime entrando in contatto con materiali altamente tossici. In tutto questo il governo centrale non esiste, mentre finivo il libro è stato costretto a dichiarare lo stato d’assedio in tutto l’est del Paese sostituendo tutte le amministrazioni civili incapaci di governare con i militari. I militari dell’esercito congolese sono quasi peggio delle milizie, sono loro stessi che rapinano la popolazione. La situazione è drammatica.
— Ci sono delle persone però che vogliono cambiare le cose. Come nel caso della dottoressa Castellani di cui parla nel libro o dello stesso Luca Attanasio. Sono tanti gli italiani che decidono di aiutare il Congo?
— Sì, gli italiani che scelgono di vivere in Congo lo fanno perché capiscono la gravità della situazione e la loro diventa una missione nella vita. Ho parlato con ragazzi che hanno deciso di passare una vita molto difficile lì per cercare di aiutare come potevano la popolazione. Il popolo è una ricchezza di quel Paese, è gente accogliente, gentile, altruista, ti offre quel poco che ha anche se non ha praticamente niente. Sono lì con l’idea che devono provare a salvare quel popolo. Negli ultimi anni sono stati uccisi nella zona centrale ed orientale del Congo quasi 5 milioni di persone. Parliamo di numeri enormi.
Le forze di pace dell'Onu sul luogo dell'assassinio dell'ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio - Sputnik Italia, 1920, 05.03.2021
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— Torniamo al tragico giorno dell’omicidio dell’ambasciatore Attanasio. Tuttora non si sa chi sia il mandante, ma possiamo comunque parlare di alcune responsabilità, giusto? Un fattore determinante è stata l’assenza di una scorta armata ad esempio.
— Credo che scoprire il vero mandante sarà difficile, bisogna cominciare a dire però chi ha delle responsabilità vere. Le nazioni unite, nello specifico il World Food Programme non può permettere che un ambasciatore di un Paese importante, perché l’Italia è un Paese importante, attraversi una regione dichiarando quella strada non necessaria di scorta armata, mandando a morire questo diplomatico senza un giubbotto anti proiettili, senza un’auto blindata. Pochi giorni prima invece un diplomatico del Belgio assieme ad alcuni diplomatici della Lituania e della Polonia era passato nella stessa strada con ben 2 blindati dei caschi blu della MONUSCO (Missione ONU per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo).
Perché il nostro ambasciatore non ha avuto nessuna scorta? In Congo ci sono venti mila soldati dei caschi blu da vent’anni con un’operazione che costa un miliardo l’anno.
— Che cosa dovrebbe fare l’Italia secondo lei in questo contesto?
— L’Italia dovrebbe avere più coraggio, perché avrei voluto che il mio Ministero degli Esteri prendesse una posizione di accusa verso questa mancanza di organizzazione nella sicurezza delle Nazioni Unite. Lo ha fatto solo la magistratura italiana aprendo un fascicolo per omesse cautele, mancanza di controllo e di sicurezza verso il World Food Programme. Il governo italiano non ha detto assolutamente niente. Vorrei che il nostro governi fosse più deciso e lottasse un po’ di più.
L’Italia secondo me è un Paese importante ed ha la possibilità di farsi sentire alle Nazioni Unite, in Unione Europea, ma anche in Africa. Può e deve fare di più. Abbiamo perso una figura importante, qualcuno che poteva essere “utile” per la politica estera italiana negli anni, chissà che carriera avrebbe potuto fare questo ragazzo, aveva solo 43 anni ed era ambasciatore di un Paese africano importante. Poteva essere a Londra, Parigi, al Ministero degli Esteri... Abbiamo perso qualcuno di importante, oltre che una persona buona.
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