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Rischio d’inflazione oppure no?

© Fotolia / Andrey BurmakinMonete cartina geografica
Monete cartina geografica - Sputnik Italia, 1920, 15.07.2021
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Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. Non è nemmeno una mera opinione da trattare con dei sondaggi. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio.
La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali. Ne fa parte anche il nostro presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi.
L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che “per la prima volta dagli anni ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva”. E’ la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa. King afferma che ciò vale non solo per la Gran Bretagna ma anche per le altre economie avanzate.
La sede dellas BCE a Francoforte - Sputnik Italia, 1920, 24.06.2021
Bce, inflazione in aumento ma temporanea e ripresa economica a partire da seconda metà 2021
La pandemia e i lockdonwn hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. Per esempio, i dati raccolti dal 2019 fino alle proiezioni di fine 2021 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata molto grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre di quest’anno e dovrebbe azzerarsi all’inizio del prossimo anno. In altre parole, sembra che la curva della domanda non si sia discostata fortemente da quella dell’offerta. Questo spiegherebbe perché, alcuni sostengono, uno stimolo monetario e fiscale molto grande e, soprattutto, protratto nel tempo non sarebbe opportuno.
Sia chiaro. Nessuno mette in discussione il fatto che gli Stati, i governi e le banche centrali siano intervenuti e intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri prendendo decisioni sagge, che non compromettano tutto lo sforzo fatto finora. Perciò il livello d’inflazione voluto e tollerabile è, quindi, cruciale.
Durante la pandemia, i governi hanno utilizzato la politica fiscale per prevenire un'ondata di fallimenti aziendali. Lasciare andare a fondo le imprese per poi farle rivivere sarebbe stato un costo enorme. In Europa, i governi hanno trasferito denaro dai futuri contribuenti alle imprese a condizione che esse mantenessero l'occupazione. Negli Stati Uniti, il sostegno ha assunto la forma di sussidi di disoccupazione più generosi e altri aiuti alle imprese più colpite. La differenza tra questi due approcci si è vista in termini di disoccupazione. Negli Stati Uniti essa è aumentata bruscamente dal 3,5% al 15% prima di tornare al livello attuale del 5,8%. La disoccupazione nel Regno Unito è passata dal 4% a solo il 5,1%, prima di scendere al 4,8%. Un andamento in linea con il resto dell’Europa.
Joe Biden - Sputnik Italia, 1920, 27.05.2021
Biden ha spinto l’inflazione ed è pronto ad affondare il dollaro
Ci sono argomenti a favore e contro i due approcci. Il punto chiave è che entrambi hanno fornito supporto fiscale temporaneo durante i lockdown. Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse più elevate ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali. I loro bilanci continuano a crescere a un ritmo molto sostenuto. Da marzo 2020 a giugno 2021, il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro. Nello stesso periodo quello della Fed è raddoppiato passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari.
E’ vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà in un futuro, forse molto vicino, quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si farà a finanziarie i disavanzi? Lo scenario induce a immaginare una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione da parte dei governi. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato, come risposta a un inasprimento imprevisto, avrebbe effetti molto preoccupanti per gli andamenti economici.
Banca d'Italia - Sputnik Italia, 1920, 15.06.2021
Debito pubblico italiano, ad aprile in aumento a 2.680,5 miliardi: è nuovo record
Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Federal Reserve hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente “transitorio”. Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, “transitorio” è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare. Molti invece parlano di un possibile sfondamento del tetto del 4% e per un periodo prolungato.
Se la Federal Reserve si sbaglia nel ritenere che l'attuale aumento dell'inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità dei mercati finanziari in questi Paesi, con dei tassi di interesse più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. Inoltre, i debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi.
C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, che da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di inflazione. Insieme a Carmen Reinhart, vice presidente della Banca Mondiale e membro del G30, Rogoff, subito dopo lo scoppio della Grande Crisi, elaborò la teoria meccanicistica dell'"inflazione controllata". Si sosteneva che per abbreviare il periodo di "doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta" sarebbe stata necessaria l’azione di una “moderata” e “controllata” inflazione del 4-6 % annuo per diversi anni. Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose.
Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta.
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