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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Asia centrale: la sorte dei migranti afghani legati agli USA

CC BY 2.0 / The U.S. Army / Patrol in AfghanistanUn soldato dell'esercito degli Stati Uniti pattuglia con soldati afghani per verificare le condizioni nel villaggio di Yawez nella provincia di Wardak, Afghanistan, 17 febbraio 2010
Un soldato dell'esercito degli Stati Uniti pattuglia con soldati afghani per verificare le condizioni nel villaggio di Yawez nella provincia di Wardak, Afghanistan, 17 febbraio 2010 - Sputnik Italia, 1920, 13.07.2021
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L’attenzione di Mosca è spostata verso oriente e, nello specifico, in Asia centrale. “Stiamo seguendo con grande attenzione gli eventi in Afghanistan, dove la situazione tende ad aggravarsi rapidamente anche sullo sfondo del ritiro delle truppe americane e della NATO”, ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro russo Sergey Lavrov.
Questi ha inoltre osservato che il presidente russo Vladimir Putin è in contatto con i capi di Stato della regione. Effettivamente negli ultimi giorni Putin a dialogato con 4 dei cinque leader delle repubbliche centroasiatiche.
La settimana scorsa Putin ha telefonato al presidente del Turkmenistan, poi ha accolto a Sochi Nursultan Nazarbaev, di recente ha avuto una conversazione telefonica con i leader del Tagikistan e dell’Uzbekistan. Il leader della quinta repubblica centroasiatica, invece, il Kirghizistan, si recherà in visita in Russia a breve. I temi affrontati sono molto vari, ma ce n’è uno che ogni giorno diventa sempre più scottante e rilevante. Si tratta dell’Afghanistan, Paese nel quale sullo sfondo del ritiro delle truppe americane (completato per il 90%) sono ripresi gli scontri militari tra i talebani (che prima reggevano il Paese) e l’esercito delle attuali autorità di Kabul. Tre delle cinque repubbliche centroasiatiche non solo confinano con l’Afghanistan, ma nel Paese vivono anche cittadini tagiki, uzbeki e turkmeni.
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Negli ultimi giorni migliaia di frontalieri afghani su pressione dei talebani sono fuggiti in Tagikistan e in centinaia hanno trovato rifugio in Uzbekistan. E se (o meglio, quando) i talebani prenderanno controllo sulla maggior parte del Paese e controlleranno Kabul, allora la sicurezza dei confini settentrionali del Paese con le repubbliche post-sovietiche diventerà un tema di fondamentale importanza non soltanto per le repubbliche interessate, ma anche per la Russia. Proprio per questo Putin si è già attivato per dialogare con i leader centroasiatici in merito alle questioni inerenti alla sicurezza: rafforzamento delle frontiere, forniture di armi russe.
Tre dei cinque Paesi della regione (Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan) fanno parte della Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, ossia sono partner militari della Russia. Ma tra i 3 Paesi confinanti con l’Afghanistan soltanto il Tagikistan è membro dell’Organizzazione. Infatti, il Turkmenistan per via della sua storica neutralità non è mai entrato a far parte dell’Organizzazione, mentre l’Uzbekistan ha più volte interrotto la sua partecipazione (l’ultima volta nel 2012). Ciò non significa che Mosca non fornisca supporto ad Ashgabat e Tashkent in caso di necessità. Bisogna però capire di quale necessità o minaccia stiamo parlando.
La crisi afghano allo stadio attuale sta generando diverse tipologie di potenziali minacce. La più semplice ed evidente è il tentativo di spostare le operazioni militari verso le repubbliche centroasiatiche, non tanto in esito ad attacchi talebani quanto invece in seguito all’espulsione da parte dei talebani di gruppi armati dalle province settentrionali. Queste aree sono popolate essenzialmente da tagiki e uzbeki i quali figurano sia tra le fila dell’esercito governativo sia dei talebani, ma anche di al Qaeda* e dell’ISIS*. In territorio afghano sono altresì presenti diversi fondamentalisti islamici fuggiti dall’Uzbekistan e dal Tagikistan. Più si estenderà il potere dei talebani, minore sarà l’autorità delle figure poste a controllo delle province settentrionali che rimarranno scoperte e renderanno possibile la fuoriuscita di figure potenzialmente pericolose oltre in confine, in Tagikistan e Uzbekistan.
Naturalmente le autorità di queste repubbliche si stanno preparando a un simile scenario e al confronto con questi ospiti non richiesti. Ma si tratta di una minaccia molto evidente per contrastare la quale la Russia potrebbe prestare aiuto in ultima istanza.
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Ma ci sono anche altre minacce, non così evidenti. Queste sono legate alla futura presenza americana nella regione. E in questo senso dobbiamo considerare diverse sfumature. Anzitutto gli americani volevano dislocare basi militari di piccole dimensioni in uno qualsiasi dei Paesi confinanti per effettuare “operazioni legate all’Afghanistan da remoto”. La settimana scorsa a Washington si sono tenuti dei negoziati su questo tema con i ministri degli Esteri di Tagikistan e Uzbekistan.
Sebbene non siano ancora state rilasciate dichiarazioni ufficiali, è incredibile che Dushanbe e Ashgabat abbiano deciso di lasciare passare gli americani. Dopo il 2001 l’Uzbekistan (così come il Kirghizistan) hanno avuto esperienza di accoglienza di militari americani, ma nel 2006 la presenza statunitense è stata interrotta a seguito di ordine diretto del governo della repubblica. Non c’è alcun motivo di far rientrare le truppe ora. E gli argomenti contro non mancano di certo.
Anzitutto, le basi americane in Tagikistan o Uzbekistan sarebbero viste di cattivo occhio dai talebani che in ogni caso a breve diventeranno le autorità reggenti in Afghanistan. Perché dunque provocare i vicini?
In secondo luogo, le basi americane susciterebbero lo scontento della Russia (con la quale le nazioni centroasiatiche intrattengono strette relazioni) e della Cina.
In terzo luogo, anche la popolazione locale sarebbe contro perché la presenza delle basi metterebbe a repentaglio l’indipendenza del Paese ospitante.
Vi sono poi altre minacce, ancor meno evidenti di quelle legate alle basi. Si tratta della richiesta di Washington di accogliere gli afghani che hanno lavorato per gli occupanti americani. Gli USA chiedono a Tagikistan, Uzbekistan e Kazakistan di dislocare temporaneamente sul loro territorio 9.000 cittadini afghani i quali temono una eventuale vendetta da parte dei talebani. Perché gli americani non li accolgono direttamente nel proprio di Paese?
Non vogliono, sebbene formalmente dicono di sì. Ma 9.000 sono soltanto una parte dei potenziali fuggitivi. Il centro immigrazioni ha già ricevuto 18.000 richieste da parte di cittadini afghani per un totale di 70.000 richiedenti (inclusi mogli e bambini). Ma perché vogliono andare proprio in America?
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Ecco perché stanno cercando di trovare loro un posto in Asia centrale: prima promettono di creare delle basi e intanto sovvenzionano il loro soggiorno. È una questione umanitaria? Solo in parte. Infatti, i talebani non vogliono uccidere i collaborazionisti, per loro è sufficiente ostacolare l’attività degli americani. Chiaramente il Tagikistan accoglierà (e già accoglie) profughi dall’Afghanistan, ma in questo caso non stiamo parlando di semplici profughi. Si tratta, infatti, di figure politiche formate per operare in un regime di occupazione la cui presenza nei Paesi vicini sarà percepite dalle nuove autorità di Kabul con poco entusiasmo, per usare un eufemismo.
“Non avete permesso la dislocazione sul vostro territorio di basi americane? Non avete consentito all’intelligence americana di operare ai danni dell’Afghanistan dal vostro Paese? Ma cosa faranno allora nel vostro Paese migliaia di cittadini afghani che lavorano per gli USA e sono dagli stessi stipendiati? Si faranno una vacanza? O attueranno operazioni di intelligence contro l’Afghanistan?”, a queste risposte le nuove autorità talebane risponderanno senza troppa fatica.
L’aspetto forse più importante riguarda i rischi interni per le repubbliche centroasiatiche e in particolare per l’Uzbekistan che gli americani da tempo considerano come la chiave per accedere all’Asia centrale. Consentendo il soggiorno nel proprio Paese di alcune migliaia di “mercenari” americani, Tashkent sta aprendo le porte a collaboratori americani appositamente formati per lavorare per gli USA e non per l’Uzbekistan. Oltre a loro Tashkent otterrà anche altri vantaggi: a cominciare dalle ONG americane e internazionali (che monitoreranno le condizioni di vita degli “afghani americani”) per finire con tutta una serie di “fondazioni democratiche”. Per il Paese che sta vivendo un periodo di riforme, di “rinascita” e che sta conducendo una politica di apertura verso l’esterno grazie al presidente Shavkat Mirziyoyev, i rischi potenziali derivanti da una simile “ingerenza” potrebbero rivelarsi troppo elevati.
Per gli “amici” americani gli interessi del popolo uzbeko non rivestono alcun ruolo: faranno tutto quello che è in loro potere, se necessario. Infatti, gli americani (a differenza dei russi) non hanno nulla che li leghi all’Asia centrale e non percepiscono l’importanza di assumersi alcuna responsabilità per garantire la sicurezza e il benessere della regione. L’esempio dell’Afghanistan è lampante in questo senso.
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L'Uzbekistan continuerà cooperare con gli USA nella sfera militare
Tuttavia, riporre le proprie speranze nella Russia non è sufficiente: l’Uzbekistan, che è diventato di recente osservatore all’interno dell’Unione economica eurasiatica, dovrà ripristinare la propria partecipazione in seno all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva operando una scelta consapevole.
Ora non è affatto il momento di giocare su più fronti ed essere neutrali, indipendentemente dalle intenzioni dietro a un simile approccio. Ma non è soltanto una questione di tempismo.
L’esempio dell’Ucraina prima del 2014 quando Viktor Yanukovic tentò di stare contemporaneamente con l’UE e con l’Unione eurasiatica, con la Russia e con l’Occidente, è stato sotto gli occhi di tutti.
È di certo possibile sperare e persino ottenere investimenti americani multimiliardari, ma alla fine serviranno essenzialmente per sostentare alcune migliaia di “afghani americani”. Senza contare, poi, che così si mette a repentaglio l’indipendenza di un intero Paese.
*Organizzazione terroristica vietata in Russia e in molti altri Paesi.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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