Registrazione avvenuta con successo!
Per favore, clicca sul link trasmesso nel messaggio inviato a

In Italia ogni anno perse tasse per $23 miliardi profitti a causa di paradisi fiscali. Perché?

© Sputnik . Alexei Filippov / Vai alla galleria fotograficaPil
Pil - Sputnik Italia, 1920, 09.07.2021
Seguici su
In Italia arrivano investimenti dall’estero pari a circa il 19% del PIL. In Irlanda, ogni anno, le società straniere che vi investono sono invece pari al 311% del Prodotto Nazionale Lordo locale.
I motivi di questa differenza abissale sono tanti: la nostra giustizia inefficiente, una burocrazia elefantiaca, leggi spesso complicate e addirittura astruse e una tassazione sugli utili aziendali molto più elevata di quella proposta da altri Paesi.
Su giustizia e burocrazia il PNRR si propone di intervenire e tutti ci auguriamo che l’operazione riesca anche perché i soldi del Recovery Fund sono vincolati alla riuscita di quegli interventi. Per quanto riguarda la tassazione, un passo in avanti per cercare di evitare l’elusione fiscale praticata dalle grandi aziende internazionali (e anche italiane) è arrivato dalla decisione dei Paesi dapprima del G7, poi del G20 e infine dell’OCSE di istituire una tassa minima a carico delle aziende multinazionali, indipendentemente da dove si trovi la loro sede fiscale ufficiale.
Fino ad ora le intese internazionali prevedono che ogni società paghi le imposte nel Paese in cui ha la propria sede principale. Ciò aveva avuto un senso fino a che non esisteva quella libera circolazione dei capitali come quella attualmente praticata da quasi tutti i Paesi del mondo.
Il risultato di quel meccanismo ha però portato a due conseguenze: la prima è consistita nella fuga di tutte le grandi imprese verso i Paesi che offrivano una tassazione più allettante, la seconda che si è innescata una corsa globale al ribasso delle imposte sugli utili aziendali.
Per fare un esempio di ciò che significa per noi, basta pensare che l’Italia ogni anno perde la possibilità di tassare più di 23 miliardi di dollari di profitti a causa di paradisi fiscali che esistono. Ciò contando solamente quelli esistenti dentro i confini dell’Europa. Nella sola Irlanda (ma potremmo aggiungere Olanda, Lussemburgo, Ungheria, Slovenia ecc.) sono 6 i miliardi non tassati altrove che cadono sotto la giurisdizione di Dublino.

Com'è possibile?

Il meccanismo è semplice: attraverso la cessione verso la casa madre dei diritti di proprietà intellettuale o le vendite fatte su triangolazione oppure ancora con altri escamotage inventati dagli specialisti del settore, molte società risultano in perdita nei Paesi a più elevata tassazione, anche se lì realizzano gran parte del fatturato mentre i profitti sono accumulati nei Paesi fiscalmente più generosi. E’ utile ricordare che in Italia la tassazione media sugli utili è del 24%, in Irlanda del 12,5%, in Ungheria solo del 9%.
Secondo l’OCSE ogni anno i governi del mondo che ne avrebbero diritto perdono tra gli 85 e i 200 miliardi di euro in proventi fiscali. Se applicato, il nuovo meccanismo potrebbe garantire entrate fresche per almeno 125 miliardi di Euro di cui 48 a favore del fisco statunitense e 40 di quelli europei. Il meccanismo previsto, discusso e approvato definitivamente in questi giorni a Venezia nell’incontro del G20 dei Ministri dell’Economia e dei banchieri centrali, prevede due punti.
Il primo: le multinazionali che fatturano oltre venti miliardi di dollari e accumulano utili superiori al 10% vedranno tassato tra il 20 e il 30% dei profitti superiori a quel 10% nei Paesi in cui realizzano il loro fatturato. Il secondo: tutte le imprese che registrano ricavi a livello internazionale superiori a 750 milioni di dollari saranno tassate sui loro utili ad opera dei Paesi in cui sono attivi con una aliquota del 15%. Sembra che restino escluse le società operanti nel settore estrattivo, in quello dei trasporti internazionali e, in parte, nei servizi finanziari.
Lo scopo è di cercare di porre almeno un rimedio parziale alle delocalizzazioni quando dettate da motivi fiscali.
L’accordo raggiunto dai Paesi del G20 è stato approvato anche da 131 dei 139 Paesi membri dell’OCSE incluso Cina, Russia, Turchia e India. Il PIL globale di tutti questi Paesi supera il 90% del totale mondiale.
Venezia - Sputnik Italia, 1920, 09.07.2021
Al via il G20 economico a Venezia: verso l'ok alla tassa minima globale per le multinazionali

Tutto fatto, dunque? Purtroppo, non ancora

Anche se a Venezia ci fosse un accordo tra tutti i partecipanti, ci sono ancora otto Paesi che hanno già dichiarato di non volersi adeguare. La notizia peggiore è che quattro di questi otto Stati fanno parte dell’Unione Europea e sono: Irlanda, Estonia, Ungheria e Cipro. Gli altri sono il Kenya, la Nigeria, lo Sri Lanka e le isole caraibiche di Barbados e Grenadine. Mentre Kenya e compari possono fare ben poco per opporsi a una decisione presa a livello internazionale, il vero grande ostacolo sulla riuscita finale dell’intesa, saranno proprio i Paesi europei.
Secondo le normative dell’Unione, in materia di tassazione a Bruxelles è richiesta l’assoluta unanimità e non ci sarebbe da stupirsi se in particolare l’Ungheria, già soggetto e oggetto di altri contenziosi aperti con l’Unione Europea, metta sul tavolo con forza anche un ricatto su questo tema. Per l’Irlanda sarà più facile accettare un accordo, sia perché l’attuale differenza tra il 15 e l’applicato 12,5% non è gran cosa sia perché i problemi aperti sul confine con la Gran Bretagna nell’Irlanda del Nord la rendono naturalmente più sensibile a eventuali pressioni in arrivo da Bruxelles.
Di là da quanto deciso a Venezia, la data definitiva per poter procedere dal 2022 sarà il prossimo ottobre. Vedremo se prima di quel momento l’Ungheria avrà finito di tenerci tutti sotto ricatto o se sarà arrivata a più miti consigli su questo e sugli altri punti già aperti.
Opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
Notizie
0
Prima i più recentiPrima i più vecchi
loader
LIVE
Заголовок открываемого материала
Per partecipare alla discussione
accedi o registrati
loader
Chats
Заголовок открываемого материала