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Il M5S si spacca sulla Giustizia, ma per gli esperti il governo va nella direzione giusta

© AFP 2021 / Tiziana FabiMarta Cartabia, ministra della Giustizia
Marta Cartabia, ministra della Giustizia - Sputnik Italia, 1920, 09.07.2021
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Il costituzionalista Michele Ainis a Sputnik Italia: "Sulla prescrizione lo sforzo di trovare un punto di equilibrio tra il principio di legalità e la ragionevole durata dei processi va nella giusta direzione".
L’ok del Consiglio dei ministri alla riforma della giustizia della Guardasigilli Marta Cartabia è l’ennesimo terremoto che scuote il Movimento 5 Stelle. L’ex ministro Alfonso Bonafede via social attacca i ministri del suo partito, in primis Luigi Di Maio, rei di essersi piegati con “timoroso e ossequioso” benestare al compromesso raggiunto sulla prescrizione, anziché astenersi. Critico sul punto anche l’ex premier, Giuseppe Conte.
E c’è chi, come Giulia Sarti, deputata pentastellata e membro della commissione Giustizia alla Camera, chiede di ritirare il sostegno al governo Draghi. “Non ci sono più le condizioni per restare”, scrive sui social. Nel frattempo l’ala governista si difende rivendicando di aver impedito la cancellazione della riforma Bonafede, mantenendone i princìpi fino al primo grado di giudizio.
“Quest’esecutivo quando è nato aveva come orizzonte la campagna vaccinale, la lotta alla pandemia e le riforme necessarie per poter accedere ai fondi europei, è normale che quando entrano in campo i diritti è molto più difficile tenere insieme delle forze politiche che sono molto lontane l’una dall’altra”, commenta Michele Ainis, professore di Diritto Pubblico, costituzionalista, editorialista e scrittore, raggiunto al telefono da Sputnik Italia.
“Quella della giustizia è una riforma necessaria perché ce la chiede l’Europa – spiega –, ma allo stesso tempo è una riforma che riguarda i diritti e quindi rappresenta un elemento critico: ora bisognerà capire se lo sarà al punto tale da comportare una crisi del governo o una spaccatura definitiva dei Cinque Stelle, per cui due stelle rimarranno al governo e tre all’opposizione”.
L’oggetto del contendere è la nuova disciplina della prescrizione. La soluzione raggiunta dalla ministra Cartabia prevede lo stop dell’istituto dopo la sentenza di primo grado e tempi tassativi da non superare - due anni per i processi d’appello e uno per la Cassazione -, oltre i quali può essere dichiarata l’improcedibilità.
“Penso che lo sforzo di trovare un punto di equilibrio tra il principio di legalità e di repressione dei reati e di certezza delle pene da un lato, e dall’altro le garanzie dell’imputato e la ragionevole durata dei processi per cui abbiamo già subito diverse condanne dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, vada nella direzione giusta”, afferma Ainis.
La nuova disciplina della prescrizione, sottolinea l’esperto, “dovrebbe consentire di sveltire l’iter dei processi senza arrivare, come è successo in passato con un carico di 170mila prescrizioni l’anno, che sono altrettanti delitti senza castigo”.
Le nuove regole, però, non si applicheranno ai reati gravi e, appunto, imprescrittibili, come omicidi, mafia, terrorismo, stragi. A questi è stata aggiunta anche la corruzione, proprio per tendere la mano al M5S. Un compromesso politico, insomma, che però non convince gli addetti ai lavori.
“La corruzione è senza dubbio un reato odioso, - argomenta Ainis - ma nel momento in cui riceve lo stesso trattamento di reati puniti con l’ergastolo, si contraddice la massima che risale ad Aristotele secondo cui casi diseguali non possono ricevere un trattamento uguale e, viceversa, casi uguali non devono ricevere un trattamento diseguale. Qui abbiamo dei reati diseguali che ricevono lo stesso trattamento processuale e questa diventa una ferita al principio di eguaglianza”.
Per il costituzionalista, inoltre, la riforma approvata ieri a Palazzo Chigi, che ora dovrà passare per il Parlamento, affronta in modo marginale il nodo delle risorse.
“Quello del numero dei giudici, dei cancellieri e delle risorse strumentali a mandare avanti la macchina della giustizia, forse viene percepito come un argomento meno nobile rispetto ai grandi, ma di fatto – conclude il professore – sono loro che fanno funzionare tutto”.
Ora la palla passerà alle Camere. Ieri il premier, Mario Draghi, dopo l’accordo raggiunto a Palazzo Chigi, ha chiesto alle forze politiche che compongono la sua maggioranza di mostrarsi leali in Parlamento. Ma alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, come l’ex ministro Toninelli già chiedono di appellarsi al voto degli iscritti. Insomma, i “contiani” sono già pronti a dare battaglia in aula.
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