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Duello Conte-Grillo, Giannuli: "Scissione inevitabile"

© Filippo AttiliGiuseppe Conte, sullo sfondo il portavoce Rocco Casalino
Giuseppe Conte, sullo sfondo il portavoce Rocco Casalino - Sputnik Italia, 1920, 06.07.2021
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Lo scontro fra i due Giuseppe ha affossato il Movimento 5 Stelle nei sondaggi, da cui emerge un elettorato nettamente schierato dalla parte dell'ex premier Conte, che sembra uscire vincitore per acclamazione. Tuttavia Beppe Grillo possiede il simbolo del M5S e non può essere sfiduciato per statuto.
I sette pontisti hanno preso tempo per la mediazione, che non sarà più una negoziazione di 3 giorni, ma potrebbe durare anche due settimane. Nel frattempo i sondaggi di Swg per il tg di Enrico Mentana, mostrano l'elettorato del M5S nettamente schierato dalla parte di Giuseppe Conte che, se entrasse nell'arena politica con un suo partito avrebbe il 12,7%.
Sputnik Italia ha chiesto un commento al professor Aldo Giannuli, storico e accademico, considerato tra ideologi del movimento, che però risponde di non credere molto ai sondaggi e che la crisi del Movimento arriva da lontano.
Professor Giannuli, ultimi sondaggi mostrano che il 72% degli elettori del M5S si schiera dalla parte di Giuseppe Conte, mentre solo il 7% sta con Beppe Grillo. Come commenta questi dati?
— Il duello Grillo-Conte non è la crisi del movimento, semmai il colpo di grazia. La crisi era già iniziata da molto prima. E' possibile che Conte piaccia perché crea l'illusione di rimettere in piedi il M5S.
Probabilmente c'è una fetta di elettorato che pensa che Conte abbia una formula per uscire dal pantano e Grillo, invece, no. Però la cosa è più complicata di come sembra. Conte ha davanti a sè due ostacoli. Primo, non ha il simbolo, perché quello è di proprietà di Grillo. Secondo, adesso avremo le amministrative. Con chi si presenta?
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— Se il tentativo di mediazione riuscisse, come ne uscirebbe Beppe Grillo?
— Per come conosco Beppe non penso che alla fine accetterà. Ma se accettasse, il problema sucessivo sarebbe quanto durerà l'intesa. E' chiaro che chi cede perde la faccia. Non ci credo molto.
— Perché?
— Il vero problema è che Conte vuole fare una cosa completamente diversa da quella di Grillo, ecco perché non vedo una possibilità di mediazione.
Grillo ha creato un movimento di protesta antisistema. Ha accettato mille mediazioni politiche di alleanza, ma per un fatto meramente tattico, non strategico. Invece Conte vuole un partito moderato interno al sistema. Vuole fare una brutta copia della DC.
Secondo me tutti e due sono fallimentari e condannati a prendere una batosta. La cosa meno credibile è che questi due progetti così incompatibili fra loro riescano a convivere.
Dice che la scissione è inevitabile?
— I pasticci si possono sempre fare, i sette possono trovare un accordo che duri quattro mesi e poi di nuovo spaccarsi, per carità. Però qui il problema non è quello di trovare un compromesso, di cedere qualcosa in cambio di un'altra. Il punto è che le strade si separate, un pezzo di movimento vuole andare da un lato e un altro nella direzione opposta. Non c'è un punto di incontro.
Se si dovesse arrivare ad una scissione quale scenario si aprirebbe sul governo?
— Anche qui ci sarebbero una serie di pasticci, ma non subito, perché entrambi i pezzi continuerebbero a sostenere Draghi, il quale ad un certo punto sarà costretto a scegliere un interlocutore al posto dell'altro.
Realisticamente sceglierà Conte, anche se è più conflittuale verso di lui, però è più simile, più interno al sistema, e soprattutto la delegazione dei ministri è tendenzialmente contiana. Non ci sarà una crisi di governo. Siamo alle soglie del semeste bianco, quindi ci sarà una sopravvivenza più o meno stentata del governo almeno fino all'elezione del Presidente della Repubblica.
Ritiene che oltre al conflitto fra i due leader, ci siano delle divergenze di visione politica internazionale, come il collocamento del movimento rispetto alla Cina?
— Sono tutte cose che vengono di conseguenza. Vi sono incompatibilità caratteriali fortissime, che hanno il loro peso. A questo si aggiungono le diversità di progetto politico da cui poi derivano le differenze di soluzione politica. In questo contesto va inserita la questione della Cina.
Qual è stato il peccato capitale del M5S?
— Più che l'errore, il vero problema del M5S è stata la morte di Gianroberto Casaleggio, la vera testa politica, lo stratega, il poeta del movimento. Beppe era il frontman, era l'uomo della comunicazione, non lo stratega. Per un po' è riuscito a tenere le fila del movimento.
Il vero problema è stata l'ascesa di Luigi Di Maio, quanto di più lontano dal progetto originario dei cinquestelle, quanto di meno capace, quanto di meno politicamente duttile. Quindi la peggior mediazione possibile.
Sarebbe stato meglio Di Battista?
— No, sarebbe stato meglio capire che in quel momento che nessuno poteva essere il capo politico. Allora si sarebbe dovuta fare la segreteria ed il gruppo dirigente collegiale. Adesso è troppo tardi.
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