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Raisi complica i disegni di Biden, costringendolo a passare all’offensiva

© AFP 2021 / ATTA KENAREIl capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.
Il capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.  - Sputnik Italia, 1920, 30.06.2021
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Contrariamente alle aspettative precedentemente espresse, e condivise anche da un peso massimo come Vali Nasr, il neo-eletto presidente iraniano Ebrahim Raisi si è presentato al pubblico internazionale annunciando una serie di chiusure nette nei confronti del resto del mondo ed in particolare dell’Occidente.
Nessun negoziato con gli Stati Uniti – ha affermato in una conferenza stampa alla quale erano presenti le maggiori testate giornalistiche del pianeta – sarà possibile se Washington non rimuoverà le sanzioni imposte contro Teheran e tenterà di includere nelle trattative questioni esterne al dossier nucleare.
La Repubblica Islamica non accetterà, in particolare, alcuna prospettiva che implichi la limitazione dell’arsenale missilistico iraniano e la rinuncia alla politica di sostegno alle milizie islamiste che caratterizza da lungo tempo la postura regionale di Teheran.
Naturalmente, seppure non del tutto inaspettata, questa sortita è stata una doccia fredda per tutti coloro – e sono tanti alla corte del presidente Biden – che speravano di poter presto ricucire i rapporti e dischiudere le porte ad un autentico processo di riconciliazione tra l’Iran e gli Stati Uniti.
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Le conseguenze non si sono fatte attendere. Gli americani hanno preso di mira alcuni proxy di Teheran, attivi nei pressi della frontiera tra Iraq e Siria, uccidendone diversi in alcuni raid aerei in modo forse meno eclatante, ma sostanzialmente simile a quello prescelto a suo tempo da Trump per eliminare il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani.
È naturalmente troppo presto per concludere che tra Stati Uniti ed Iran non possa svilupparsi più in là un dialogo utile: ciò che appare certo è che ci vorrà tempo per arrivarci. E nel frattempo forse tornerà di nuovo in auge la controversa strategia della “massima pressione” già attuata dal tycoon.
Quanto è avvenuto favorisce, ovviamente, il consolidamento dei rapporti israelo-americani, che dopo l’avvento di Biden alla Casa Bianca e prima della nascita del nuovo governo Bennett avevano subìto importanti attriti.
In pratica, il riorientamento della politica mediorientale degli Stati Uniti sembra destinato ad andare incontro quanto meno ad una pausa di riflessione, durante la quale gli elementi di continuità con il quadriennio di Trump saranno probabilmente più evidenti.
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Lo si è constatato anche nel corso della recente visita del Segretario di Stato americano Anthony Blinken a Roma, durante la quale si sono svolti numerosi incontri diplomatici, non soltanto nell’ambito delle relazioni bilaterali con l’Italia, che pure sono state sottoposte ad una importante verifica, che ha riguardato la situazione mediterranea e i rapporti del Bel Paese con la Cina.
Nella capitale italiana, in effetti, Blinken ha visto anche il capo della diplomazia israeliana, Yair Lapid, e quindi partecipato al summit della coalizione internazionale che combatte contro il Daesh.
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In queste circostanze, tra le altre cose, è stato ribadito il sostegno di Washington agli accordi di Abramo ed al loro allargamento ad altri paesi, cosa che non era parsa finora così scontata, a dispetto degli annunci formali fatti in tal senso.
Quanto alla prosecuzione delle operazioni contro lo Stato Islamico – cui per la prima volta stanno partecipando anche gli aerei imbarcati sulla portaerei britannica Queen Elizabeth - diversi osservatori hanno espresso il dubbio che nei contatti al margine del vertice di Roma si sia discusso anche dell’Iran, malgrado iniziative militari dirette nei suoi confronti sembrino per ora da escludere.
Il Medio Oriente, peraltro, non è l’unico focolaio di tensioni attivo. Bagliori continuano infatti a giungere anche dal Mar Nero, a causa dello sconfinamento di una nave da guerra inglese nelle acque territoriali della Crimea e della conseguente reazione militare russa.
Il significato operativo e simbolico della missione del Carrier Strike Group 21 allestito da Londra attorno alla propria ammiraglia continua a non essere del tutto compreso. La Royal Navy sta cercando di ricavare al proprio paese nuovi spazi di manovra, funzionalmente al disegno di recuperare al Regno Unito un ruolo importante in scacchieri dai quali era da tempo assente.
L’attraversamento del Mediterraneo è stato compiuto con modalità ed un’assertività che non si vedevano da decenni, specialmente nel tratto tirrenico, determinando anche qualche risentimento, appena mascherato dall’iniziativa diplomatica che ha portato i ministri della difesa di Italia, Gran Bretagna e Turchia ad incontrarsi ad Augusta.
L’idea britannica sembra essere quella di agire in sintonia con gli Stati Uniti, esponendosi più fortemente in tutti i casi in cui Washington preferisca rimanere sullo sfondo, ottenendo in cambio riconoscimenti di status e il “permesso” di tornare a proiettare influenza ben al di là del cortile di casa.
L’effetto nel Mar Nero è stato quello di materializzare un nuovo incremento della pressione complessiva sulla Russia, di cui potrebbe presto esser parte anche l’adozione di nuove sanzioni, oltre al permanente interesse per le sorti di Alexei Navalny, che il Dipartimento di Stato americano non cessa di ricordare alle proprie controparti moscovite.
Non stupisce in queste condizioni e stanti queste premesse che la Federazione Russa e la Repubblica Popolare abbiano annunciato l’estensione del trattato bilaterale di buon vicinato, amicizia e cooperazione che le lega da tempo e si è recentemente approfondito anche in campo militare.
La cooperazione tra Cina e Russia - Sputnik Italia, 1920, 28.06.2021
Cina e Russia annunciano l'estensione del trattato di amicizia
Si tratta infatti della logica conseguenza del radicarsi a Mosca di una percezione di rigetto ed ostilità da parte occidentale, cui ha contribuito anche il fallimento del tentativo operato da alcuni paesi europei di rilanciare il dialogo tra Bruxelles e Mosca.
Attraversiamo una fase complessa e dinamica della vita politica internazionale, nella quale l’instabilità appare in aumento e la collaborazione tra le maggiori potenze del pianeta sarebbe altamente auspicabile, ben al di là del circoscritto, seppur importante, ambito del controllo degli armamenti strategici. Invece, si ha come la sensazione che la competizione si allarghi di continuo e non incontri più veri argini, cosa che costituisce un pericolo per la pace e la sicurezza mondiale.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
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