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L’Europa ha tanta voglia di Russia

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaPutin osserva dal suo aereo presidenziale
Putin osserva dal suo aereo presidenziale  - Sputnik Italia, 1920, 27.06.2021
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Dietro il tentativo franco tedesco di rilanciare i rapporti con Mosca c'è il desiderio di smarcarsi dalla linea Usa troppo penalizzante dal punto di vista economico e politico.
Nonostante la discesa in campo dei due pesi massimi europei col sostegno dell’Italia ha prevalso il veto di Paesi Baltici e Polonia.
Dimostrando come l’Europa sia una potenza in campo economico, ma una Lilliput in campo politico e diplomatico.
In Europa c’è tanta voglia di Russia. I primi ad ammetterlo sono Emmanuel Macron e Angela Merkel. Non a caso al Consiglio Europeo chiusosi venerdì 25 giugno hanno tentato inutilmente di rilanciare le relazioni con Vladimir Putin.
Una posizione concretizzatasi con la richiesta avanzata dagli ambasciatori di Berlino e Parigi d’includere nelle conclusioni del Consiglio l’invito “a una cooperazione selettiva con la Russia in aree di interesse per l’Ue” e ad una revisione dei “format di dialogo con la Russia esistenti, inclusi gli incontri fra leader”.
© Sputnik . Mikhail Klimentyev / Vai alla galleria fotograficaOttobre 27, 2018, L'incontro sulla Siria tra Vladimir Putin, Emmanuel Macron, Angela Merkel e Recep Tayyip Erdogan
Ottobre 27, 2018, L'incontro sulla Siria tra Vladimir Putin, Emmanuel Macron, Angela Merkel e Recep Tayyip Erdogan - Sputnik Italia, 1920, 27.06.2021
Ottobre 27, 2018, L'incontro sulla Siria tra Vladimir Putin, Emmanuel Macron, Angela Merkel e Recep Tayyip Erdogan
Dietro l’iniziativa, bocciata per iniziativa di quell’Europa russofobica, ma assai minoritaria dal punto di vista economico e demografico che spazia dai Paesi Baltici alla Polonia, con il sostegno di Svezia e Olanda, c’era l’intento di non lasciare il monopolio dei rapporti con Mosca nelle mani di Washington.
Al di là dell’evidente frattura creatasi sul versante nord orientale europeo quel che ha più impressionato è stata la rapidità con cui i due principali paesi europei hanno archiviato l’entusiasmo e la fedeltà esibite di fronte a Biden durante il G7 di due settimane prima.
La spiegazione del repentino voltafaccia è quanto mai evidente. L’entusiasmo e le riverenze regalate al nuovo inquilino della Casa Bianca derivavano più dal sollievo per la fine dell’era Trump che dall’entusiasmo per i nuovi orizzonti indicati da Washington.
Nella settimana intercorsa tra l’arrivo di Joe Biden al G7 in Cornovaglia e la fine del summit della Nato sia Macron, sia la Merkel hanno intuito che anche la nuova amministrazione è ben lontana dal voler concordare la “linea atlantica” con un’Europa considerata più gregaria che alleata.
La determinazione con cui Biden e i suoi consiglieri hanno imposto non solo lo scontro aperto con la Cina, ma anche la continuazione di una energica contrapposizione politica, economica e militare con la Russia ha lasciato seriamente interdetti Parigi e Berlino.

Il controsenso della Russia "nemico"

Il primo dubbio di entrambi è di natura geo-politica. Per Berlino, come per Parigi, l’equiparazione di Mosca e Pechino sul fronte dei nemici rappresenta un controsenso. Nell’ottica europea la pretesa americana di trasformare Mosca in un nemico “assoluto” spinge inevitabilmente il baricentro russo sempre più al di là degli Urali avvicinandolo pericolosamente alle rive dell’Ussuri e ai confini cinesi.
Quella pulsione contro-natura - oltre a spingere Mosca nelle braccia di Pechino, rendendo inevitabile la nascita di una formidabile alleanza politica, economica e militare - finisce non con il privare l’Europa di materie prime e risorse energetiche vitali, negandole lo sbocco naturale per i suoi manufatti e per la sua tecnologia industriale.
Questo riguarda in primo luogo la Germania, già duramente penalizzata dall’involuzione dei rapporti seguita alla crisi ucraina. Una penalizzazione innescata da quel “l’Europa si fotta” pronunciato nel 2014 dall’allora sottosegretario agli esteri Victoria Nuland.
In seguito al quel “pronunciamento” e alla decisione europea di sanzionare Russia con misure analoghe a quelle decise da Washington le esportazioni tedesche verso la Russia, arrivate, nel 2013 oltre la soglia dei 50 miliardi di euro sono state più che dimezzate. Risalite con fatica oltre quota 300 miliardi nel 2019 per venir nuovamente affossate dal Covid rischiano di non risollevarsi più in caso di nuovi attriti con Mosca.
Ma a rendere ancor più asfissiante il peso delle politiche americane s’aggiunge la pressione esercitata per convincere Berlino a rinunciare al Nord Stream Due. Pur di impedire il completamento di un gasdotto vitale per dribblare l’Ucraina - evitando i blocchi imposti in passato da Kiev e le conseguenti mancate forniture a Berlino - Washington è arrivata a minacciare sanzioni contro le aziende tedesche coinvolte nell’ultima fase dei lavori.
Una minaccia ritirata solo durante il G7 che però ha convinto sia la Merkel, sia i suoi successori, della necessità di riavviare un dialogo con Mosca totalmente autonomo rispetto alla linea di contrapposizione perseguita e imposta da Washington.
Una svolta adottata anche in vista delle elezioni per il rinnovo del Bundestag del prossimo settembre. Alle urne molti industriali e imprenditori tedeschi, penalizzati dalle scelte anti-russe perseguite dopo il 2014, potrebbero infatti scegliere di abbandonare la Cdu.

Calcolo elettorali anche a Parigi

Ma la svolta filo-russa è ben vista anche a Parigi. Macron considera i rapporti con Putin fondamentali per qualsiasi iniziativa diplomatica dall’Europa al Medioriente. E sa bene che un eccessivo allineamento con gli Stati Uniti rischia di comprometterlo su tutti i fronti garantendo più voti sia alle sinistre sia, a destra, alle formazioni neo-golliste e al partito di Marine Le Pen.
Al di là delle elezioni Macron guarda anche al fronte diplomatico. Il Presidente francese è ben consapevole che solo un costante dialogo con Mosca può garantirgli un ruolo preminente nei negoziati per la soluzione della crisi ucraina. Non a caso già nell’estate 2019 invitò Vladimir Putin nella sua residenza estiva per discutere una possibile soluzione della crisi.
© Sputnik . Alexey Druzhinin / Vai alla galleria fotograficaMacron e Putin durante l'incontro bilaterale del 19 agosto a Fort de Brégançon
Macron e Putin durante l'incontro bilaterale del 19 agosto a Fort de Brégançon - Sputnik Italia, 1920, 27.06.2021
Macron e Putin durante l'incontro bilaterale del 19 agosto a Fort de Brégançon
Ma la Francia, in qualità di ex-potenza coloniale, guarda a Mosca anche per tornare in gioco sul fronte siriano e nel contesto mediorientale.
Se Merkel e Macron erano pronti a giocare il ruolo di portabandiera sulla pista del nuovo dialogo con Mosca, Mario Draghi era pronto a seguirne le orme.
Il nostro premier - seppur attento a muoversi in maniera assai cauta per non compromettere le relazioni personali con Biden - aveva infatti approvato l’iniziativa di Macron e Merkel.
Anche perchè, come il nostro Presidente del Consiglio ben sa, neppure all’Italia farebbe male recuperare qualcosa su quel fronte delle esportazioni con Mosca precipitate, grazie alle sanzioni Ue, dagli oltre 14 miliardi del 2013 agli appena otto del 2020.
Ma a bloccare i progetti di apertura a Mosca abbozzati da Germania, Francia e Italia, tre paesi che insieme rappresentano il 47 per cento della popolazione europea e il 54,9 del suo Pil, sono bastati i “no” di Polonia e Paesi Baltici sostenuti da Svezia e Olanda.
Un sestetto che insieme non arriva al 13,7 per cento del Pil europeo, ma che in base alle regole del Consiglio Europeo è bastato a imporre il veto all’iniziativa franco tedesca. Un altro segnale di come l’Europa resti una potenza sul fronte economico, ma un’impotente e minuscola Lilliput sul fronte politico-diplomatico.
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