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Baby gang all’assalto delle città, come “punire” i più piccoli?

© AP Photo / Alessandra TarantinoLezione in una delle scuole a Roma dopo la riapertura, Italia
Lezione in una delle scuole a Roma dopo la riapertura, Italia - Sputnik Italia, 1920, 27.06.2021
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Reati di rapina, aggressioni, lesioni personali e minacce. Quello delle baby gang è un fenomeno preoccupante che vede protagonisti gli adolescenti e i più piccoli. Dopo il lockdown e la fine delle restrizioni la violenza di questi gruppi è letteralmente esplosa nelle città italiane. Perché?
A Parma è stata recentemente fermata la baby gang che da mesi terrorizzava i giovani della città aggredendo e derubando i propri coetanei. Il caso di Parma non è isolato, le baby gang sono un problema in tutto il Paese e il complesso periodo della pandemia ha solo peggiorato la situazione.
Che cosa spinge i giovani ad usare la violenza in gruppo? Come “punire” gli aggressori più piccoli visto che l’opzione del carcere non è praticabile per questioni di età? Sputnik Italia ne ha parlato con Marco Lazzarotto Muratori, psichiatra e psicoterapeuta.
È stata sgominata qualche giorno fa a Parma una baby gang che terrorizzava e derubava i ragazzini. Arrestati alcuni membri del gruppo, al vaglio la posizione dei minorenni. È un fenomeno che interessa tutta l’Italia. Marco Lazzarotto Muratori, che cosa spinge i ragazzi a commettere atti di violenza?
— La situazione è peggiorata durante la pandemia. A causa delle restrizioni che sono state imposte durante la pandemia il fenomeno si è inasprito, si è andato a reprimere un problema che non è stato curato. La problematica non è stata affrontata né elaborata, ma è stata repressa e tenuta al chiuso nelle case. Nel momento in cui le restrizioni sono venute meno, il fenomeno si è aggravato, perché è esploso con tutta quella forza che nasce dalla repressione, la quale genera un accumulo di energia. Abbiamo visto il fenomeno delle risse nelle piazze fra giovanissimi, vi è un problema della gestione della rabbia fra i giovani che è più frequentemente incontrollata. I giovani sembrano incapaci di gestire la propria rabbia in questo momento e sembrano ansiosi di sfogarla nell’immediato. C’è anche un altro genere di problema secondo me.
Quale?
— Le baby gang sono un fenomeno che interessa soprattutto i giovanissimi, spesso suggestionati dai testi di alcune canzoni di rapper e trapper, artisti che cantano la rabbia dei giovani. I giovani che ascoltano queste canzoni sembrano incapaci di interpretarle, le applicano alla lettera. Molti di questi testi sono intrisi di violenza, i giovani non rielaborano quello che leggono. Loro vivono queste canzoni senza filtri.
Questo succede perché è venuta meno la capacità di fare da filtro da parte delle famiglie. Vediamo in questo momento un indebolimento di quelli che sono i pilastri istituzionali, anche della legge. Questo indebolimento generale trova un punto di raccordo nelle famiglie non più in grado di accompagnare i giovani nella comprensione della realtà. I giovani sono lasciati da soli davanti agli schermi dei loro computer e dei loro telefoni, ascoltano questi testi ripetendoli come se fossero filastrocche. Sono testi pieni di violenza, testi che parlano di guadagni facili, di armi. I giovani poi vivono sull’onda di questa ispirazione.
Al problema delle baby gang, diffuso in tutta Europa, non esiste una soluzione giuridica. I minorenni di queste bande non finiscono in galera. Come “punire” i più piccoli?
— È un problema che riguarda il legislatore ma che interroga anche noi, chi fa il nostro mestiere. Il problema è che spesso questi giovani sanno che non potranno essere puniti e quindi forti di questa consapevolezza tendono a sentirsi protetti nelle espressioni delle loro azioni violente.
Secondo me innanzitutto bisogna agire sulle famiglie, ci vuole un percorso di sostegno alla genitorialità. I genitori oggi sembrano non essere più capaci di fare i genitori, è una cosa sotto gli occhi di tutti. La famiglia come istituzione si è indebolita perché questi giovanissimi sembrano non riuscire a riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non hanno il senso del bene e del male, è come se la realtà per loro fosse un grandissimo videogioco. Serve quindi un’educazione alla genitorialità. Queste famiglie sono le stesse che delegano alle scuole l’intera responsabilità educativa dei ragazzi.
Allo stesso tempo anche la scuola è stata delegittimata in questi anni, è diventata più fragile. Spesso i genitori si coalizzano con i figli contro gli insegnanti per dei brutti voti. Bisogna quindi rinforzare le istituzioni famigliare e scolastica. I ragazzi delle baby gang possono imparare dai propri errori nel momento in cui vengono applicate delle misure che li costringano a dei lavori socialmente utili all’interno di strutture per disabili o per la conservazione dei beni artistici culturali. Questi ragazzi spesso vandalizzano proprietà pubbliche ed opere d’arte, creano danni nelle città.
Auto e furgone carabinieri  - Sputnik Italia, 1920, 24.06.2021
Parma, arrestata la banda dei bulli che derubavano gli adolescenti
— È stato un anno e mezzo difficile per tutti, ma possiamo dire che si è prestata poca attenzione soprattutto nei confronti degli adolescenti da un punto di vista psicologico?
— Certo, loro sono quelli che hanno sofferto di più. L’applicazione delle restrizioni su un adolescente è molto più dura che per un adulto, il quale è in grado di elaborare la restrizione e di interpretarla alla luce degli accadimenti contemporanei. Un adolescente patisce la limitazione di non poter vedere gli amici, la ragazza o il ragazzo. Per un adolescente è più difficile tollerare la frustrazione del “no”, del divieto. I giovani sono stati abbandonati alla DAD, lo strumento con cui si pensava di curare tutti i mali, ma in realtà la didattica a distanza significava per questi ragazzi stare ore e ore davanti ad uno schermo. La DAD ha snaturato l’insegnamento, ha devitalizzato la prospettiva dell’apprendimento e ha gettato i ragazzi nella solitudine. I ragazzi erano soli. Non mi aspettavo che i ragazzi avrebbero retto così tanto.
L’esplosione di violenza nel momento in cui le restrizioni sono venute meno ce lo conferma. Nelle città dove vivo io, Rimini ed Ancona, nelle piazze ci sono state un sacco di risse: gli adolescenti si davano appuntamento in piazza per fare a botte.
— Per prevenire atti di violenza e di bullismo che cosa occorre fare a partire dalla scuola? Andrebbe introdotta in modo capillare la presenza dello psicologo?
— Lo psicologo sì, ma occorre insegnare educazione civica. Bisogna dare importanza nelle scuole agli aspetti che hanno a che fare con il volontariato, con la possibilità di comprendere l’importanza della cosa pubblica e delle relazioni con gli altri. È importante educare al rispetto per gli altri, lo capiscono solo se riescono a metterlo in pratica. L’insegnamento migliore deriva dall’esperienza.
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