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Gli americani se ne vanno, finisce la pace: qual è il destino dell’Afghanistan?

© AP Photo / Hoshang HashimiI militari delle truppe americane in Afghanistan
I militari delle truppe americane in Afghanistan  - Sputnik Italia, 1920, 26.06.2021
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Sparatorie, attacchi terroristici, imboscate sulle autostrade: con il ritiro dei contingenti NATO dall’Afghanistan la situazione nel Paese è peggiorata in maniera sensibile.
I talebani, che gli americani non sono riusciti a neutralizzare in 20 anni di presenza, stanno riacquisendo forza. Oggi l’organizzazione estremista controlla buona parte del Paese e sta acquisendo sempre più influenza sulle nazioni vicine.

Attacchi armati

Si ricordi che gli USA e i loro alleati hanno cominciato il ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan il primo maggio. I contingenti stranieri dovranno abbandonare definitivamente il Paese entro l’11 settembre 2021, ossia in occasione del ventesimo anniversario dell’attacco terroristico alle Torri gemelle che segnò l’inizio della lotta statunitense al terrorismo.
Il presidente USA Joe Biden sottolinea che questo processo non subirà accelerazioni e minaccia i talebani di una risposta ferma qualora i combattenti tentino di generare una escalation della situazione nel Paese. Tuttavia, questa minaccia non ha sortito alcun effetto tra gli estremisti che già da alcune settimane stanno attaccando le forze governative e hanno ripreso le operazioni belliche in buona parte dell’Afghanistan.
I talebani hanno occupato estesi territori rurali, hanno attaccato le grandi città. L’11 giugno hanno attaccato centri urbani nella provincia di Ghowr. In esito all’incursione i banditi hanno ucciso 20 gendarmi e ne hanno feriti altrettanti. Stando ai media afghani, dopo i combattimenti il luogo è passato interamente sotto il contro degli estremisti.
A metà mese i talebani sono riusciti ad occupare senza combattere una base dell’esercito afghano nella provincia di Sar-e Pol. Hanno preso possesso di 20 fuoristrada HMMWV, 50 camion dell’esercito, 30 pickup, circa 300 fucili d’assalto M-16 e alcune tonnellate di munizioni. Secondo i media locali, i soldati preventivamente avvertiti dell’attacco estremista avrebbero deciso di abbandonare le proprie posizioni per non rischiare uno scontro con il nemico.
Infatti, chi cerca di resistere viene annientato senza pietà dai talebani. Il 16 giugno nella provincia di Ghazni i talebani hanno colpito con un lanciagranate un elicottero UH-60 Black Hawk delle Forze armate afghane.
Il mezzo danneggiato è riuscito a volare fino all’aeroporto dove ha effettuato un atterraggio di emergenza, ma con ogni probabilmente è ormai fuori uso. Da inizio anno l’Aviazione militare afghana ha perso per colpa del fuoco nemico almeno 7 elicotteri, di cui 2 UH-60, di origine americana.
Anche le truppe governative attacco periodicamente, ma si tratta il più delle volte di operazioni spot.
Il 15 giugno le forse di difesa e sicurezza afghane hanno riferito di aver neutralizzato oltre 160 talebani e di aver ferito oltre 100 combattenti. Sono state effettuate operazioni antiterroristiche nelle province di Konduz, Ghazni, Herat, Helmand, Ghowr, Nangarhar, Vardak e Badakhshan.
Purtroppo, però, queste incursioni non sono che una goccia nel mare. Infatti, senza il supporto dei contingenti stranieri Kabul può ben poco rispetto alle orde di combattenti. Forti della superiorità numerica e della conoscenza del territorio, i terroristi ogni volta attaccano là dove l’esercito non se lo aspetta.
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Regione esplosiva

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche il Paese diventò ben presto il principale produttore mondiale di eroina. Il ritiro delle truppe americane, invece, introduce il rischio che si prefiguri un altro problema: la esplosiva diffusione del terrorismo nei Paesi vicini.
Del resto, i talebani non sono di certo delle persone moderate. Nei territori sotto il loro controllo hanno adottato un modello basato sulla sharia. Hanno messo al bando la televisione, la musica, gli strumenti musicali, l’arte figurativa, l’alcol, i computer, gli scacchi, le scarpe bianche e molto altro. I monumenti non islamici dislocati in Afghanistan vengono distrutti in linea con queste disposizioni.
Nel complesso la situazione ricorda molto gli eventi verificatisi in Siria all’inizio degli anni 2010 quando i combattenti dell’ISIS in pochi anni occuparono più della metà del Paese ed “fecero entrare le metastasi” nei Paesi vicini. Proprio come i criminali dello Stato islamico, anche i talebani fanno attivamente propaganda e spingono i militari avversari a passare dalla loro parte. Non di rado fanno questo passo non solo singoli soldati, ma intere divisioni. Il governo afghano sostiene che si riprenderà dai talebani le zone perdute e che non consentirà di perdere il controllo su posizioni chiave. Tuttavia, l’esercito non ha ancora conseguito risultati tangibili.
La situazione è poi aggravata dal fatto che in Afghanistan si sono stanziati molti combattenti dello Stato islamico sconfitti in Medioriente. Queste figure non riconoscono i confini stabiliti dalle autorità laiche. Dopo il ritiro di USA e NATO il flusso di emissari arruolati si spinge nelle nazioni vicine e sta schizzando alle stelle il narcotraffico e il contrabbando di armi.
Naturalmente, questa situazione non può che preoccupare la Russia. A fine aprile il ministro della Difesa Sergey Shoygu ha incontrato il collega tagiko Sherali Mirzo e ha dichiarato che Mosca e Dushanbé intendono contrastare di concerto qualsiasi eventuale minaccia proveniente dall’Afghanistan e ha riconosciuto che la situazione nel Paese sta sfuggendo di mano.
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Un problema per tutti

Gli USA comprendono quali siano i pericoli legati al ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan e riconoscono che è solo questione di tempo prima che gli estremisti prendano il potere.
Il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha dichiarato che alle organizzazioni terroristiche internazionali presenti in Afghanistan serviranno circa 2 anni per ripristinare la loro autorità nel Paese. Si ricordi che a inizio giugno il Comando centrale dell’Aeronautica militare statunitense ha annunciato la conclusione del ritiro di oltre metà del proprio contingente dall’Afghanistan.
L’aumento delle minacce terroristiche nella regione è stato uno dei temi oggetto di discussione in occasione dell’incontro tra i presidenti russo e statunitense, che si è tenuto il 16 giugno a Ginevra. Durante la conferenza stampa in esito all’incontro Joe Biden ha dichiarato che Vladimir Putin è pronto a dare supporto nel processo di ripristino della sicurezza in Afghanistan. Non sono stati resi noti i dettagli dell’incontro, ma la parte americana ha più volte dichiarato la sua intenzione di delegare la questione afghana ad altri Paesi. Il presidente americano già in primavera ha esortato Pakistan, Russia, Cina, India e Turchia ad aiutare più attivamente Kabul.
Secondo The New York Times, a inizio giugno il Pentagono ha vagliato la possibilità di effettuare attacchi aerei sui terroristi se la capitale o altre grandi città fossero minacciate. Tuttavia, in seguito il generale della fanteria di marina Kenneth F. McKenzie ha dichiarato che si ricorrerà all’aeronautica soltanto qualora “si scoprano attacchi terroristici programmati ai dati della madrepatria americana o di uno dei suoi più vicini alleati”.
Sorge allora spontanea una riflessione: gli americani non vogliono più svolgere il ruolo di peacekeeper nella regione e se ne lavano le mani dimostrando a tutto il mondo di non volersi assumere la responsabilità delle proprie azioni.
di Andrey Kots
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