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l’Iran ha voltato pagina. Ebrahim Raisi vince le presidenziali

© AFP 2021 / ATTA KENAREIl capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.
Il capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.  - Sputnik Italia, 1920, 22.06.2021
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Il 18 giugno scorso, l’Iran ha voltato pagina, eleggendo un nuovo Presidente della Repubblica nella persona di Ebrahim Raisi: un conservatore molto gradito alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e al quale del resto andavano tutti i pronostici della vigilia.
Al voto erano chiamati 59,3 milioni di aventi diritto, dei quali soltanto 27,8 sono materialmente entrati nei seggi per esprimere la propria preferenza: il 48,8%, contro il 73% di coloro che si erano messi in fila nel 2017.
Allo spoglio, inoltre, il 12,8% delle schede è risultato nullo: la scelta probabilmente fatta da chi ha ritenuto non opportuno farsi identificare rimanendo a casa, magari perché dipendente pubblico.
Si tratta di un dato significativo, di cui tuttavia sarebbe sbagliato esagerare la portata. L’astensionismo è stata la strada raccomandata dai riformisti, che hanno inteso in questo modo protestare contro il vaglio preventivo delle candidature effettuato dal Consiglio dei Guardiani, per provare a delegittimare il nuovo Presidente.
È una strategia, questa, ben nota agli italiani: la adottarono infatti i deputati liberali antifascisti, che nel 1924 abbandonarono la Camera dei Deputati riunendosi sull’Aventino per rendere più forte ed evidente la loro opposizione a Mussolini, senza però ottenere alcun tangibile risultato positivo, ma anzi facilitando al duce la conquista del potere assoluto.
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Analogamente, l’invito a disertare le urne ha probabilmente agevolato il compito dei sostenitori dell’attuale assetto istituzionale dell’Iran, dal momento che il loro candidato non ha dovuto fronteggiare alcuna seria concorrenza.
Ora chi si trova all’opposizione, dentro e fuori l’Iran, affermerà che il regime è delegittimato: ma la realtà è che un nuovo Presidente c’è e gli stessi Stati Uniti lo hanno immediatamente riconosciuto come loro legittimo interlocutore, lamentando la mancanza di fairness dell’elezione, ma aggiungendo che il negoziato con Teheran dovrà proseguire.
Raisi ha vinto aggiudicandosi 17,9 milioni di voti, pari al 61,9% delle preferenze espresse. Al secondo posto, ma in forte ritardo di consensi, si è classificato Mohsen Rezai, un conservatore proveniente dai Pasdaran, con l’11,7%.
Il primo dei moderati, Abdolnasser Hemmati, ex governatore della Banca Centrale della Repubblica Islamica, non è andato oltre la terza piazza, con l’8,3% dei voti.
C’è però da chiedersi cosa sarebbe accaduto se invece di boicottare le elezioni i riformisti avessero provato a convergere su di lui, anche se non è affatto da escludere che sull’astensionismo abbia pesato anche la delusione per le aspettative non soddisfatte da Hassan Rouhani.
Ultimo, con soltanto il 3,4% delle preferenze, è infine arrivato Amirhossein Hashemi-Ghazizadeh, un altro conservatore del cosiddetto blocco “principalista”.
Questi risultati si prestano naturalmente a varie considerazioni, alcune delle quali riguardano la politica interna iraniana, mentre altre concernono le probabili conseguenze internazionali di questo avvicendamento.
Sul piano interno, il ritorno dei conservatori alla massima magistratura civile della Repubblica Islamica sembra confermare il principio dell’alternanza che ha caratterizzato la politica interna iraniana degli ultimi decenni.
Conservatori e riformisti, di fatto, da tempo si succedono ciclicamente al potere, sia per soddisfare le pulsioni di una società comunque molto articolata ed evoluta, sia perché anche i vertici religiosi del paese sono duttili quanto serve a favorire la sopravvivenza delle istituzioni.
Vero è che questa volta l’oscillazione è stata particolarmente marcata, ma non molto di più di quella che a suo tempo aveva portato proprio Hassan Rouhani alla Presidenza dopo Ahmadinejad.
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È molto probabile che Ali Khamenei, Suprema Guida spirituale della Repubblica Islamica, si sia deciso a favorire il ritorno dei conservatori al potere sia per recuperare il controllo sul paese, fortemente messo in discussione due anni fa, sia come presa d’atto dell’insuccesso riportato dai riformisti in quella che doveva essere la loro missione principale: ovvero la riconciliazione con gli Stati Uniti.
Il curriculum di Raisi induce a ritenere che sia stato considerato una garanzia dal punto di vista del mantenimento dell’ordine interno, anche nella prospettiva della preparazione alla successione dello stesso Khamenei, che è ormai anziano e delle cui condizioni di salute si sa molto poco.
Quanto alla politica estera che Raisi potrà attuare, sembra pronosticabile un rafforzamento del rapporto tra Teheran e Pechino, mentre poco o nulla dovrebbe cambiare nelle relazioni russo-iraniane, da sempre contraddistinte da un elevato grado di complessità.
La vera incognita concerne quanto potrà accadere tra l’Iran e gli Stati Uniti. In una sua nota, il Dipartimento di Stato americano ha criticato le modalità di svolgimento delle recenti elezioni, ma come si è già notato ha anche ribadito la necessità di andare avanti con i negoziati che dovrebbero restituire piena efficacia al Jcpoa dal quale l’amministrazione Trump era uscita.
Non vi è dubbio che per Biden dover trattare con un Presidente che ha svolto un ruolo di primo piano nella repressione del dissenso interno implichi alcune difficoltà. Ma non va dimenticato come nel 2009 anche Barack Obama provò a negoziare con Ahmadinejad, malgrado quanto era accaduto ai giovani dimostranti della cosiddetta Onda Verde.
Certo, poi Obama si trovò come interlocutore Rouhani, circostanza che ne favorì i disegni. Ma ciò che qui si vuol sottolineare è che neppure la presenza ingombrante di Ahmadinejad si rivelò un ostacolo insormontabile. Non c’è ragione di pensare che questa volta sia diverso.
Il fatto che Raisi si presenti poi come un intransigente difensore dell’ordine interno potrebbe assicurargli maggiori margini d’iniziativa.
Non è infatti da escludere che al nuovo Presidente possa risultare più facile far accettare anche ai Pasdaran e alla Suprema Guida un nuovo accordo con Washington, specialmente se questo comportasse la rimozione di almeno alcune fra le sanzioni che tante sofferenze hanno recato alla società iraniana, accentuando le difficoltà politiche del regime.
Paradossalmente, pertanto, quella in atto in Iran potrebbe essere soltanto una mossa tattica, dalle valenze interne ed esterne solo apparentemente in contraddizione. A Raisi è stata affidata la missione di provare a salvare la Repubblica Islamica con una miscela di chiusure interne ed aperture verso l’esterno. Solo il tempo ci dirà se funzionerà o meno.
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