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Battuto il record: inflazione USA, una minaccia per l’economia mondiale

© REUTERS / Caitlin OchsVetrina di un negozio a New York
Vetrina di un negozio a New York - Sputnik Italia, 1920, 21.06.2021
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Un’inflazione a questi livelli non si è mai vista negli USA se non ai tempi della crisi finanziaria globale del 2008. Ma l’ente regolatore si rifiuta di applicare un giro di vite alla politica monetaria.
La Deutsche Bank avverte: questo lassismo non porterà a nulla di buono. Si tratta di una bomba a scoppio ritardato che può minacciare l’intera economia mondiale.

Inflazione alle stelle

A maggio l’inflazione negli USA è schizzata al 5% annuo. Mentre l’indice dei prezzi al consumo (che non tiene conto dei beni volatili come gli alimentari e la benzina) ha guadagnato il 3,8% rispetto all’anno scorso toccando il livello massimo dal giugno del 1992. C’è stato un rincaro generalizzato: automobili, elettrodomestici, mobili, biglietti aerei, vestiario, alimenti.
Gli economisti della Banca mondiale confermano che la maggior parte dei Paesi che implementano politiche di gestione dell’inflazione (come la Russia) non hanno di che temere in quanto riescono a mantenere i parametri all’interno del target di riferimento.
Tuttavia, negli USA la situazione è diversa. La Federal Reserve non agisce. Già a marzo Jerom Powell, presidente della Fed, dichiarò che non considerava un problema il temporaneo aumento del target del 2%.
Le ragioni dell’aumento dei prezzi al consumo sono evidenti. Dall’inizio della pandemia le autorità americane hanno già stanziato tra i 6.000 e i 9.000 miliardi di dollari in misure di contrasto alla crisi immettendo in circolazione ingenti quantità di denaro liquido. E con l’arrivo di Joe Biden l’economia del Paese ha beneficiato di altri 2.000 miliardi. Di tratta di un enorme pacchetto di stimoli, essenzialmente a beneficio dei privati.
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Enorme debito e dollaro debole

La “inondazione” di liquidità ha generato un aumento del debito pubblico di circa un quarto. Il debito ora si attesta a oltre 28.000 miliardi di dollari, ossia circa il 130% del PIL annuo.
Gli economisti ammoniscono che eventuali nuovi stanziamenti non avrebbero effetti positivi. Infatti, provocherebbero un incremento dei prezzi e un onere eccessivo sul bilancio statale per via dell’eccesso di liquidità circolante a fronte di un mancato aumento dei volumi di produzione. Il rischio inflazionistico, dunque, aumenta così come la debole richiesta al dettaglio, nonostante la presenza di una buona quantità di risparmi. Durante la pandemia, infatti, i consumatori americani hanno accumulato 1.600 miliardi di dollari che stanno cominciando solo ora a spendere.
Il poderoso afflusso di denaro a elicottero sotto forma di stimoli ha colpito anche la valuta americana. Il dollaro sta perdendo valore e, dunque, attrattività per gli investitori. Nel 2020 rispetto all’euro è calato di circa il 9%: da 0,8934 a 0,8149. Nel 2021 potrebbe perdere un altro 5-7%.
Un altro elemento da tenere presente è l’incredibile pressione che pesa sul bilancio statale. Nell’anno fiscale 2020 il deficit di bilancio ha raggiunto il 16,1% (3.100 miliardi di dollari), ossia il valore massimo dal 1945 quando il governo stanziò ingenti risorse per finanziare operazioni militari su larga scala.
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Scoppia la bomba

Ciononostante la Fed non intende aumentare i tassi di interesse o ridurre il programma di acquisto di asset finché non vedrà un “considerevole progresso” nel conseguimento degli obiettivi economici, fra cui la ripresa del mercato del lavoro.
La sicurezza e il lassismo dell’ente regolatore statunitense suscitano diversi dubbi.
“Serve un preciso piano di attacco. Le figure preposte a determinare la politica fiscale e di bilancio dovrebbero capire quali soggetti potrebbero essere danneggiati dalle loro decisioni. Il signor Powell è tenuto ad ammettere l’impennata dell’inflazione e a smettere di ignorare il problema come se fosse un disturbo temporaneo”, sostiene il senatore Rick Scott.
Gli economisti osservano altresì che la Fed sta negando del tutto anche un’altra preoccupante tendenza, ossia la formazione di una bolla globale sul mercato azionario. Mantenendo dei tassi di interesse molto bassi, la Fed rischia di danneggiare ulteriormente il mercato.
“L’ente regolare sta soltanto favorendo una eventuale crisi e alla fine sarà costretto ad applicare un giro di vite alla politica monetario-creditizia per raggiungere il target di inflazione”, osserva Desmond Lachman dell’American Enterprise Institute.
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Ci rimettono i più deboli

Tra l’altro, questo creerà dei problemi non soltanto agli americani, ma a tutto il mondo, avvertono gli esperti della Deutsche Bank. “Ignorare l’inflazione negli USA significa porre l’economia mondiale alla mercé di una bomba a orologeria. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, in particolare per gli strati più vulnerabili della popolazione”, spiega l’economista della Deutsche Bank David Folkerts-Landau.
La Germania ipotizza che l’inflazione rimarrà alta e che nei prossimi anni genererà una crisi, probabilmente nel 2023. Come sottolineano gli esperti, a soffrirne in prima battuta saranno i Paesi in via di sviluppo. La svalutazione del denaro nelle economie sviluppate rafforzerà le aspettative degli investitori circa un eventuale aumento dei tassi. Questo provocherà un aumento della redditività delle obbligazioni di Stato a seguito del quale si registrerà un rincaro dei tassi di prestito.
Così, constatano gli economisti, l’inizio di una ripresa globale si trasforma per i mercati in via di sviluppo da fattore positivo a minaccia: ad esempio, in Sudafrica e in Brasile il tasso di prestito è vicino a livelli preoccupanti. E in questi Paesi le tasche pubbliche non sono certo in buona salute.
“Questi Paesi dovrebbero preoccuparsi di più dell’inflazione statunitense che di quella propria”, spiegano gli esperti di S&P Global Ratings.
I Paesi ricchi durante la pandemia hanno garantito tassi molto bassi, a differenza di molti Paesi in via di sviluppo.
Ad esempio, quest’anno l’Egitto dovrà rifinanziare il suo debito, pari al 38% del PIL, e pagare il servizio di gestione del credito, pari al 12,1%. Per il Ghana il prezzo è ancora maggiore, il 15%. Gli stessi problemi li osserviamo anche in Brasile dove la Banca centrale ha raddoppiato i tassi da gennaio per ridurre la pressione sui prezzi.
Secondo William Jackson di Capital Economics, il Brasile è un buon esempio di come l’inflazione e l’aumento dei rendimenti mettano a repentaglio la stabilità economica. “Questo ha portato a una contrazione del gettito e a un aumento dei tassi della Banca centrale che doveva pagare il servizio di gestione del debito”, osserva l’esperto.
La situazione è resa meno difficile dal fatto che, ad esempio, Brasile, Sudafrica e India si affidano maggiormente a creditori interni che esterni, riducendo così la propria vulnerabilità in caso di deflusso di capitale.
In tal senso la Russia è più che solida: la quota di stranieri che detengono obbligazioni di Stato è assai ridotta. Secondo la Banca centrale russa nel mese di maggio si attestava al 10% (ad aprile al 19,7%). Tra i detentori di titoli di Stato russi oltre l’80% sono investitori russi, anzitutto banche e fondi pensione. Mentre i detentori stranieri di questi titoli sono in realtà filiali di grandi banche russe dislocate all’estero. Questo consente di proteggersi da rischi sanzionatori e inflazionistici.
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