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Distrutte le relazioni tra USA e Canada…per dei tubi!

© AP Photo / Nati HarnikLa stazione di valvole Keystone
La stazione di valvole Keystone - Sputnik Italia, 1920, 20.06.2021
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Come si legge nella stampa americana, la società TC Energy ha annunciato ufficialmente l’annullamento del progetto di costruzione dell’oleodotto Keystone XL.
La decisione ha fatto seguito alla recente revoca da parte del presidente Biden dell’autorizzazione a costruire. Così si è concluso il progetto durato ben 12 anni e costato 9 miliardi di dollari.
Una notizia, questa, che parrebbe di natura squisitamente interna, ma dimostra in maniera evidente il corso politico ed economico degli USA.
Non sono riusciti a riprendersi i produttori americani di carbone né i petrolieri. Infatti, il progetto Keystone XL era di fondamentale importanza per la salvaguardia delle dinamiche di sviluppo del settore gasiero-petrolifero statunitense e avrebbe generato migliaia di nuovi posti di lavoro in un periodo in cui la disoccupazione è alle stelle. Purtroppo non è stato possibile per gli USA uscire da quella sciocca situazione in cui i loro stessi reggenti li hanno messi.
Ma vediamo le cose con calma.
Anzitutto, fu alla fine degli anni 2000 che USA e Canada, alleati strategici, cominciarono a parlare della necessità di garantire forniture di greggio canadese alle raffinerie del Mid West. Proprio allora fu elaborato e implementato il progetto iniziale che prevedeva la costruzione di tre linee dell’oleodotto. Entro il 2013 erano già state posati i primi 2 tracciati principali con una potenza complessiva di 590.000 barili al giorno e dopo 3 anni fu terminato il terzo tracciato. Poiché i primi due si dimostrarono molto affidabili e in grado di generare profitto, la potenza del terzo tracciato fu portata a 700.000 barili. Dunque, se la matematica non è un’opinione, quotidianamente dal Canada venivano pompati verso le raffinerie del Mid West oltre un milione e 200.000 barili di oro nero. Per comprendere la portata del fenomeno, si consideri che grazie a queste forniture le raffinerie americane producevano un decimo della benzina consumata nel Paese.
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Seguendo questi successi, le parti già nel 2012 misero a punto il progetto di un quarto tracciato che prese il nome di Keystone XL. Furono presi in considerazione tutti i difetti riscontrati nelle fasi di lavoro precedenti. Ad esempio, il precedente tracciato creava un angolo retto poiché nella sua prima parte percorreva tre stati del Canada e poi ruotava di 90° verso sud passando attraverso il Dakota del Nord e del Sud arrivando fino in Nebraska. Con il Keystone XL si propose, invece, di evitare la formazione di quell’angolo accorciando il percorso (e dunque, anche i costi): nel nuovo progetto, il tracciato passava direttamente dall’Alberta canadese in diagonale attraverso il Montana per arrivare infine in Nebraska. Così la lunghezza del tracciato veniva dimezzata e i petrolieri americani avrebbero ricevuto volumi supplementari di greggio che avrebbero consentito loro di uscire dalla crisi.
La crisi si produsse in esito alla politica estera di Washington il quale aveva dato inizio alla costruzione dei primi 3 tracciati del Keystone. Gli USA cominciarono a imporre sanzioni al Venezuela e all’Iran dai quali nel Paese veniva importato il bitume. Non appena venezuelani e iraniani cominciarono ad aver problemi con la democrazia americana, quest’ultima iniziò a dover affrontare criticità legate alle forniture di greggio. Gli USA riuscirono parzialmente a compensarle con un greggio di composizione analoga proveniente dall’alleato Canada.
Il Keystone XL avrebbe consentito non soltanto di incrementare la produttività e di creare lavoro per gli abitanti del Montana, ma avrebbe altresì incrementato le attività di trasbordo di prodotti di lavorazione del greggio in hub quali i porti di Houston e Port Arthur. Ma in quel periodo divenne presidente degli USA il democratico Obama che amava molto e tentò a tutti i costi di promuovere le rinnovabili.
Sin dall’inizio il progetto fu accolto da una forte resistenza dei verdi e degli ambientalisti per i quali simpatizzava Hillary Clinton, l’allora segretario di Stato. Grazie alla sua attiva partecipazione, Barack Obama nell’inverno del 2012 bloccò la costruzione del Keystone XL adducendo come motivazione il pericolo ambientale. TC Energy (che allora di chiamava TransCanada) ricevette una valutazione indipendente che attesta la piena soddisfazione di tutti i requisiti ambientali. Inoltre, alla discussione sul tema presero parte anche i governi dei singoli stati interessati. Ad esempio, l’allora governatore del Nebraska Dave Heineman mediante decreto approvò la costruzione del tracciato e chiese in via ufficiale al Dipartimento di Stato di non ostacolare un progetto di importanza vitale per quella regione.
Il governo tentò di prorogare in tutti i modi la trattazione del caso e nel 2014 il progetto aveva subito un rincaro da 5,4 miliardi di dollari a 8.
Nell’inverno del 2015 il Senato approvò la posa delle tubazioni, ma Obama impose il suo veto.
Dopo un anno divenne presidente Donald Trump che puntò proprio sugli idrocarburi. Per la prima volta nella storia gli USA si trasformarono da importatori a fornitori di greggio e gas. Non sorprende, dunque, che il quarantaseiesimo presidente statunitense approvò nuovamente la posa delle tubazioni del Keystone XL. I verdi tentarono di affossare il progetto adendo le vie legali, ma il governo attestò che un oleodotto in funzione produce una quantità molto inferiore di gas a effetto serra rispetto al trasporto su gomma degli idrocarburi. Nella primavera di quell’anno il governo dell’Alberta stanziò a beneficio di TC Energy un pacchetto di mezzo miliardo in aggiunta a 6 miliardi di garanzia statale. Cominciò finalmente la costruzione.
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In verità, l’attività di posa in questa fase fu ostacolata dalla incredibile resistenza esercitata dai democratici e dal loro elettorato. Il programma elettorale di Joe Biden si basava sul supporto alle fonti energetiche alternative, al divieto di costruzione al Keyston. In tal senso si attivarono anche personalità note come Leonardo Di Caprio, la cantante Cher, Jane Fonda, Robert Downey Junior.
Una volta nominato presidente, Biden mantenne la sua promessa e revocò l’autorizzazione a costruire.
Nel suo intervento in merito il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato che il Canada è molto deluso. L’intervento di Trudeau ha trovato l’accoglimento del governatore dell’Alberta Jason Kenney il quale ha aggiunto che una parte che ha investito nel progetto credendolo vantaggiosamente reciproco ha sopportato perdite per quasi 1,8 miliardi di dollari.
Non ci sarà un nuovo oleodotto, non ci saranno nuovi posti di lavoro, non ci sarà un incremento del commercio bilaterale.
Ci siamo permessi di approfondire così nel dettaglio questo progetto bilaterale per alcune ragioni.
Anzitutto, nei giorni scorsi nell’Estremo oriente russo è stato avviato l’impianto di lavorazione del gas Amur che non ha eguali nella storia. Si tratta di un impianto gigante che consentirà di passare dalla vendita di greggio alla vendita di prodotti lavorati ad elevato valore aggiunto. I primi passi furono mossi nel 2015 e già oggi nell’area più orientale della Russia è stata avviata una complessa linea produttiva all’avanguardia. Nessun interesse politico, lotta intestina o manipolazione della “mafia ambientalista” sono riusciti a ostacolarlo. Alla realizzazione del progetto hanno partecipato centinaia di joint venture e il personale impiegato direttamente in loco nella costruzione supera le 20.000 unità. A tenere presso l’impianto Amur lavoreranno oltre 2.500 figure che vivranno in quella regione, acquisteranno casa, cresceranno i figli. Il governo statale costruirà strade, scuole, asili e favorirà l’afflusso di denaro nelle casse del governo regionale.
In secondo luogo, la Russia ha scelto la sua strada. Il nostro Paese non va da un estremo all’altro. Noi puntiamo sull’energia tradizionale, sullo sviluppo delle infrastrutture regionali e transfrontaliere generando beneficio per tutti, anche per i nostri vicini. La Russia con i suoi oleo- e gasdotti si distingue nel mondo garantendo ai partner le risorse energetiche loro necessarie. Così si garantiscono anche le commesse dei fornitori locali di calcestruzzo, cemento armato, tubazioni, vagoni. I fondi a budget vengono quindi spesi per la realizzazione di progetti strategici a livello regionale con l’obiettivo ultimo di incrementare il benessere, anche economico, dei cittadini.
Non vengono comunque dimenticate nemmeno le rinnovabili. La Russia, infatti, si sta preparando a produrre e commerciare idrogeno, a utilizzare metano. Cresce poi il numero di centrali eoliche, solari.
Un giorno le nuove fonti di energia sostituiranno quelle tradizionali, ma per il momento è importante riuscire a garantire uno sviluppo stabile della società. La Russia ha scelto la sua strada e per il momento questa scelta si sta dimostrando corretta.
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