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Putin e Biden, nemici come prima

© AFP 2021 / Denis BalibouseL'incontro tra Putin e Biden a Ginevra
L'incontro tra Putin e Biden a Ginevra - Sputnik Italia, 1920, 17.06.2021
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A Ginevra il presidente americano fatti i conti con il riluttante sostegno dei paesi europei alla crociata anti-russa e il mancato dietro fronte della Turchia abbandona tutti i propositi di scontro con il Cremlino e rilancia la strada del dialogo. Il suo omologo russo lo lascia fare e porta a casa un sostanziale successo.
Doveva essere la ciliegina sulla torta, l’ultimo e conclusivo successo di una settimana in cui Joe Biden ha fatto intendere di aver riconquistato l’Europa e la Nato. Invece è stata una ritirata. Ragionata, voluta e pensata, ma pur sempre una ritirata.
Una ritirata che Vladimir Putin ha accettato di buon grado scegliendo di dimenticare le accuse rivoltegli solo qualche mese prima dal suo omologo della Casa Bianca. E ottenendo tutto quello a cui puntava.
Del resto il principale obbiettivo di Biden era difendere le apparenze, ovvero i poco sostanziali successi raggiunti nelle giornate precedenti l’incontro con Vladimir Putin a Ginevra. Nelle giornate del G7 gli alleati europei - pronti a parole a salutarlo come ritrovato leader dell’Occidente - gli avevano fatto capire quanto il loro consenso fosse alla fine condizionato e limitato.
La Germania gli aveva fatto intendere di non voler rinunciare per nessuna ragione al gas del Nord Stream Due e di non tollerare alcuna ipotesi di sanzioni. E sia Germania, sia la Francia, ma anche l’Italia avevano ricordato quanto fossero importanti, dal punto di vista europeo, le relazioni con una Russia che non può esser emarginata o ridotta al ruolo di paria. Anche per non creare un’ulteriore insanabile frattura tra le nazioni dell’est allineate con Washington e un’Europa continentale che neppure negli anni più bui del comunismo ha mai rinunciato ad un dialogo con Mosca.
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E il vertice Nato era stato un’ulteriore conferma di quanto già intuito nei giorni precedenti. Se lo scontro politico con Mosca creava esitazioni solo l’idea di un possibile confronto militare nel cuore dell’Europa innescava il rischio di vere e proprie defezioni. Mentre l’ipotesi di aprire un doppio fronte con la Russia da una parte e la Cina dall’altra generava un vero e proprio panico. E lasciava gli europei più interdetti di quanto non lo fossero stati con un Trump che, in fondo, non aveva mai chiesto di seguirlo in uno scontro per l’egemonia planetaria. Ma la titubanza europea era solo una parte del problema. La delusione più sostanziale era arrivata durante l’incontro a margine del vertice Nato con il presidente turco Recep Tayyp Erdogan. L’incontro - stando ai pronostici dei consiglieri di Biden - doveva, vista la situazione di sostanziale bancarotta della Turchia, concludersi con un ritorno del riluttante alleato turco all’ovile della Nato. Invece non è andata così. Erdogan seppur in difficoltà si è ben guardato dal rinunciare sia al sistema antiaereo S 400 fornitogli da Mosca, sia alle sue politiche in Siria e Libia.
A quel punto il presidente statunitense ha dovuto rimodulare tutta la strategia dell’incontro con Putin. Perché se l’appoggio solo condizionato e puramente politico dell’Europa gli impediva chiaramente di affondare sull’Ucraina il mancato voltafaccia di Erdogan gli precludeva qualsiasi possibilità di contrapporsi a Putin sulla Siria e sulla Libia.
E così alla fine non gli è rimasta che la strada del dialogo. Un dialogo che riprende seguendo le vecchie regole dimenticate della diplomazia e stabilendo dei meccanismi capaci di rimettere in carreggiata il dialogo fra quelle che lo stesso Biden ha definito all’inizio del summit “le due grandi potenze”. Una constatazione obbligata per un presidente Usa consapevole di aver un disperato bisogno del “nemico” russo per arrivare ad una soluzione del problema ucraino capace di coinvolgere anche gli alleati europei.
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Ma consapevole, ancor di più, che solo delle intese con Mosca consentiranno a Washington di non trasformare il ritiro dall’Afghanistan in una devastante rotta seguita dall’immediata caduta degli alleati di Kabul. E che la ricostruzione della Siria e il dopo Bashar Abbas, a meno di non scendere a patti con l’Iran e la Turchia, possono venir concordate solo con il Cremlino. Un Cremlino che in Libia nonostante le paure di Washington non intende costruire basi militari, ma semplicemente garantire la continuità dei contratti petroliferi e degli investimenti concordati a suo tempo con il regime di Gheddafi.
Anche perché alternative non ce ne sono. Nonostante il sostegno statunitense all’opposizione guidata da Alexej Navalny i sondaggi del centro di ricerche Levada, organizzazione non governativa russa apprezzata e stimata negli Stati Uniti, continuano ad attribuire a Vladimir Putin un consenso non inferiore al 60 per cento. Il tutto mentre l’appoggio per Navalny non raggiunge il 20 per cento. Dunque su Navalny il massimo che si potrà ottenere - una volta ridefiniti rapporti e relazioni - sarà, forse, uno scambio organizzato nell’ambito di quella trattativa per la liberazione di prigionieri abbozzata nell’incontro di Ginevra.
Insomma più che un salto verso un nuovo confronto l’incontro di Ginevra è sembrato segnare un ritorno alle vecchie, ma efficaci logiche della guerra fredda quando le minacce di olocausto nucleare venivano gestite e tenute a sotto controllo grazie ad un apparato diplomatico e ad intese capaci di impedire “escalation impreviste”!
Come dire abbiamo scherzato il mondo - e soprattutto la pace - non si governano da soli.
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