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Non solo Russia: gli americani saranno scacciati da un nuovo forte player

© AP Photo / Ng Han GuanBandiera USA e Cina
Bandiera USA e Cina - Sputnik Italia, 1920, 17.06.2021
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“La Cina punta gli occhi sul Medio Oriente”, “Contratto da 400 miliardi di dollari e aumentano le pressioni”, “Russi e cinesi si ruberanno il cibo dal piatto”: questi sono alcuni dei titoli di giornale che si leggono sulla stampa americana.
I militari sono preoccupati del fatto che Pechino e Mosca prendano il loro posto nella regione qualora allentino la presa. Ed effettivamente queste preoccupazioni sono fondate: la Cina è il principale acquirente di greggio mediorientale e il maggior partner economico di molti Paesi dell’area, mentre la Russia è fondamentale come Paese di raccordo per la risoluzione delle criticità emerse ed emergenti a livello politico. Sputnik approfondisce per voi in questo articolo quali siano gli attori potenzialmente in grado di rimpiazzare gli USA in Medio Oriente.

Situazione di vuoto

Durante una sua recente visita in Medio Oriente Franklin McKenzie, generale a capo del Comando centrale degli USA, predisse: “Il vuoto che lasceremo una volta che ne saremo andati sarà colmato da russi e cinesi”. Washington, infatti, è intenzionata a concentrare la propria attenzione sull’Asia orientale. E questo contrasta con gli interessi dei sauditi che contavano su Washington nella lotta con gli Huthi insorti.
Secondo il generale, Pechino ha obiettivi di lungo periodo nella regione: nello specifico, intende diffondere i propri modelli economici e creare basi militari. Mentre la Russia è pronta a vendere sistemi di difesa contraerea e altri armamenti.
“Sono perfettamente d’accordo sul fatto che la Cina costituisca una minaccia sulla quale dovremo concentrarci”, osserva McKenzie. “Al contempo noi rimaniamo una nazione di rilevanza globale e, come tale, dobbiamo pensare a livello globale”. Il generale ha ammesso che durante la sua visita ha avuto modo anche di ascoltare l’opinione della popolazione autoctona che si preoccupa dell’effettivo legame degli USA all’area e dei possibili aiuti che potrebbero arrivare in futuro.

Partenariato sospetto

Probabilmente i militari si sono preoccupati in esito alla recente visita in Medioriente del ministro cinese degli Esteri Wang Yi. Nel mese di aprile il diplomatico si è recato in visita in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein, Iran e Turchia. In questa occasione il ministro si è espresso in merito al conflitto israelo-palestinese, alla Siria, alla Libia, allo Yemen, alle controversie tra le nazioni del Golfo Persico.
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Il ministro ha altresì avanzato proposte concrete, evento mai accaduto prima. Ad esempio, è stato detto che la Cina è pronta a diventare una piattaforma facilitatrice del dialogo plurilaterale in merito ai meccanismi di sicurezza degli impianti di estrazione e lavorazione del greggio, nonché delle rotte marittime. Inoltre, Wang Yi ha ringraziato i Paesi arabi per la loro non ingerenza negli affari interni cinesi e per il supporto alle “misure anti-terroristiche” adottate nella regione autonoma dello Xinjiang (la Casa Bianca parla, invece, di genocidio della minoranza musulmana).
È stato siglato con Teheran un accordo per la fornitura di greggio per 25 anni. Non sono stati divulgati dettagli in merito, ma è noto che la Cina sia pronta a investire 400 miliardi di dollari nelle infrastrutture energetiche e di trasporto dell’Iran (come emerso dalla fuoriuscita di una bozza del documento ormai un anno fa).
Gli osservatori sostengono che Pechino stia tentando di mantenere il segreto sui progetti in Medioriente, mentre invece i progetti della Nuova via della seta che riguardano altri Paesi vengono promossi in pompa magna. Tuttavia, la maggior parte dei documenti inerenti la collaborazione con i Paesi mediorientali non vengono pubblicati integralmente né in cinese né in inglese né nella lingua locale.
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Si sa molto poco anche degli investimenti del Fondo per il benessere nazionale di Abu Dhabi nella società cinese SenseTime che, tra l’altro, sta elaborando un sistema di riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale.
La cooperazione con la Cina in questi settori non è chiaramente motivo di felicità per gli americani i quali temono che Pechino possa diffondere nella regione il proprio approccio autoritario.
Ad ogni modo l’Iran non è affatto il principale partner cinese nella regione. Arabia Saudita e Iraq superano Teheran per fornitura di greggio, volume di commercio bilaterale, investimenti diretti e acquisto di armamenti. Le vendite di armi cinesi in Medioriente, seppur non al pari di quelle americane, sono cresciute significativamente negli ultimi anni.

Responsabili della sicurezza

I cinesi sono già entrati su mercati tradizionalmente in mano agli americani, sostiene Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca. “L’Arabia Saudita è diventata un grande acquirente di armi cinesi, anzitutto droni da combattimento. E nel Regno è stato altresì avviata l’implementazione di un progetto per la costruzione di uno stabilimento di assemblaggio. Vi sono state anche alcune forniture di missili balistici, artiglieria e mezzi corazzati”.
E sebbene Pechino sia il principale partner economico di molti Paesi della regione e disponga di una base di Gibuti, non svolge ancora a livello militare un ruolo paragonabile a quello di USA e Russia.
E comunque per la Cina è più difficile cooperare con il Medioriente che con l’Africa, osserva Kashin. “In questa regione la popolazione potrebbe difendere strenuamente le proprie posizioni. Persino l’Iran, pur essendo isolato, è uscito dagli accordi quando Pechino aveva violato le obbligazioni a suo carico”, precisa il professore.
L’espansione economica cinese sta irritando gli americani, ma questi ultimi non hanno potere per cambiare le cose, osserva Ruslan Mamedov, dirigente di progetti mediorientali presso il Consiglio russo per gli Affari internazionali. “Nella contingenza attuale in cui l’assetto regionale e mondiale è in continua trasformazione siamo tutti costretti a scendere a compromessi”, sostiene in un’intervista rilasciata a Sputnik.
“La percezione che le nazioni mediorientali hanno della Cina è piuttosto positiva. Questi Paesi capiscono che per decenni sono stati retti dagli Stati Uniti che hanno legato loro le mani: questo attore esterno seguiva la propria linea politica e la popolazione autoctona non poteva che sottomettersi”, spiega Mamedov. “I tentativi di resistere erano destinati al fallimento. Un esempio in tal senso è l’Iraq che possedeva uno dei più potenti eserciti della regione, ma gli USA gettarono il Paese nel caos”.
D’altro canto, le dichiarazioni del Pentagono non vanno considerate come un invito ad agire, tanto più che in Medioriente gli americani continuano a collaborare con la Russia, aggiunge l’esperto.
McKenzie non ha detto nulla di nuovo, sostiene Maksim Suchkov, direttore del Centro di studi strategici americani presso l’Istituto di studi internazionali dell’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali. “La passata presenza statunitense in Medioriente è motivo di imbarazzo per Washington, ma i tentativi di Barack Obama e Donald Trump a migliorare la situazione hanno incontrato la resistenza dei militari”, ricorda il professore. “Si rileva qui un tema di natura pseudo-professionale: il Comando centrale è stato da sempre al centro delle principali operazioni militari statunitensi e i suoi dirigenti non vorrebbero cedere la leadership interna al Comando dell’Oceano pacifico nonostante sia questa la logica conseguenza di una linea politica finalizzata al contenimento della Cina. Da qui derivano i tentativi di dimostrare alla Casa Bianca l’importanza del Medioriente mediante il tema di strategica importanza del contrasto a Cina e Russia”.
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In realtà né Pechino né Mosca hanno le ambizioni o le risorse per una dominazione all’americana, sostiene l’esperto. “E poi nel mondo di oggi non è nemmeno necessario: l’esperienza americana dimostra che una presenza militare su larga scala non produce in automatico successi in politica estera”, spiega Suchkov.
Ad ogni modo non si può parlare di un calo assoluto dell’influenza americana nella regione, precisa l’esperto. Gli USA continuano ad avere una grande influenza. Pertanto, i militari americani mentono quando dicono ai loro interlocutori a Washington che Russia e Cina rubano loro “il cibo dal piatto”.
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