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Ecco come gli investitori possono fermare la moderna schiavitù

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Grafico  - Sputnik Italia, 1920, 14.06.2021
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Che la schiavitù sia sempre compagna del lavoro, anche nella nostra epoca che noi contemporanei definiamo “Moderna”, è un dato di fatto che molti anche in Italia sperimentano tutti i giorni o hanno sperimentato nel proprio percorso lavorativo.
Così come i fautori di un modo diverso di acquistare e cioè più solidale, spingono sulla sensibilizzazione dell’acquirente affinché ponga maggiore attenzione ai prodotti che acquista, in particolare che si informi sulla provenienza del bene da acquistare e da chi esso viene prodotto.
Meno, forse, si spende nella sensibilizzazione degli investitori e il ruolo che essi possono svolgere nel combattere la schiavitù moderna.
Il ruolo nevralgico dell’investitore nel combattere la schiavitù moderna è presto spiegato. Se l’acquirente dal basso può far venir meno il suo sostegno alle imprese che sfruttano il lavoro minorile, anche in via indiretta, o praticano altre forme di sfruttamento del lavoro, l’investitore può agire dall’alto non fornendo gli investimenti vitali per l’avvio di un business basato sulla schiavitù moderna.

Le schiavitù segrete

AllianceBernstein, a colloquio con Finacialounge, afferma che nel mondo esistono molte schiavitù più o meno note.
Come l’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo effettuata senza il rispetto dei diritti basilari dei lavoratori. E sappiamo che il cobalto nel decennio in corso svolgerà un ruolo centrale insieme ad altre materie prime nella cosiddetta transizione energetica.
Ma anche le bacche coltivate in Australia, dove la filiera in alcuni casi abusa dei lavoratori itineranti.
Di casi ne segnalano vari le esperte di AllianceBernstein, ma ciò che intendono sottolineare è che grazie alla corruzione si crea in molti casi una zona d’ombra e di segretezza che impedisce ai consumatori e agli investitori di venire a conoscenza dello sfruttamento dei lavoratori, ma anche dell’ambiente.

Gli ESG e il greenwashing

Da alcuni anni nel mondo della finanza sono stati introdotti i criteri ESG (Environmental, Social and corporate Governance), il cui scopo è dare spazio agli investimenti in cui si rispetta l’ambiente, i diritti dei lavoratori ma anche della società in cui l’industria opera, e una governance più trasparente.
Ebbene gli ESG, che in Europa sono stati stabiliti da alcune direttive a partire dal 2014, presentano però una zona grigia che delle volte rischia di far passare per rispettoso dell’ambiente e delle persone ciò che in realtà non lo è del tutto.

Si chiama greenwashing questa pratica ed è una brutta parola che sta a significare che un'azienda di facciata afferma di praticare i criteri ESG, ma nei fatti non lo fa.

Quanti di noi, ad esempio, sono al corrente del fatto che alcune case automobilistiche europee e statunitensi hanno fatto uso, o usano, ghisa brasiliana per costruire le portiere delle proprie auto? Questa filiera richiede l’uso di legno duro per produrre carbone da legno con cui si forgia poi la ghisa negli altoforni (preistorici) del Brasile. Ebbene gli alberi vengono abbattuti illegalmente e sfruttando gli schiavi nella foresta pluviale brasiliana, spiegano le esperte di AllianceBernstein.
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