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La bugia dell'economia circolare: miliardi a fuoco con i rifiuti elettronici nel terzo mondo

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaRagazza in un campo con un telefonino
Ragazza in un campo con un telefonino - Sputnik Italia, 1920, 13.06.2021
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In questi giorni i media ci assediano con la notizia, vera, dell’aumento spropositato dei prezzi delle materie prime e della mancanza sul mercato dei chip utilizzati in tutte le applicazioni elettroniche
Sembrerebbe che la causa sia della ripresa economica, per ora più attesa che effettiva, cominciata in Cina prima che altrove col ridursi del rischio COVID.
Quando succedono fenomeni di questo genere sui prezzi di alcuni prodotti, una parte del fenomeno è dovuta a cause razionali che man mano sono identificate e un’altra parte all’azione degli speculatori.
Comunque sia, non tutto risulta chiaro.
La cosa suona molto strana quando pensiamo che, tra le materie il cui prezzo è schizzato verso l’alto, ci sono anche quei prodotti che sono usati soprattutto per le apparecchiature elettroniche:
alcune tra le terre rare
il mercurio
il cadmio
il cromo esavalente
Lo stupore nasce quando scopriamo che, nonostante tutta la retorica sull’”economia circolare” e cioè sul recupero e il riciclo di tutto quanto ritenuto possibile, in Europa non si recupera quasi nulla dai rifiuti elettronici obsoleti e ritirati dal mercato.
L’ONU ha stimato che nel 2021 le tonnellate di rifiuti elettronici inviati, così come sono, dai Paesi più sviluppati verso quelli “periferici” e verso la Cina sono ben 57,1 milioni.
La stessa fonte ci dice che non si tratta di un fenomeno soltanto recente poiché già nel 2014 i milioni di tonnellate di elettronica non riciclata e spedita nei suddetti Paesi erano 45 milioni e nel 2016 si era già oltre le 48 milioni di tonnellate.
Tutte le cifre sopra indicate riguardano i materiali smaltiti illegalmente e, spesso, tramite esportazioni camuffate da spedizioni di apparecchiature usate destinate a essere riparate e commercializzate nei Paesi di arrivo.
I porti europei da cui principalmente partono queste spedizioni sono Rotterdam in Olanda, Anversa in Belgio e i porti britannici.
Le destinazioni sono solitamente il Benin, il Ghana, la Nigeria, l’india, la Costa d’Avorio, la Liberia e anche la Cina.
Quest’ultimo Paese, è, per quanto se ne sa, l’unico che recupera i materiali, a questo punto “preziosi”, per riciclarli direttamente in nuovi prodotti elettronici. Gli altri Paesi si limiterebbero, invece, a vendere sul mercato internazionale le materie prime ricavate.
E’ sempre l’ONU a dichiarare che la maggior parte di queste esportazioni illegali sia effettuata soprattutto da gang composte di migranti nigeriani o ghanesi (e si sospetta che anche i romeni facciano la loro parte) che vivono in Europa, spesso come rifugiati ufficiali.
Per il recupero dei metalli contenuti nei rifiuti elettronici arrivati in questi Paesi, solitamente si ricorre a grandi fuochi che bruciano all’aperto la plastica che li riveste, nonostante ciò causi a chi pratica tali procedure (molto spesso bambini) problemi respiratori, infezioni agli occhi, dermatiti e disturbi neurologici a causa delle tossine sviluppate dalla combustione.
In Nigeria il centro nevralgico di smaltimento è Lagos e in quel Paese ogni anno si stima siano bruciate 52.000 tonnellate di plastiche bromurate, 4000 tonnellate di piombo, 80 tonnellate di cadmio e 300 chili di mercurio.
Un articolo della giornalista Viola Lala sostiene che il peggiore inferno di questi procedimenti stia in un sobborgo di Accra, capitale del Ghana, e precisamente ad Agbogbloshie considerato uno dei dieci luoghi più inquinati del mondo.
In Ghana, è sempre Lala che lo cita, quel tipo di trattamento dei rifiuti ha conseguenze gravissime sulla catena alimentare tanto che in un uovo di gallina in vendita ad Accra è stata comprovata la presenza di una quantità di diossine clorurate 200 volte maggiore rispetto alla quantità massima tollerabile ammessa dall’European Food Safety Authority.
Si stima che con i rifiuti elettronici arrivati soprattutto da Germania, Spagna, Italia, Irlanda, Danimarca e Gran Bretagna siano arrivati ad Agbogbloshie poco meno di 280 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici composti da computer, telefonini, tablet ed elettrodomestici vari.
Australia, Canada e Stati Uniti sembra preferiscano come destinazione per i loro rifiuti elettronici l’India, il Pakistan e il Bangladesh.
In Cina la capitale per il riciclo di questi materiali è nel sud del Paese, nella provincia di Guangdong e più esattamente a Guiyu ove si stima ci siano addirittura 6000 aziende a dimensione familiare che riescono a ricavare da quei prodotti elettronici anche oro, rame e piombo.
Il totale stimato di chi lavora in quel settore in quella zona è di 60.000 persone e il materiale trattato ogni anno si aggira su un milione e seicentomila tonnellate.
Ebbene, forse non guasterebbe un po’ meno di propaganda sull’ “economia circolare” e un po’ più di concretezza nel realizzarla anche su prodotti elettronici.
Basta ricordare che, mentre noi li gettiamo nutrendo così anche le organizzazioni criminali, in Cina ogni anno il valore dei materiali recuperati si aggira attorno ai 500 milioni di Euro.
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