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Dalla scienza nuova teoria sull’origine dell’uomo dalle scimmie

Uomo cavernicolo - Sputnik Italia, 1920, 12.06.2021
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Nel corso del processo evolutivo che ha visto un graduale distaccamento dai primati, l’uomo ha mangiato sempre più carne. Circa 2 milioni di anni fa l’uomo si è imposto al vertice della catena alimentare ed è diventato il re della natura.
Secondo una nuova ipotesi questo si sarebbe verificato grazie a un cibo ricco di proteine e grassi che avrebbe garantito il rapido sviluppo del cervello.

Da onnivori a super-carnivori

I biologi considerano i primati come onnivori o, anche, come generalisti, ossia animali che consumano cibi diversi a seconda della situazione. Ma per i primati il cibo prevalente sono comunque frutta e vegetali. Ad esempio, nella dieta di uno scimpanzé la carne solitamente non supera il 5-6%. Per analogia la scienza sta cercando di ricostruire anche la dieta dei nostri antenati dell’Età della Pietra, ma questo processo non è obiettivo. Infatti, l’ecosistema di quel periodo era completamente diverso da quello attuale, in particolare per l’abbondanza di animali di grossa taglia, la cosiddetta mega-fauna che coabitava la Terra insieme all’uomo.
Un recente studio condotto da scienziati israeliani e portoghesi spiega che già 2,6 milioni di anni l’Homo abilis preferiva la carne ai vegetali. Ancor più carnivoro era l’Homo erectus che visse 1,8 milioni di anni fa. Questo nostro antenato utilizzava utensili in pietra per sfaldare la carne. Infatti, i suoi denti e il suo intestino erano più piccoli rispetto al suo predecessore. La diminuzione delle dimensioni e della potenza della mandibola e degli organi di digestione sono segnali evolutivi di una transizione verso il carnivorismo. L’apparato digerente degli erbivori deve elaborare attentamente le fibre vegetali per ricavare la quantità necessaria di calorie, mentre i carnivori inghiottono la carne senza quasi masticarla e presentano un ambiente gastrico più acido.
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Studiando i dati a loro disposizione gli autori dello studio hanno identificato 25 fattori in base ai quali è possibile comprendere la struttura alimentare dei nostri antenati. Si tratta, nello specifico, di segnali morfologici di corpo, ossa, denti e organi interni, nonché del metabolismo come l’acidità gastrica e l’insulino-resistenza, alcune particolarità genetiche, marcatori geochimici e isotopici, la forma e la funzione degli utensili in pietra. In base a questi criteri, pare che circa 2 milioni di anni fa l’Homo erectus, più carnivoro, abbia soppiantato l’Homo abilis, essenzialmente erbivoro.
Questo contraddice l’ipotesi secondo cui il vantaggio competitivo degli antichi Homo rispetto agli altri privati fosse legato al fatto di essere onnivori e, di conseguenza, alla capacità di adattarsi alle variazioni dell’ambiente circostante. Inoltre, proprio la transizione al cibo animale, secondo gli autori dello studio, sarebbe il principale fattore ad aver determinato il successo evolutivo dell’uomo moderno come specie.
Anzitutto, secondo i ricercatori, questo avrebbe garantito una transizione di Homo dal centro della catena alimentare (dove spesso era vittima di predatori di grossa taglia) al vertice della stessa. La nicchia evolutiva si espanse e i cibi ricchi di grassi accelerarono lo sviluppo dei nostri antenati il cui metabolismo era più incline a elaborare chetoni che glucosio come fonte di energia per il cervello.
Inoltre, a differenza delle specie erbivore legate alla ristretta area geografica dove crescevano i loro cibi vegetali, l’habitat degli animali carnivori è limitato soltanto dal clima. La dieta a base di carne ha consentito all’uomo di espandersi in tutto il pianeta.

La legge del lupo

Di pari passo con la struttura alimentare mutò anche il comportamento sociale. Dei primati rimasero soltanto la protezione del gruppo e la difesa congiunta del proprio territorio. Comparvero poi delle caratteristiche tipiche dei grandi predatori: l’uccisione smodata di vittime, l’intolleranza inter-speciale, caccia di gruppo, il trasporto e il consumo di cibo, la creazione di scorte di cibo, la suddivisione dei ruoli a livello sociale, l’educazione collettiva della prole. Nei primi ominidi questi tratti non erano presenti, ma continuano ad essere preponderanti ancora oggi a livello psicologico nell’uomo.
Gli autori dello studio comparano l’uomo al lupo. Entrambe le specie sono estremamente flessibili e inclini all’adattamento, estendono continuamente il loro habitat alla ricerca di nuovo cibo e la quantità di animali uccisi per il loro sostentamento è molto elevata: da 1 kg alla tonnellata per il lupo da 100 grammi ad alcune tonnellate per l’uomo. Entrambe le specie, però, sono morfologicamente poco predisposte alla caccia in singolo di cacciagione di grossa taglia.
Ciononostante i lupi continuano a cacciare ancora oggi così come nel Pleistocene accontentandosi di quello che trovano. L’uomo, invece, avendo perfezionato le tecniche di caccia, è riuscito a concedersi il lusso di selezionare la sua vittima.
I dati paleontologici segnalano che i nostri antenati cacciavano gli animali di grossa taglia del tempo che erano al meno due volte più grandi di loro. Nei siti di quel periodo gli archeologi trovano numerosi resti ossei di erbivori giganti come elefanti, ippopotami, mammut e rinoceronti lanosi la cui carne, secondo gli scienziati, era alla base dei nostri antenati. Questi animali pesavano tra le 10 e le 12 tonnellate. Mentre oggi gli elefanti non pesano quasi mai più di 7 tonnellate.
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Gli scienziati ritengono che la transizione alla cacciagione di grossa taglia sia legata all’applicazione dell’elementare concetto dell’economia degli sforzi: era più facile cacciare un mammut tutti insieme una volta alla settimana piuttosto che cacciare conigli in singolo ogni giorno.
Questa “ottimizzazione” ebbe conseguenze molto importanti: si liberò del tempo per altre attività come il perfezionamento degli strumenti, l’educazione della prole, la creazione. Insieme a un cibo ricco di grassi che, secondo molti scienziati, fu la locomotiva del cervello umano, questo diede un impulso significativo al processo evolutivo.

Ritorno all’onnivorismo

Per identificare la posizione che l’uomo occupa nella catena alimentare, gli autori dello studio hanno utilizzato per la prima volta un metodo biochimico basato sull’analisi degli isotopi stabili dell’azoto. È noto che nell’organismo di chi mangia l’azoto-15 è presente in quantità maggiori rispetto ai vegetali o agli animali mangiati. La composizione isotopica dell’azoto nel collagene osseo degli uomini dell’antichità indica che 50.000 anni fa l’uomo era al vertice della catena alimentare, ossia era il principale predatore sul pianeta.
Poi si è prodotto un cambiamento. A metà del Paleolitico l’uomo passò dalla caccia collettiva a quella individuale di animali più piccoli e più veloci che abitavano le zone boschive. Furono inventate le trappole e a fine del Paleolitico anche l’arco e le frecce.
Un ruolo sempre maggiore lo svolse la raccolta e nel Neolitico cominciarono a diffondersi l’agricoltura e l’addomesticamento degli animali. Era l’uomo che da solo si occupava di crearsi il cibo. Questo cambiò radicalmente la vita della nostra specie: si crearono eccedenze di cibo, gli utensili di lavoro vennero perfezionati sempre di più, la sedentarietà rese l’uomo quasi indipendente dalla natura circostante.
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