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Plastica monouso, la direttiva Ue penalizza l’industria italiana

© Sputnik . Pavel Lisitsyn / Vai alla galleria fotograficaPlastica monouso
Plastica monouso - Sputnik Italia, 1920, 11.06.2021
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L’Unione europea fa la guerra alla plastica monouso, dal 3 luglio infatti dovrà essere applicata dai Paesi membri la direttiva che sancisce la rimozione dal mercato di molti prodotti usa e getta. I cittadini dovranno dire addio a piatti, bicchieri, cotton fioc in plastica, ma l’industria italiana protesta e i ministri criticano il testo europeo.
La battaglia contro gli oggetti di plastica monouso, i principali colpevoli dell’inquinamento dei mari, entra in una nuova fase. Entro il 3 luglio dai Paesi membri dell’Unione Europea dovrà essere applicata la direttiva 2019-904 (Single-Use-Plastic): l’obiettivo è rimuovere dal mercato gran parte della plastica monouso e ridurre i prodotti usa e getta di uso quotidiano.
Se per la Commissione europea si tratta di una misura storica, in Italia la direttiva SUP suscita non poche critiche da parte dell’industria e del governo. Le misure previste dal testo europeo andrebbero ad impattare pesantemente su un intero settore produttivo. Quali sono gli aspetti più criticati della direttiva? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Giangiacomo Pierini, presidente di ASSOBIBE (Associazione Italiana Industria Bevande Analcoliche).
Presidente Pierini, qual è il suo punto di vista sulla direttiva Sup?
— Pur condividendo gli obiettivi e i principi di circolarità che ispirano la Direttiva, riteniamo abbia un focus discriminatorio eccessivo e non privo di conseguenze per l’economia, le imprese e i cittadini. Inoltre, non tiene conto dei molti aspetti positivi della plastica, come leggerezza e sicurezza, né l’impatto che la sua entrata in vigore avrà sulle aziende del settore che rappresento. C’è poi un altro aspetto da considerare: la scarsa disponibilità di polietilene riciclato sul mercato italiano.
Quale sarà l’impatto della direttiva sulla produzione italiana e in particolare sul settore che produce bevande analcoliche?
— Avrà un impatto enorme in termini di riprogettazione, investimenti e costi per i nuovi requisiti, in primis quelli riferiti alle sole bottiglie in plastica in PET. La Direttiva, anche se non vieta le bottiglie in plastica, prevede che entro il 2024 i tappi attualmente impiegati debbano essere sostituiti con soluzioni che rimangano attaccate alla bottiglia una volta aperta, che per noi significa cambiare o adattare i macchinari degli stabilimenti. Entro il 2025 il 25% del materiale utilizzato dovrà essere riciclato (percentuale che sale al 30% entro il 2030), ma al momento in Italia scarseggia la disponibilità di rPet, il polietilene riciclato. Inoltre, il Pet riciclato è più caro di quello vergine, e per rifornirsene le aziende, soprattutto le più piccole, dovranno sostenere un aumento dei costi di produzione che rischia di metterle in difficoltà.
Infine, la Direttiva impone che entro il 2029 si debba arrivare al 90% della raccolta delle bottiglie usate (ma già entro il 2025 la percentuale da rispettare dovrà essere quella del 77%), ma l’attuale sistema dei consorzi garantisce il recupero di circa il 62% dei contenitori vuoti. Gli obiettivi di economia circolare verso cui questa Direttiva vuole traghettarci sono giusti e condivisibili, ma la formulazione non è condivisibile, anche perché include prodotti con contenuto di plastica molto ridotto e realizzati con plastiche alternative (da fonti vegetali quali il mais, per esempio).
La sostituzione tout court della plastica derivata dal petrolio con altri materiali è una scelta giusta secondo lei?
— E’ una scelta poco sostenibile, che rischia di schiacciare le aziende del settore, già fortemente penalizzate dal contesto difficile che stiamo attraversando. Inoltre, la plastica garantisce la sicurezza alimentare e il rispetto di elevati standard qualitativi e comporta vantaggi anche per il consumatore in termini di praticità di utilizzo e trasporto.
Le linee guida europee agitano il governo italiano e ancora di più l’industria del settore per bocca dello stesso presidente di Confindustria Bonomi, il quale sottolinea come di fatto si chiuda un intero settore industriale. In chiusura, ci dica, secondo lei l’Italia è pronta ad attuare la direttiva?
— Non spetta a noi dire se sia pronta o meno, quello che auspichiamo è che lo faccia tenendo conto dell’impatto che potrà avere. Ci auguriamo che venga attuata per promuovere innovazione ed economia circolare e non per colpire unicamente una tipologia di materiale. Quel che è certo è che il nostro Paese rimane carente di impianti di selezione e gestione dei rifiuti e degli imballaggi post consumo, aspetto indispensabile per l'economia circolare.
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