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Afghanistan, una sconfitta annunciata

© Foto : Il Ministero della Difesa italianoLa foto ufficiale al termine della cerimonia
La foto ufficiale al termine della cerimonia
 - Sputnik Italia, 1920, 09.06.2021
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Il disastro afghano è figlio di una missione impossibile ovvero portare la democrazia in un paese dominato dai signori della guerra e dall’integralismo islamista. Era tutto chiaro già da molti anni.
Ora con il ritiro degli americani e delle forze Nato la caduta di Kabul e il ritorno al potere dei talebani e solo questione di mesi. L’Italia si lascia dietro 53 caduti, 700 feriti e una spesa complessiva superiore agli 8 miliardi e mezzo.
Vent’anni di Afghanistan sono costati all’Italia le vite di 53 soldati, il sangue di 700 feriti e la somma, non indifferente, di oltre 8 miliardi e mezzo di euro. Ora ce ne stiamo andando alla chetichella. Quasi di nascosto. Arrotolando la bandiera e convocando Ministro della Difesa e giornalisti con qualche settimana d’anticipo rispetto all’effettivo addio dell’ultimo soldato italiano alla base di Herat.
Ma non poteva essere diversamente. Tra pochi giorni tutto potrebbe assai più difficile. Il triste epilogo era già scritto. Che l’impresa afghana non fosse destinata a regalarci una smagliante vittoria l’avevo capito nell’agosto 2009. In quei giorni il paese attendeva le elezioni presidenziali e il contingente italiano contava più di 5mila uomini. Ma anche allora non era una passeggiata. Nelle province occidentali di Herat e di Farah, affidate al controllo del contingente italiano si combatteva quasi quotidianamente. E si moriva.
© Foto : Il Ministero della Difesa italianoLa firma dell’albo d’onore
La firma dell’albo d’onore - Sputnik Italia, 1920, 09.06.2021
La firma dell’albo d’onore
La gran parte dei 53 morti e dei 700 feriti italiani caddero tra il 2007 e il 2012. In quei cinque anni i soldati italiani impegnati nella missione Nato si ritrovarono in prima linea nelle offensive lanciate per sottrarre ai talebani il controllo di città e aree chiave nel paese. Scontri e battaglie in cui il contingente italiano dimostrò capacità e valore. Ma poi c’erano le elezioni, le minacce dei talebani, la difficile difesa di seggi e urne diventati il simbolo della promessa americana di esportare la democrazia. Che la realizzazione di quella promessa fosse ben più ardua delle offensive militari con cui ci illudevamo di controllare del paese lo capii il 19 agosto 2009, vigilia del voto presidenziale.

Quel giorno ci lasciamo alle spalle il piccolo avamposto di Bala Baluk, nella provincia di Farah e con una colonna di blindati torniamo nei villaggi dove, nelle settimane precedenti, i militari italiani e afghani hanno distribuito le schede elettorali. Nel piccolo villaggio di Shaharak, 30 chilometri a sud di Bala Baluk, l’ufficiale italiano è sul punto d’impazzire. Il traduttore afghano ripete per l’ennesima volta la domanda dell’ufficiale. Per l’ennesima volta Haji Nabil, il capo villaggio si lancia in un concitato dialogo con la piccola folla di donne, anziani e mocciosi riuniti alle sue spalle. Poi imperturbabile come le cinque volte precedenti si rigira verso l’ufficiale alza le dita e ripete il consueto responso. “Sette schede capitano, solo sette schede”. Il capitano stringe i denti, sorride, reprime il nervosismo. “Ma allora - urla nelle orecchie del traduttore - dove sono finite tutte le altre cento e passa schede che abbiamo distribuito qui a Shaharak? Altro parlottio, altre discussioni, fino a quando Haji Nabil, tirati in disparte capitano ed interprete, spiega l’arcano. “Sono a casa del capo villaggio, sarà lui a votare per tutti… loro hanno paura dei talebani”.

In quel momento mi è risultata improvvisamente chiara la follia di quella missione, l’inutilità di quelle morti, l’assurdità della promessa formulata da Washington all’indomani della cacciata dei talebani. Quella guerra non si poteva vincere. O almeno non si poteva vincere come s’illudevano alla Casa Bianca. Oggi l’addio italiano, sulla scia di quello americano, è la plastica evidenza della realtà intravista per la prima volta a Shaharak. L’ex-base italiana di Bala Baluk passata nelle mani di esercito e polizia afghani nel 2103 è, dal 2015, una sorta di Fort Alamo. Circondata dai talebani subisce i loro continui e micidiali attacchi. L’ultimo risale al 3 maggio scorso quando gli insorti islamisti, penetrati dentro il perimetro della base da un tunnel sotterraneo, hanno massacrato 18 soldati afghani e ferito una decina.
Nel resto del paese non va meglio. Secondo il rapporto quadrimestrale del Dipartimento alla Difesa presentato al Congresso americano il 13 maggio scorso.
I talebani circondano i capoluoghi di cinque province (Baghlan, Helmand, Kandahar, Kunduz e Uruzgan) e controllano tratti delle principali arterie del paese limitando i rifornimenti delle forze afghane e isolando guarnigioni e posti di blocco governativi. Tra il dicembre 2020 e il febbraio 2021 solo nella provincia di Kandahar l’esercito ha abbandonato oltre 200 postazioni. Mettendo insieme questi dati appaiono ragionevoli le conclusioni di alcune fonti d’intelligence pronte ad attribuire ai talebani il controllo di circa il 60% del territorio. Nel frattempo moltiplicano le uccisioni di dipendenti governativi, funzionari della sicurezza e giornalisti. Il tutto nell’ambito di una campagna che punta a far crollare il morale delle forze governative e la fiducia della popolazione nel governo.
L’omaggio alla Bandiera - Sputnik Italia, 1920, 09.06.2021
L’omaggio alla Bandiera
Ma il peggio arriverà con la fine della copertura aerea garantita da americani e alleati della Nato. Da quel momento la consapevolezza di esser diventati carne da macello moltiplicherà il numero delle diserzioni trasformando l’esercito e polizie in armate allo sbando. Non a caso i talebani hanno creato i cosiddetti “Comitati per l’invito e la guida” incaricati di incoraggiare e favorire le defezioni di militari e poliziotti e governativi. Il funzionamento è semplice ed efficace.
I responsabili locali dei “comitati” chiamano al telefono i comandanti delle guarnigioni - e talvolta i loro genitori o le loro mogli - offrendo di risparmiare le loro vite e quelle dei loro uomini in cambio della resa e della consegna di guarnigioni e rispettivi arsenali. A volte la resa viene incoraggiata con l’offerta di 130 dollari a testa e la distribuzione degli abiti civili necessari a raggiungere le proprie abitazioni.
Grazie a questi metodi i talebani hanno ottenuto dal primo maggio ad oggi la resa di ben 26 avamposti e basi in quattro province (Laghman, Baghlan, Wardak e Ghazni). Ma il vero collasso potrebbe arrivare tra pochi giorni quando anche gli ultimi contractor americani lasceranno il paese. A quel punto non vi sarà più nessuno in grado di garantire i rifornimenti di carburante alla manciata di basi che ospitano una piccola flotta di elicotteri e aerei incaricati di garantire l’ultima residuale copertura aerea.
Da quel momento gli uomini sul terreno non avranno altra scelta che arrendersi o morire. E per Kabul incomincerà l’ultimo conto alla rovescia.
Soldati italiani - Sputnik Italia, 1920, 16.04.2021
Afghanistan, quanto è costata all'Italia la missione Nato di 20 anni?
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