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Francia offesa in Africa: arrivano i russi

© Sputnik . Valeriy Melnikov / Vai alla galleria fotograficaBamako, la capitale di Mali
Bamako, la capitale di Mali - Sputnik Italia, 1920, 08.06.2021
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L’Unione africana ha bloccato l’adesione della Repubblica del Mali “finché nel Paese non sarà ripristinato l’ordine costituzionale”. Al contempo l’Unione ha invitato la comunità internazionale ad estendere gli aiuti finanziari al Mali in modo che la Repubblica riesca ad affrontare “criticità di natura macro-economica”.
In realtà, bisogna prestare attenzione a una piccola sfumatura: nel contesto dell’Unione africana storicamente esercitano non poca influenza non i Paesi africani, ma gli ex colonizzatori e, nello specifico, la Francia. Si sospetta, dunque, che la decisione assunta sia strettamente legata alla posizione che Parigi ha sul tema.
E la faccenda si fa ancor più interessante perché Macron si sarebbe offeso. Come si può spiegare se non con le emozioni la dichiarazione del presidente francese del fatto che ritirerà le proprie truppe dal Mali nel caso in cui il governo maliano propenda verso l’estremismo islamico. Inoltre, Macron ha minacciato i leader militari maliani di imporre sanzioni ad personam da Francia e UE qualora nel Paese non si produca una transizione democratica del potere verso una amministrazione civile.
Французские солдаты и бывшие туарегские повстанцы во время патрулирования в городе Кидаль, Мали - Sputnik Italia, 1920, 30.05.2021
Macron paventa ritiro truppe francesi se Mali va verso islamismo radicale
Queste posizioni sono sorte in reazione all’ennesimo, il secondo nell’ultimo anno, colpo di Stato in Mali, un Paese che storicamente è considerato nell’alveo dell’influenza francese (solo alla Russia l’Occidente nega il diritto di detenere zone di influenza). Però in Mali questo ennesimo passaggio di potere non viene considerato un colpo di Stato. Gli stessi militari che ad agosto dello scorso anno cacciarono Ibrahim Boubacar Keïta (che aveva retto il Paese dal 2013) decisero che il presidente ad interim Bah Ndaw avesse violato gli accordi quanto sollevò dall’incarico alcuni militari. Di conseguenza, fu arrestato e rimosso dal mandato presidenziale. In automatico il potere è passato al colonnello Assimi Goita, il trentottenne ufficiale a capo delle forze speciali nel Mali settentrionale dove si tengono scontri armati con i ribelli. Goita giura comunque che nel mese di febbraio del prossimo anno si terranno elezioni democratiche, come è stato definito dopo lo scorso colpo di Stato.
Tutti questi eventi hanno colto impreparato il governo francese e sono diventati una sfida personale per Macron. Considerato che anche Macron l’anno prossimo dovrà superare le elezioni, i problemi sul versante africano non lo aiutano. E in Male, pare, si sta tramutando in una trappola per la Francia. Parigi è invischiata nel conflitto in Mali e non capisce come tirarsene fuori.
Dopotutto la Francia ha coinvolto in questo conflitto una molteplicità di altri Paesi. A cominciare dal gennaio 2013 con l’operazione Serval contro i Tuareg insorti e diversi gruppi islamici. Nel luglio del 2014 Parigi festeggiò una “vittoria” dichiarando che la missione si fosse conclusa positivamente. In verità, quasi subito dopo la sua conclusione fu annunciata un’altra operazione, la Barkhane, di portata più ampia e con un coinvolgimento maggiore di forze e risorse. Al momento nell’ambito di quest’operazione sono coinvolti circa 1.000 soldati francesi, estoni, svedesi, britannici, nonché dei Paesi del G5 Sahel. Senza considerare poi la missione ONU di peacekeeping in Mali che dal luglio 2013 fu avviata in sostegno alle operazioni condotte dai Paesi africani e dalla Francia. Questa missione è già diventata la più impegnativa in termini di perdite tra le missioni dell’ONU: infatti, il numero di peacekeeper rimasti uccisi supera le 240 unità.
A man stands in front of the Djingareyber mosque on February 4, 2016 in Timbuktu, central Mali. - Sputnik Italia, 1920, 24.05.2021
In Mali formato nuovo governo
Non sorprende che la dichiarazione di Macron circa la possibilità di ritirare i militari francesi abbia scatenato lo scontento degli altri partecipanti all’operazione nella regione. La stampa britannica si è chiesta allora il motivo della presenza in Mali di 300 suoi militari (all’interno del contingente dell’ONU). L’Italia che ha aderito alla missione militare dei francesi nel marzo di quest’anno si sta chiedendo, dopo l’ennesimo colpo di Stato, quale sia il suo ruolo all’interno della missione. Mentre in Estonia, che partecipa direttamente alla Barkhane francese, i parlamentari stanno dichiarando che tutte le campagne dei militari estoni sono state un fallimento, inclusa quella maliana. Due anni fa l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves dichiarava: “Dunque, le morti dei soldati estoni prodottesi sostenendo gli USA in Afghanistan e in Iraq sono state invano?”. Oggi pare che i politici estoni si facciano la stessa domanda anche in merito alle sorti dei propri soldati nel conflitto in Mali.
Chiaramente, la dichiarazione di Macron circa l’eventualità di ritirare le truppe francesi senza le dovute consultazioni con quei Paesi che hanno investito nelle missioni africane di Parigi è chiaramente di carattere emozionale. Ed è comprensibile se osserviamo con attenzione gli slogan delle migliaia di cittadini di Bamako (la capitale del Mali) in senso di sostegno ai colpi di Stato dell’anno scorso e di quest’anno. Praticamente tutte queste manifestazioni riportano slogan marcatamente anti-francese e pro-russi. “Vogliamo che la Francia se ne vada e che venga la Russia”, sostengono i manifestanti.
In questi mesi i giovani maliani si incontrano regolarmente in occasione di manifestazioni presso l’edificio dell’ambasciata russa invitando Mosca a manifestare la sua ingerenza per salvare lo Stato del Mali. Gli slogan pro-russi sono diventati in Mali la normalità. E, lo sottolineiamo, questo avviene contestualmente a un brusco aumento dei sentimenti anti-francesi. Parigi viene incolpata di tutte le difficoltà che il Paese ha affrontato negli anni scorsi e di lassismo nei confronti dei gruppi terroristici. Questo per Macron è motivo di nervosismo. Parallelamente l’Occidente parla sempre di più della “espansione russa in Africa”. Anche se in realtà, come al solito, noi russi non abbiamo fatto ancora nessuna guerra su quel territorio (e non è nemmeno certo che la faremo).
Non v’è nulla di strano nella crescita di popolarità della Russia tra i maliani. Gli abitanti di questa Paese africano che per anni è stato dilaniato dalla guerra hanno innanzi ai propri occhi l’esempio delle operazioni militari russe condotte in Siria con esito positivo. Ma per loro un esempio ancor più prossimo e interessante è il coinvolgimento degli istruttori militari russi nella risoluzione del conflitto nella Repubblica Centrafricana. Quando si mette a confronto l’efficacia della pluriennale ed inutile missione francese in Sahel e la partecipazione, limitata per risorse e tempistiche, degli esperti russi nella risoluzione del conflitto in Repubblica Centrafricana, di certo il vantaggio non propende a favore di Parigi. E in Mali questo lo capiscono molto bene.
Chiaramente, l’Occidente non sarebbe tale se non trovasse in qualsivoglia manifestazione russa (persino nei manifesti improvvisati della folla di Bamako) dei “complotti del Cremlino”. Subito dopo il colpo di Stato del 2020 sulla stampa occidentale sono stati pubblicati molti articoli recanti teorie cospirazioniste sul fatto che dietro tale evento ci sarebbe stata probabilmente la mano di Mosca.
Emmanuel Macron - Sputnik Italia, 1920, 20.11.2020
Macron: Russia e Turchia alimentano il sentimento antifrancese in Africa
La “prova” di questo fu il fatto che alcuni ribelli “erano stati precedentemente impegnati nel programma di addestramento organizzato dalle forze armate russe”. Com’è evidente, questo è stato sufficiente per giustificare la presenza della “mano del Cremlino” laddove in realtà non c’è affatto. Ma nessuno è indignato del fatto il leader del colpo di Stato, il colonnello Goita, sia stato addestrato in Florida e che per molti anni abbia collaborato con le forze speciali dell’esercito statunitense. Insomma, due pesi due misure.
Macron ad oggi non ha ancora sfruttato il tema della “ingerenza russa”. E questo essenzialmente poiché, se lo facesse, dovrebbe ammettere una sconfitta con la Russia (anche se si tratta solo di aver perso la simpatia dei maliani). Macron non sfrutta il tema Russia anche perché questo significherebbe riconoscere di aver sbagliato la sua strategia africana. Nel novembre del 2017, dopo solo alcuni mesi dall’inizio del suo mandato presidenziale, presentò la sua nuova strategia in un intervento pronunciato di fronte agli studenti dell’Università di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. In sostanza, quel discorso sancì per l’ennesima volta il rifiuto del sistema Françafrique, ossia il baluardo post-coloniale di Parigi nelle nazioni post-coloniali. Ennesima volta perché François Hollande, il predecessore di Macron, giurò “senza alcun dispiacere” di rifiutare il sistema della Françafrique quando era ancora un candidato alle presidenziali.
Macron in maniera altrettanto ardita promise di non suddividere il Continente nero in aree francofone, lusofone e anglofone e di seguire unicamente i principi democratici di stato di diritto e di continuità del potere tramite elezioni. Ma pare che a fronte del perdurante stato di conflitto in Mali e nei Paesi vicini Macron si sia dimenticato di questi principi. La sua recente visita ai funerali del defunto presidente del Ciad Idriss Déby è stata l’ennesima prova di quanto il discorso in Uganda sia ormai dimenticato. Infatti, la questione non è che Macron si sia recato a omaggiare uno dei leader africani di gran lunga meno democratici che ha retto il Paese per un trentennio (perché era un fedele alleato della Francia il suo autoritarismo gli era perdonato). La questione è invece che la sua apparizione a fianco di Mahamat Déby, il trentasettenne figlio del leader del Ciad, è stata di fatto consacrata dal “superdemocratico” presidente francese alla transizione dinastica del potere in un Paese sotto il controllo di Parigi. A volte prevale la democrazia, altre volte si dimentica l’importanza del processo elettorale.

I sostenitori di Macron giustificano il suo operato con il fatto che “l’interesse principale della Francia in Ciad non è la democrazia, ma garantire la stabilità del Paese”. E pertanto è necessario evitare un “vuoto di potere”. Ma queste sono letteralmente gli argomenti di coloro che hanno architettato il colpo di Stato in Mali. La Corte costituzionale maliana, confermano il mandato di presidente ad interim del colonnello Goita, ha giustificato questa decisione proprio con la necessità di “riempire tempestivamente il vuoto di potere venutosi a creare”.

Ma da dove deriva una reazione così diversa di Francia e dell’Occidente a una transizione di potere non democratica in Mali e in Ciad? La risposta è chiara: il Ciad si mantiene sottoposto a Parigi, mentre i leader militari del Mali nutrono maggiori speranze nella Russia che nell’ormai compromessasi Francia. Finiscono qui i giochi alla “democrazia africana” del liberale Macron. E comincia invece il tradizionale panico sullo stile “Arrivano i russi”.
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