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Brusca, Ingroia: “Serve legislazione nazionale antimafia più efficace”

Antonio Ingroia - Sputnik Italia, 1920, 03.06.2021
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Dopo le polemiche suscitate dalla scarcerazione di Giovanni Brusca, Maria Falcone ha lanciato un appello alla politica per una riforma del carcere ostativo. Ma la liberazione del boss pluriomicida costituisce davvero un vulnus nella giustizia italiana? Ecco cosa ne pensa Antonio Ingroia.
All’indomani della scarcerazione di Giovanni Brusca, Maria Falcone ha lanciato un appello alla politica per una riforma del carcere ostativo, chiedendo allo Stato di dimostrare, a quasi trent’anni dall’uccisione dei giudici antimafia Falcone e Borsellino, che la “lotta alla mafia resta una priorità”.
Nel suo passato criminale Brusca si è macchiato di efferati delitti, come l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, il cui corpo venne disciolto nell’acido. Fu lui ad azionare il telecomando che fece esplodere l’ordigno di tritolo, nell’attentato in cui persero la vita Giovanni Falcone assieme alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli uomini della scorta. Condannato all’ergastolo, ha scontato solo 25 anni in virtù di una legge sui collaboratori di giustizia.
La sorella del giudice antimafia ha ricordato che è stato lo stesso Falcone a volere quella legge, ma ha chiesto un impegno reale per un'approvazione veloce della riforma della legge sull'ergastolo ostativo sollecitata dalla Corte Costituzionale". Sputnik Italia ha raggiunto telefonicamente il dott. Antonio Ingroia, ex pm della Procura antimafia di Palermo, per un approfondimento.
Partiamo dalla scarcerazione di Giovanni Brusca, che ha suscitato tanta indignazione e polemica, secondo lei questo episodio mostra un vulnus della giustizia italiana?
— Secondo me no. Il punto è se dobbiamo ragionare con il cuore o con la testa. Con il cuore diciamo che provoca grande amarezza e non possiamo essere contenti che un pluriomicida che si è macchiato con delitti molto efferati, come la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, oltre all’attentato a Giovanni Falcone, torni in libertà. Però dobbiamo ragionare anche con la testa e la razionalità dice che i collaboratori di giustizia servono. Servono per la lotta alla mafia, lo diceva lo stesso Giovanni Falcone.
I collaboratori di giustizia, però, non cadono dal cielo, hanno bisogno di un’incentivazione per lasciare la mafia e collaborare con lo Stato. E questo incentivo non può venire che dai cosiddetti premi, ovvero gli sconti di pena. E’ il caso di Giovanni Brusca, che non è un pentito, ma un collaboratore di giustizia che ha fatto i suoi calcoli ed essendo stato arrestato abbastanza giovane, ha pensato che collaborando con la giustizia avrebbe potuto uscire dal carcere prima di morire.
Lo Stato dal suo punto di vista dà uno sconto di pena per ottenere rivelazioni utili ad arrestare e far condannare altri mafiosi, evitando altri omicidi e stragi. E questo è quello che è accaduto con Brusca, che è stato sostanzialmente leale con lo Stato, ha fatto 25 anni di carcere invece dell’ergastolo. Credo che tutto sommato debba andare così.
Questa legge è stata voluta da Giovanni Falcone, giusto?
— Assolutamente sì, anzi va detto che lui spinse per una legge su un modello già da tempo esistente negli Stati Uniti, dove la legislazione consentiva allo Stato di trattare perfino l’impunità del mafioso che decideva di collaborare. In Italia abbiamo tenuto una linea più prudente.
Maria Falcone ha fatto un appello alla politica per una riforma del carcere ostativo. Serve una riforma del genere? E se sì in che senso?
— Maria Falcone ha detto una cosa sacrosanta e cioè che può avere un senso fare uno sconto di pena ai collaboratori di giustizia se nel contempo la pena è rigorosa nei confronti dei mafiosi irriducibili, che restano tali. Invece in Italia di rischia di allentare sull’ergastolo per i mafiosi irriducibili e nel contempo oggi piovevano le critiche per lo sconto di pena nei confronti del mafioso che comunque si è arreso collaborando con lo stato.
Magistrato italiano Giovanni Falcone - Sputnik Italia, 1920, 03.06.2021
Brusca, la sorella del giudice Falcone: "Ora impegno reale per la riforma del carcere ostativo"
Maria Falcone dice di applicare la legge e applicarla fino in fondo ma nei confronti di chi non collabora con lo Stato, di chi rimane nel suo campo, nel campo della mafia, anche da detenuto, non ci siano sconti, benefici.
Nell’ultimo anno si è discusso di scarcerazione dei boss per la pandemia di Covid, così come si legge di capimafia che impartiscono ordini dal carcere o durante i permessi premio. A fronte di questi episodi si può dire che dopo quasi trent’anni dalla morte di Falcone e Borsellino la lotta alla mafia resta una priorità dello Stato?

— Dovrebbe restare una priorità perché la mafia non è stata sconfitta ed è ancora estremamente forte, ma in realtà da un pezzo non è più priorità del Paese, da un pezzo si sono fatti troppi passi indietro. Questa dovrebbe essere l’occasione per rivedere non in peggio la legge sui pentiti, che comunque è una legge che serve a contrastare la mafia, ma bisognerebbe rivedere la legislazione nazionale antimafia più efficace.

In che modo si dovrebbe rivedere?
— Innanzitutto, come dice Maria Falcone, senza concessioni e senza cedimenti sul cosiddetto ergastolo ostativo. E ancora con un inasprimento degli strumenti nei confronti dei veri mafiosi, non consentendo certe liberazioni facili dei boss condannati.
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