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Giorgia uber alles

© Foto : Agenzia Nova / Marco MinnaGiorgia Meloni FdI vota per il referendum costituzionale
Giorgia Meloni FdI vota per il referendum costituzionale - Sputnik Italia, 1920, 31.05.2021
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La parte più difficile per la Meloni dopo la sorprendente crescita di Fratelli d’Italia, diventato secondo partito davanti al Pd e poco dietro la Lega, non è superare Matteo Salvini, ma imporsi come baricentro del centro destra. Perché se, complice la frammentazione di Forza Italia, salta la coalizione anche la possibilità di governare.
“La strategia per sorpassare Salvini e la Lega? Non serve ce le regala già lui.” La battuta circola in Fratelli D’Italia e non è lontana dalla verità. Uno dei principali artefici della fantasmagorica crescita del partito erede di An e del vecchio Msi è senza dubbio Matteo Salvini.
Con gli errori, le incertezze e le sventatezze inanellate nei giorni del Papeete l’ex Capitano ha inevitabilmente agevolato il travaso di voti che ha spinto Fratelli d’Italia al 19,5 per cento nei sondaggi superando il Pd e piazzandosi alle spalle di una Lega scesa sotto il 22. Ma la battuta degli uomini di Giorgia è, alla fin dei conti, assai ingenerosa proprio nei confronti della propria leader.
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Se Matteo ha fatto tantissimo per auto-danneggiarsi l’immagine coerente e rassicurante trasmessa dalla Meloni è stata fondamentale per garantire a FdI di recuperare non solo i voti dei delusi dalla Lega, ma anche quelli di Forza Italia e del vecchio Msi prima e di An poi. Partiamo da lì perché in fondo Fratelli d’Italia è l’erede di quel mondo. Nel 2012, quando la Meloni ne raccoglie le rovine, quel mondo è un deserto post nucleare. Le vicende della casa di Montecarlo transitata dalle proprietà di An a quelle della famiglia di un Gianfranco Fini trasformatosi nel servitore compiacente del presidente Giorgio Napolitano e della sinistra hanno definitivamente azzerato la fiducia degli elettori. Il 2 per cento raccolto dalla Meloni alle politiche del 2012 ne è la dimostrazione. Ma dove sono finiti i voti di An, un partito che dal 1994 al 2006 ha raggiunto punte del 15 per cento senza mai scendere sotto il 10? Per capirlo bisogna partire dai primi anni ’90 quando l’Msi prepara la svolta di Fiuggi. In quel periodo molti missini transitano in una Lega pronta a mietere i primi successi al nord. Accolti da un movimento pronto pur di crescere a scendere a patti con chiunque gli ex-missini creano dei circoli interni e fanno politica sotto le insegne del movimento di Bossi.
Salvini alle prese, nel 2012, con la necessità di creare un partito nazionale è il primo a capire la potenzialità di quei reduci ospitati nelle proprie fila e li usa per mettere le mani sui voti di An. L’operazione è ancor più facile e redditizia al sud dove Msi e Alleanza Nazionale custodivano percentuali di voto assai superiori alla media nazionale e dove l’emergente Lega “nazionale” diventa l’ultimo rifugio. Dunque Salvini costruisce ben poco, limitandosi a saccheggiare il bacino elettorale su cui Giorgia Meloni nel 2012 non ha ancora la credibilità politica per metter le mani.
Salvini non si ferma lì. Non pago di aver saccheggiato i forzieri elettorali della vecchia An s’impadronisce anche della sua eredità politica. In fondo il sovranismo, l’Europa delle patrie, la cultura dell’identità nazionale, la lotta all’immigrazione irregolare e la contrapposizione alla sinistra altro non sono che la riproposizione dei cavalli di battaglia cavalcati prima dal Msi e poi, anche se in maniera più incerta e confusa, da Alleanza Nazionale. Ma il problema di Salvini è quello di usare le idee politiche come un grande frullatore in cui mescolare tutti i gusti capaci di attrarre un possibile pubblico. La dimostrazione più palpabile di questo confuso e incoerente opportunismo politico è proprio il Papeete.
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Quella sagra pacchiana di inni nazionali mescolati a mohito e suoni techno diventa l’icona devastante di una politica decisa alla giornata. Ed è quello il momento in cui l’incoerenza incomincia a far riflettere l’elettorato di Destra spingendolo a mettere a confronto il deludente Capitano con l’emergente Giorgia. Il palcoscenico politicamente più significativo di quel raffronto è Bruxelles. Dove nel 2019 il Capitano sembra aver stravinto. Soprattutto se si paragona il 34 % conquistato dalla Lega alle Europee del 2019 al 6,4 per cento di Fratelli d’Italia. Ma nella sostanza il trionfo di Salvini si rivela una trappola. Anche perché la galassia sovranista europea non si materializza. In compenso si consolida, invece, la diffidenza delle principali forze di governo europee nei confronti di un leader leghista considerato inaccettabile e pericoloso.
Ed è proprio l’ostilità europea a permettere la nascita in Italia di quel governo giallo-rosso che segna la marginalizzazione di Salvini distruggendone l’immagine di possibile leader nazionale. In tutto questo Giorgia Meloni si muove con molta più avvedutezza. Pur condividendo la visione sovranista la leader di Fratelli d’Italia opera nel bacino più rassicurante garantitole dai conservatori europei di Ecr dove gravitavano i tories del premier inglese Boris Johnson e dove, dopo l’addio inglese, restano forza principale i cattolici polacchi di Diritto e Giustizia .
Una coalizione che non esiterà a legittimare Giorgia Meloni garantendole nel 2020 l’investitura di presidente dei conservatori europei. Quel titolo non è solo onorifico. Politicamente sancisce la differenza tra Giorgia Meloni e di un Salvini percepito come scelta inutile dagli elettori convinti che l’ostracismo europeo ne renda impossibile il ritorno alla guida di governo. Ed infatti proprio nell’ultimo quadrimestre del 2019 inizia il travaso di preferenze che porta Fratelli d’Italia al 19,5 % mentre la Lega precipita dal 34 % fino a sotto il 22. Fondamentale per i successi della Meloni è anche la scelta di restare all’opposizione anziché accomodarsi nel variegato governo di Maio Draghi. Un scelta impossibile per un Salvini costretto a sostenere Mario Draghi per mitigare l’ostracismo europeo e mantenere la fiducia degli imprenditori del nord. Ora però la rimonta di FdI punta a far breccia anche in quell’imprenditoria settentrionale che oltre a essere il “sancta sanctorum” della Lega rappresenta il terreno indispensabile per garantirsi un’effettiva egemonia all’interno del centro destra.
E lo è ancor di più in considerazione della frammentazione di Forza Italia e delle gigantesche incognite poste dalla salute di Silvio Berlusconi. “Noi anche su quel fronte lavoriamo sulla lunga distanza - spiega Carlo Fidanza, milanese e capo delegazione di FdI al Parlamento Europeo - da due anni dialoghiamo stabilmente con la piccola e media imprenditoria del nord e ne intercettiamo le esigenze. E la decisione con cui dall’opposizione abbiamo sostenuto la necessità di riaprire bar, palestre e piscine, mentre la Lega faceva i conti con le scelte governative ci ha inevitabilmente giovato. Al nord ormai veniamo percepiti come un partito legato alla parte produttiva del paese, lontano dall’immagine di una destra assistenziale, meridionalista e statalista. Al recupero delle posizioni nel sud, dove stiamo tornando partito di prima grandezza, si accompagna una crescita significativa al nord resa possibile dalla scelta di schierarci all’opposizione.”
In questa prospettiva di ulteriore crescita e di superamento della Lega Fratelli d’Italia punta a mantenere un’immagine rassicurante e dribblare così qualsiasi tentativo di marginalizzazione. Proprio per questo, fanno capire da via della Scrofa, vengono evitati attacchi diretti ad un Mario Draghi che in questi mesi ha sempre dimostrato “attenzione e rispetto” per le posizioni di Giorgia Meloni. E infatti anche nella partita per il Quirinale Fratelli D’Italia potrebbe scegliere di favorire l’attuale premier. Ma l’Europa resterà il punto di contrapposizione fondamentale con un Salvini dimostratosi incapace di avvicinarsi ai popolari europei. Un avvicinamento avviato invece dalla Meloni che punta non ad un integrazione, ma ad un dialogo con il Partito Popolare Europeo. Un dialogo capace di allontanarlo dall’abbraccio con le sinistre e favorirne future alleanze con forze di centro destra come FdI e quelle al potere in Polonia. Insomma un percorso di crescita complesso dove la parte più difficile non sarà superare la Lega di Matteo Salvini, ma imporsi - vista la situazione di Forza Italia e del suo leader Silvio Berlusconi - come il collante della coalizione di centro destra. Perché se scomparisse la coalizione scomparirebbe anche la possibilità di formare un governo e guidare il paese.
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