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Dopo Gaza, Israele volta pagina e archivia Netanyahu?

© Sputnik . Ariel Sporn / Vai alla galleria fotograficaLa manifestazione nella città si Lod
La manifestazione nella città si Lod - Sputnik Italia, 1920, 31.05.2021
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A quanto pare, Israele è sul punto di voltare pagina, archiviando almeno per il momento il lungo capitolo della sua storia scritto da Benjamin Netanyahu, premier tra il 1996 ed il 1999 e poi, ininterrottamente, negli ultimi dodici anni.
La svolta si è prodotta nell’ultimo weekend di maggio, grazie ad un accordo di massima intervenuto tra il leader del partito Yesh Atid, centrista, Yair Lapid, incaricato dal Presidente israeliano di formare un nuovo governo, ed il capo di Yamina, una formazione conservatrice di stampo nazionalista, guidata da Naftali Bennett.
L’esecutivo che è sul punto di prendere forma sarebbe, per usare un termine molto in voga in Italia, “di larghe intese”, prevedendo una partecipazione diretta di delegazioni espresse da movimenti della più varia estrazione e necessitando almeno del sostegno esterno dei deputati palestinesi eletti alla Knesset.
Tale risultato deve non poco al combinarsi degli effetti della legge elettorale perfettamente proporzionale vigente in Israele con le conseguenze della frammentazione dei votanti, che si dividono su molteplici linee.
Il punto di convergenza che terrebbe in piedi la nuova coalizione è la volontà di porre fine al dominio esercitato sulla vita politica israeliana da Netanyahu, che ha tentato fino all’ultimo momento di dar vita ad una maggioranza di destra. Alcuni pensano anche che il premier uscente non escludesse di rigiocare nuovamente la partita, portando lo Stato ebraico a nuove elezioni.
L’alleanza che sta prendendo forma risponde senza dubbio anche a questa esigenza di stabilità, che la battaglia del mese scorso con gli islamisti di Gaza ha soltanto enfatizzato ulteriormente, ponendo in luce in termini nuovi anche il problema di assicurare la coesistenza pacifica tra le due maggiori comunità presenti in Israele.
A Netanyahu ed alla sua vecchia maggioranza è stata rimproverata una politica interna poco accomodante e discriminatoria nei confronti delle minoranze, il cui status sarebbe stato mortificato da una legge sul carattere ebraico dello Stato approvata nel 2018: un provvedimento molto ideologico e complessivamente anche inutile, considerate le caratteristiche strutturali e storiche d’Israele, ma che ha probabilmente contribuito non poco ad esacerbare gli animi, dando forza ai movimenti più radicalmente anti-sionisti. Hanno pesato anche le inchieste giudiziarie in corso, che possono compromettere il futuro di Netanyahu.
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Non è peraltro detto che l’opposizione al leader del Likud sia un collante sufficiente a tenere a lungo assieme il composito schieramento che farà parte della nascente coalizione.
Oltre alle formazioni di Lapid e Bennett, infatti, dovrebbero entrare nel futuro governo il Partito Blu Bianco di Benny Gantz, progressista, assieme ai socialdemocratici verdi di Meretz, ai laburisti e a Nuova Speranza: un partito fondato da Gideon Sa’ar proprio contro Netanyahu, al quale aveva conteso in passato la guida del Likud.
Parteciperebbe al nuovo esecutivo anche Israel Beitenu, guidato da Avigdor Liebermann: un movimento che è sostenuto dalla nutrita comunità dei russofoni residenti nello Stato ebraico. Proprio questa presenza consente di escludere che la politica estera israeliana rinneghi i passi in avanti compiuti negli ultimi anni nella costruzione di un costruttivo rapporto bilaterale con la Federazione Russa.
Il dato geopolitico è difficilmente trascurabile ed è emerso già in più circostanze, dimostrando in modo eloquente come almeno in Medio Oriente la Guerra Fredda sia stata archiviata, permettendo lo stabilimento di nuove geometrie.
Diplomatici russi spiegarono in passato come nel caso in cui l’Iran avesse attaccato Israele probabilmente Mosca si sarebbe schierata con lo Stato ebraico, ricordando come vi vivano centinaia di migliaia di persone che possiedono un passaporto concesso dalle autorità di Mosca.
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La Russia non ha dato seguito neanche ad una richiesta proveniente dal presidente turco Erdogan, che aveva invitato Mosca ad associarsi al tentativo di impartire “una lezione” allo Stato ebraico durante le fasi più critiche dei recenti combattimenti.
Un altro dato di grande interesse è la circostanza che la coalizione in via di allestimento tra i partiti ebraici ostili a Netanyahu non sia autosufficiente alla Knesset. Il nuovo governo dovrà quindi contare almeno sull’appoggio esterno delle formazioni che nel Parlamento israeliano rappresentano i cittadini palestinesi.
Si tratta, in particolare, di Raam, il partito guidato da Mansour Abbas, che dispone di quattro seggi e della Lista Araba Unita, che ne ha invece sei. Al momento, non sono ancora note né chiare le possibili contropartite che verranno richieste. È comunque probabile che siano significative e pesanti, anche perché a questi movimenti viene chiesto di consentire la nascita ed il funzionamento di un esecutivo in cui siederà in posizione preminente un nazionalista antipalestinese come Bennett.
In base agli accordi che sarebbero stati raggiunti, il leader nazionalista di Yamina guiderebbe il governo per i prossimi due anni, mentre a Lapid andrebbe la direzione della politica estera. Successivamente, si verificherebbe un “arrocco”. Lapid diventerebbe premier nella parte residua della legislatura – i due anni conclusivi - mentre Bennett guiderebbe la diplomazia israeliana.
Sulla base di queste premesse, risulta molto difficile prevedere le caratteristiche che assumerà la futura politica israeliana. Sul piano interno, è possibile che si cerchi una ricucitura con la comunità dei cosiddetti arabo-israeliani: una scelta che i recenti disordini rendono ormai necessaria. Ma non è detto che le cose vadano lisce.
Le misure riconciliazione, infatti, specialmente se sostanziali, non mancherebbero di sollecitare forti reazioni nelle componenti più conservatrici della società israeliana e specialmente all’interno del movimento dei coloni. E non sarebbero da escludere neanche episodi di terrorismo domestico, come quello che a suo tempo costò la vita ad Itzak Rabin.
Sul piano delle politiche estera e di difesa, invece, non sono prevedibili mutamenti di rilievo. Il sistema politico israeliano condivide le medesime preoccupazioni quando in gioco siano l’esistenza dello Stato ebraico e la sua sicurezza. Dopo il recente conflitto, inoltre, il sostegno interno alla formula di una pace con i palestinesi basata sulla coesistenza di due Stati è fortemente diminuito.
Per tutta la giornata di ieri e la notte i gruppi armati palestinesi hanno continuato a lanciare uno sbarramento di razzi contro lo stato d'Israele, con i proiettili che sono stati sparati contro le città di Ashkelon, Beersheeba, Modiin e Tel Aviv
 - Sputnik Italia, 1920, 13.05.2021
Medio Oriente in fiamme. L’instabilità dilaga
Neanche sul piano delle alleanze dovrebbero registrarsi grosse novità. L’uscita di scena di Netanyahu potrebbe agevolare la costruzione di un rapporto migliore con l’attuale amministrazione americana, anche se le divergenze delle rispettive agende e degli interessi nazionali d’Israele e degli Stati Uniti sono ormai marcate.
Lo Stato ebraico continuerà comunque ad effettuare le sue scelte fondamentali apprezzando momento per momento le minacce maggiori da affrontare e cercando di preservare, nei limiti del possibile, i successi colti nel 2020 con la firma degli Accordi di Abramo, che possono essere messi in crisi dall’eventuale ritorno dell’America nell’intesa di Vienna sul nucleare iraniano. Vedremo se ci riuscirà o meno.
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