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Netanyahu e Hamas, prospettive dopo la guerra

© REUTERS / Mohammed SalemLe proteste dei palestinesi nella Striscia di Gaza al confine con l'Israele
Le proteste dei palestinesi nella Striscia di Gaza al confine con l'Israele - Sputnik Italia, 1920, 26.05.2021
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Dopo 11 giorni di violenza, con 232 morti a Gaza e 12 a Israele, il 21 maggio è entrato in vigore un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. È un primo passo indispensabile per mettere fine alle sofferenze e alle vittime.
Due sono emersi come vincitori del conflitto: da un lato Netanyahu, dall’altro Hamas.
Chi ha davvero vinto a Gaza? Quanto potrà reggere questa nuova tregua? Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Filippo Romeo, Analista di Vision & Global Trends.
© Foto : fornita da Filippo RomeoFilippo Romeo
Filippo Romeo - Sputnik Italia, 1920, 26.05.2021
Filippo Romeo
— Filippo, aldilà delle ragioni storiche, che sono note, perché a tuo avviso è riscoppiato il conflitto tra Israele e Hamas? E soprattutto perché Hamas ha lanciato dei missili contro Israele, pur nella certezza che la reazione non sarebbe mancata e sarebbe oltretutto stata durissima?
— L’atavico e irrisolto conflitto israelo-palestinese è un fuoco che brucia sotto la cenere, pronto a riaccendersi a ciclica scadenza, mietendo innumerevoli vittime innocenti, tra cui donne e bambini, in larga maggioranza (circa il 95%) palestinesi.
A fare da corollario alle motivazioni formali si annoverano, per come è ovvio, elementi legati agli equilibri interni e regionali. Sotto il profilo interno hanno sicuramente inciso sia le precarie situazioni politiche israeliane che le complesse le dinamiche di potere interne ad Hamas e agli altri gruppi presenti all'interno della striscia di Gaza, tra cui il Jihad islamico.
A livello regionale il conflitto subisce il condizionamento delle complesse dinamiche dell’area all'interno della quale si muovono sia attori gli attori globali che quelli regionali quali Iran, Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Emirati Arabi e Turchia, quest'ultima, in particolare, sta oltremodo rafforzando la sua posizione entrando in contrapposizione con Israele, altro grande attore della regione. Hamas, che non si è fatta trovare affatto impreparata sotto il profilo militare, ha colto l'occasione per compattare il fronte interno, accantonare le problematiche dettate dalle divisioni intestine, accrescere la propria popolarità e mostrare la novità del suo potenziale militare rappresentato dai missili a lunga gittata.
C’è un parere che Netanyahu e Hamas usano la guerra per sopravvivere politicamente. Sei d’accordo?
— Le situazioni di crisi vengono spesso utilizzate per scaricare all'esterno i problemi interni e compattare il fronte contro un’eventuale minaccia. Tale situazione coincide con un momento delicato per i due contendenti che, naturalmente, la cavalcano anche in termini di consensi.
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Netanyahu, non riuscendo ad imporsi politicamente, prova a far valere la carta della sicurezza e della minaccia a Israele. Hamas, di contro, la cui popolarità era in calo in particolare all'interno della striscia, è riuscita a riconquistare elevati livelli di consenso tra i palestinesi e tra gli arabi israeliani, ciò sia per aver fronteggiato militarmente Israele che per alcune decisioni errate intraprese da Abu Mazen, tra cui quella di posticipare le elezioni. È prova di ciò quanto accaduto a Gerusalemme dopo il cessate il fuoco con la folla che incitando Hamas ha costretto il Mufti, Mohammed Hussein, nominato dall’Anp, ad interrompere il sermone del venerdì e ad allontanarsi.
All'undicesimo giorno di guerra, Israele e Hamas hanno dichiarato un cessate il fuoco "reciproco e simultaneo". Questa tregua, secondo te, è destinata a durare?
— Stante la delicata situazione politica interna che stanno vivendo Israele e Palestina è evidente che la tregua si presenta fragile anche a fronte del fatto che è stata mal digerita dall’opinione pubblica israeliana e, in particolare, dalla destra israeliana che potrebbe ritirare il sostegno al governo in caso di eventuali concessioni ai palestinesi sulla questione di Gerusalemme.
Pertanto, non essendoci le condizioni per giungere ad una risoluzione del conflitto, la situazione è destinata a riesplodere. Parafrasando le parole del Patriarca latino di Gerusalemme: vi saranno altre guerre se non si affrontano i problemi alla radice.
Siamo, dunque, di fronte ad una situazione che potrebbe riaprirsi in qualsiasi momento e avere effetti molto più ampi di quelli previsti. A tal riguardo, basti considerare che il sollevamento degli arabi israeliani, elemento di novità che ha caratterizzato questo conflitto, unitamente al sostegno mostrato dalle popolazioni dei Paesi firmatari del Patto di Abramo, potrebbero rappresentare un campanello d'allarme per Israele, ossia l’occasione di una possibile guerra civile interna tra opposte fazioni ben armate e organizzate.
— Entrambe le parti hanno dichiarato vittoria e raggiunto alcuni dei loro obiettivi. Chi è uscito davvero vincitore da questa escalation?
— I palestinesi hanno pagato un duro prezzo in termini di vite umane (227 persone di 65 minori), di infrastrutture essenziali distrutte - tra cui ospedali, la centrale elettrica e altri uffici di primaria importanza - nonché in termini militari con la perdita di esponenti di rilievo e la distruzione di numerosi tunnel sotterranei. Israele conta 12 vittime di cui due bambini.
Sotto il profilo politico Netanyau è riuscito a mantenere il potere mandando in fumo il tentativo di Yair Lapid di creare la grande coalizione. Anche Hamas, come abbiamo visto, ha accresciuto la sua popolarità e ha fatto risorgere la solidarietà nei confronti della questione palestinese tra le popolazioni arabe.
Masked Palestinian Hamas militants display their weapons during a parade in Gaza City. File photo. - Sputnik Italia, 1920, 21.05.2021
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Tuttavia, la situazione rimane incandescente e si regge su una fragile tregua. Molto dipenderà dai nuovi equilibri geopolitici che si andranno a definire nella regione dettati da innumerevoli variabili tra cui il nuovo corso di relazioni tra Usa e Iran che potrebbe modificare gli assetti dell'intera area, andando così a ridimensionare il ruolo della Turchia e ad incidere su rapporti tra Teheran e Mosca.
Tali situazioni di conflitto avranno senz'altro delle ripercussioni anche nel lungo periodo e a fare la differenza sarà il fattore demografico che al momento gioca a favore dei Palestinesi.
Quali sono le responsabilità della comunità internazionale?
— La comunità internazionale ormai da tempo preferisce accantonare il dossier relativo al conflitto israelo-palestinese per via della sua complessità. La conseguenza è che la gestione è in capo agli attori regionali che ne regolano gli andamenti.
Biden, dopo un tentennamento iniziale, si è adoperato con Netanyahu per ottenere un cessate il fuoco attraverso la mediazione egiziana. Ciò anche a causa delle pressioni interne di un gruppo di democratici guidati da Bernie Sanders che, oltre alla tregua, chiedono un riconoscimento dei diritti dei palestinesi e di gruppi di ebrei statunitensi afferenti all’area democratica.
E l’Europa farà sentire la sua voce?
L’Europa, nonostante la prossimità geografica del conflitto, non riesce ad esprimere una posizione comune a dispetto delle ambizioni geopolitiche di Ursula von der Leyen presentate come prioritarie all’inizio del suo mandato. Un atteggiamento, quello europeo, le cui ripercussioni e i cui rischi certamente non tarderanno ad arrivare. Un approccio differente è stato mostrato dalla diplomazia russa la quale si era resa disponibile ad organizzare a Mosca un incontro tra le parti.
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