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Tregua a Gaza, ma la situazione resta fluida

© Padre Gabriel Romanelli Gaza City
Gaza City - Sputnik Italia, 1920, 25.05.2021
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Come si ipotizzava, Israele e le milizie islamiste di Gaza hanno raggiunto una tregua. Il lancio dei razzi è terminato, così come gli attacchi mirati condotti dalle forze armate israeliane contro i leader e i quadri di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese.
Il fatto che l’Hezbollah libanese non si sia mosso sembra dimostrare che quanto è accaduto non si deve alla pianificazione iraniana, anche se Teheran ha ovviamente dato un importante contributo alla creazione delle capacità di cui i miliziani della Striscia si sono valsi nei giorni scorsi.
Molta della componentistica utilizzata da Hamas e dalle organizzazioni collaterali per produrre le proprie armi è certamente arrivata dall’Iran, come del resto la presenza di una importante rete di tunnel sotterranei deve molto all’influenza di Teheran.
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Secondo alcuni analisti, esisterebbe anche un collegamento tra la tempistica della battaglia e della sua cessazione, da un lato, e gli sforzi diplomatici in atto per rivitalizzare gli accordi di Vienna che congelarono il programma nucleare persiano prima che Trump se ne ritirasse.
Vi è chi pensa che il breve conflitto sia servito anche ad ammorbidire la resistenza israeliana al nuovo corso impresso alla politica americana in Medio Oriente da Joe Biden.
Sarebbe tuttavia probabilmente sbagliato ricondurre le cause della recente esplosione di violenza soltanto a questo fattore.
La dirigenza di Hamas e quella della Jihad Islamica Palestinese hanno certamente osservato con grande attenzione le prime mosse della nuova Amministrazione statunitense.
E non è escluso che abbiano deciso di agire anche dopo aver registrato la decisione americana di riabilitare gli Houti e fermare le forniture di munizioni che l’Arabia Saudita usa in Yemen contro gli alleati locali dell’Iran.
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Ma sulla scelta dei tempi hanno inciso anche alcuni dati contingenti, come la crisi esplosa a Gerusalemme Est e i disordini che hanno successivamente interessato la spianata delle Moschee.
È altresì probabile che i miliziani di Gaza abbiano voluto inserirsi nelle complicate dinamiche della crisi politica in atto in Israele, in particolare per scongiurare l’ingresso nella nuova maggioranza di governo di qualche formazione arabo-israeliana.
Cosa succederà adesso? Le formazioni della destra israeliana e le organizzazioni islamiste della Striscia sono uscite più forti da questo duello che si è appena concluso, anche se non è ancora del tutto chiaro se e come potranno sfruttare il successo politico ottenuto. La situazione resta quindi molto fluida.
Il presidente Biden ha ricordato che il riconoscimento di Israele deve essere la base di qualsiasi pace in Medio Oriente, ma è più che dubbio che la questione sia stata posta sul tavolo nelle sedi in cu si tratta con l’Iran, che nega qualsiasi legittimità allo Stato ebraico mentre annuncia l’imminente rimozione delle sanzioni imposte da Trump contro Teheran, senza peraltro che vi siano ancora conferme formali.
Si è mosso alla volta del Levante anche il Segretario di Stato, Antony Blinken, seppure non sia ancora chiaro con quale mandato e quale disegno strategico in testa. Si sa soltanto che gli Stati Uniti sono tornati alla formula della pace basata sulla coesistenza di Israele e Stato palestinese.
Ma quanto questa soluzione sia adesso percorribile è difficile stabilirlo. Il breve conflitto aero-missilistico ha accresciuto il senso d’insicurezza nella popolazione israeliana, che ha scoperto anche di dover fare i conti con la mancata assimilazione degli arabi cui ha concesso cittadinanza e diritto di voto.
Nelle attuali condizioni, sembra quindi piuttosto improbabile che la Knesset possa esprimere un assetto di governo favorevole alla nascita di uno Stato palestinese, che sarebbe oltretutto dominato politicamente da Hamas e notevolmente armato, invece di possedere soltanto delle deboli forze di polizia.
Delle resistenze sono quindi da mettere in preventivo. Ne potrebbero giungere di ulteriori anche da parte di soggetti insospettabili, come la stessa Autorità Nazionale Palestinese, che ha perso buona parte del suo consenso e non a caso evita da tempo la prova del voto per non essere delegittimata completamente e cedere anche la Cisgiordania ai suoi rivali islamisti.
Sono inoltre presenti altri sviluppi di un certo interesse. Il rafforzamento di Hamas sta comportando di riflesso quello della Turchia, che da tempo cavalca la tigre dell’Islam Politico ma cerca pure di riavvicinarsi all’Occidente, esprimendo ora anche un inedito interesse nei confronti delle forme d’integrazione militare in atto nell’Unione Europea.
Gli Accordi di Abramo hanno subìto un duro colpo, ma sono sopravvissuti al conflitto. Non era scontato. Gli Emirati Arabi Uniti hanno minacciato i miliziani di Gaza di boicottare qualsiasi aiuto futuro qualora avessero continuato a scagliare razzi.
Neanche il re del Marocco ha fatto moltissimo in favore dei palestinesi: si è limitato infatti ad esprimere la propria preoccupazione, mentre la polizia si incaricava di disperdere a Rabat manifestazioni anti-israeliane. Ma nel complesso l’ordine ha tenuto.
È riemerso anche l’Egitto, che ovviamente ha interesse ad evitare ulteriori avvitamenti delle crisi in atto, essendo esposto a sollecitazioni provenienti da molteplici direzioni, tanto da Est quanto da Ovest e dal mare.
Il segretario di Stato USA Antony Blinken - Sputnik Italia, 1920, 23.05.2021
Blinken: senza alternative la "soluzione a due Stati" per risolvere conflitto israelo-palestinese
Il presidente Sisi ha apparentemente svolto un ruolo negoziale nel processo che ha condotto alla cessazione delle ostilità. Ma rimane anche per ragioni interne uno dei capifila dell’opposizione all’Islam Politico e non è quindi veramente in grado di controllare le organizzazioni presenti nella Striscia di Gaza, al contrario del suo predecessore Morsi, che era espressione della Fratellanza Musulmana.
Tutto quanto precede induce a ritenere che lo scenario sia destinato a permanere instabile. I dati di fondo non sono veramente cambiati, se non nella direzione di convincere molte delle parti in causa che il ricorso alla forza può essere pagante.
Ne hanno infatti tratto giovamento i soggetti politici più intransigenti di tutti gli schieramenti, circostanza che ridurrà sensibilmente gli spazi per la ricerca di una soluzione duratura al problema israelo-palestinese.
Nell’area rimangono inoltre sempre aperti altri focolai di crisi di grande complessità, come quelli siriano e libico. In nessun posto più che nel Mediterraneo si avverte il deficit di governance internazionale che pare caratterizzare questa fase storica.
Anche per questo motivo, appare più che mai necessaria una maggiore concertazione tra le maggiori potenze del pianeta. Gli attori locali non possono venire fuori da soli dal ginepraio in cui si sono cacciati.
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