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Con una maggiore concentrazione finanziaria crescono anche i rischi

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economia grafico - Sputnik Italia, 1920, 24.05.2021
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Gli ultimi decenni hanno visto un’eccezionale accelerazione della concentrazione di capitali e di potere in poche mani transnazionali. Certo, la pandemia ha fatto emergere manifestazioni di genuina solidarietà tra la gente, ma, in verità, ha anche contribuito grandemente a consolidare il potere delle elite finanziarie.
Di recente sono stati fatti vari studi e presentati differenti resoconti di questo processo. Si stima che 17 grandi gestori internazionali di asset finanziari, tra cui i tre maggiori fondi equity americani e alcune delle più importanti banche d’affari, come la Goldman Sachs e la JP Morgan Chase, solo per fare alcuni nomi, gestiscano oltre 40.000 miliardi di dollari. Sono i soldi di plurimilionari e miliardari, vecchi e nuovi, e di grandi imprese multinazionali dati in gestione a super specialisti della finanza e della speculazione. Gli investimenti non hanno né confini né limiti. Seguono solo la bussola del massimo profitto possibile.
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Ad esempio, i tre maggiori exchange trade funds, i fondi equity BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors (SSGA), da soli gestiscono ben 14.000 miliardi di dollari di attivi (assets under management). In pochi anni la loro partecipazione azionaria nelle grandi corporation americane, che fanno parte dell’indice S&P 500, è quadruplicata, passando dal 5,2% al 20,7%.
I gestori sono poche centinaia di persone, in maggioranza usciti dalle maggiori università economiche e giuridiche americane. Rappresentano le elite moderne, che, in termini di potere, hanno soppiantato i potenti industriali del passato, le grandi famiglie e anche le più alte sfere delle burocrazie politiche e governative. Per raggiungere i loro scopi e accrescere le loro capacità di manovra, a differenza dei governi, questi manager sanno fare rete.
Un altro studio di qualche anno prima aveva individuato una rete di circa 1.300 grandi entità, finanziarie, e non, che dominava l'economia globale. Al centro di questo web vi era una “superentità”, formata da 147 grandi corporation, che controllava il 40% dell'intera rete. L’interconnessione era già fortissima e insieme rappresentavano il 60% dei ricavi globali di tutta l’economia produttiva. I nomi erano più o meno gli stessi menzionati nella ricerca più recente sopra menzionata.
A confronto, si può subito vedere come la concentrazione di potere economico-finanziario sia cresciuta in pochi anni.
Questi gestori realizzano ingenti profitti per coloro che hanno consegnato i loro averi, ma non tollerano suggerimenti, orientamenti o qualsiasi tipo d’ingerenza esterna. Pur non essendo i veri padroni dei capitali, tale autonomia e l’indipendenza forniscono loro un potere decisionale straordinario. Naturalmente, sanno ricompensarsi profumatamente, assegnandosi bonus multi milionari.
Sono loro i grandi operatori di tutti i mercati, capaci di determinarne gli andamenti globali. Per esempio, manovrano le operazioni sui cambi monetari, un mercato che fa girare circa 6.000 miliardi di dollari al giorno. Ogni anno dette operazioni sono quasi 100 volte l’ammontare totale del commercio delle merci.
Naturalmente sono anche gli attori principali dei mercati dei derivati finanziari, il cui valore nozionale, da qualche tempo, oscilla intorno ai 600.000 miliardi di dollari. Operano nel settore banking, ma ancor di più nel cosiddetto shadow banking, fatto di hedge fund e di altri tipi di fondi.
Già prima della Grande Crisi queste entità finanziarie erano arrivate a dominare le economie di molti paesi, Negli Usa, detenevano più del 40% dei profitti di tutte le imprese, finanziarie e non. E questo dominio è aumentato dopo, e nonostante, il collasso citato.
Anche quando le cose sono andate male, come nel 2007-8, i supermanager sono rimasti quasi tutti ai loro posti e hanno continuato a intestarsi lauti bonus, nonostante avessero portato banche e imprese finanziarie al crollo, o quasi. Chi potrebbe dimenticare quegli scandali e non indignarsi poiché sono finiti nel nulla?
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La tendenza alla concentrazione del potere finanziario e bancario ha visto un’accelerazione anche nel mezzo della pandemia. Anche la digitalizzazione sta contribuendo a tale processo, determinando una progressiva chiusura di numerose filiali bancarie. In Europa, si stima che nei prossimi tre anni il 25% delle 40.000 filiali bancarie potrebbe chiudere.
Secondo un rapporto della KPMG, il colosso mondiale di consulenza finanziaria e manageriale, si va verso una forte crescita di M&A (Merger & Acquisition), le fusioni e acquisizioni bancarie e finanziarie a livello mondiale. Ciò sembra favorito anche da uno straordinario aumento dei depositi presso le stesse banche. La Bce stima che già a luglio 2020 si era registrato un aumento annuale di depositi pari al 10,3%, portando il totale nell’eurozona a 12.000 miliardi di euro. Negli Usa, anche la Federal Deposit Insurance Corporation, l’agenzia che garantisce in parte i depositi dei cittadini e vigila sulla solvibilità delle banche, stima un aumento di 2.000 miliardi di dollari di depositi da gennaio 2020.
Inoltre, il Dipartimento di Giustizia americano starebbe rivedendo al ribasso i regolamenti antitrust, mentre la Bce già dal 2020 ha proposto un nuovo approccio per favorire il cosiddetto consolidamento bancario. Molti paesi dell’Asia stanno liberalizzando i loro sistemi bancari, aprendoli a partecipazioni internazionali. Di conseguenza, è evidente che le M&A sono diventate parte di un gigantesco oligopolio, di concentrazione del potere finanziaria in poche mani.
Ciò in barba ai tanti interventi del Congresso americano, della Bce, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea e di molto altre agenzie, preposte al controllo della finanza, che avevano ammonito dei rischi sistemici rappresentati dalle banche “too big to fail” e che avevano sollecitato degli interventi correttivi.
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