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Le minacce choc a Souad Sbai: "Gli islamisti vogliono sgozzarmi come Samuel Paty"

© Sputnik . Alessandra BenignettiSouad Sbai
Souad Sbai - Sputnik Italia, 1920, 21.05.2021
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La giornalista ed ex parlamentare del Pdl è stata minacciata da un imam che inneggiava alla jihad in carcere. A Sputnik Italia dice: "Vogliono colpirmi per il mio impegno contro il radicalismo e la violenza jihadista, lo Stato mi dica se sono un bersaglio".
“Non sono spaventata. Preoccupata, quello sì. Sicuramente sono sorpresa di aver dovuto apprendere di essere finita nel mirino di un jihadista dai giornali e non dall’autorità giudiziaria o dalle forze dell’ordine”. Souad Sbai, giornalista ed ex parlamentare del Pdl, è al lavoro come sempre quando la incontriamo nel suo ufficio romano. Le minacce di Bouchta El Allam, 42enne marocchino detenuto per droga nel carcere di Alessandria, in Piemonte, non sembrano averle tolto il buonumore. L’uomo, che nel penitenziario era diventato imam, è al centro di un’inchiesta conclusasi qualche settimana fa con una nuova ordinanza di custodia cautelare.
Durante i sermoni del venerdì incitava i compagni di cella alla jihad, e li esortava, una volta fuori dal penitenziario, ad imbracciare le armi per colpire le istituzioni italiane, il Vaticano, gli ebrei. Tra gli obiettivi del detenuto radicalizzato, soprannominato Bush, oltre al magistrato che lo aveva spedito dietro le sbarre per droga, c’è anche la giornalista di origini marocchine che da anni si batte contro l’islamismo e la violenza sulle donne. Le microspie posizionate nella sua cella dai carabinieri del Ros lo hanno registrato, lo scorso ottobre, mentre cercava di convincere almeno tre persone che la donna andava “sgozzata” come il professor Samuel Paty.
— Come si è sentita quando ha appreso la notizia?
Intanto ho subito provveduto a sporgere denuncia contro ignoti. Poi vorrei che qualcuno dalle istituzioni mi spiegasse se sono o meno un bersaglio. Certo è che quando certi personaggi ti prendono di mira non c’è da stare tranquilli.

A quanto pare contro di me questo signore ha lanciato una vera e propria fatwa. Ha detto "sgozzatela come hanno fatto con Paty", il professore decapitato lo scorso ottobre in Francia. Questo vuol dire che chiunque, in qualsiasi momento, può decidere di passare all’azione per guadagnarsi il Paradiso. È esattamente quello che è successo con il povero professore.

— Perché secondo lei è stato fatto proprio il suo nome?
Da oltre vent’anni mi occupo di contrastare l’estremismo jihadista, prima nelle moschee e oggi proprio nelle carceri. Oggi è successo a me, domani potrebbe succedere a qualcun altro. Il punto è che bisogna accendere un faro sul proselitismo all’interno delle moschee e delle carceri, giocare d’anticipo per tutelarci.
— Qual è la situazione nelle carceri italiane da questo punto di vista?
Io ho studiato a fondo quello che succede in Francia e in Belgio. Se dovessi definire la situazione italiana direi che è molto grave.
Il lavaggio del cervello viene fatto in pochissimo tempo, anche in quaranta giorni. C’è gente che si fa arrestare apposta per fare proselitismo. Le moschee ormai sono controllate. Con le carceri si fa ancora fatica, per questo rappresentano terreno fertile per i reclutatori.
— Come funziona il meccanismo?
In carcere ci si radicalizza più facilmente perché si vive una situazione di disagio, di rancore e perché non ci sono stimoli esterni. Ci si radicalizza anche in modo più aggressivo. I detenuti possono essere convinti a tal punto da non aver problemi una volta fuori a compiere attentati. In carcere stanno molto attenti a chi entra e chi esce, ma Bouchta finora avrà già radicalizzato chissà quante persone. È gente pronta a tutto e che ha anche i mezzi per passare all’azione.
— Quanto rischia l’Italia in questo senso?
Il nostro Paese per le organizzazioni jihadiste è soprattutto un territorio di passaggio. È per questo che finora chi ha colpito l’ha fatto sempre negli altri Paesi europei. Certo è che il rischio zero non esiste. E se non si interviene all’interno dei luoghi più a rischio, come le carceri, questo rischio si alza. Minacce di questo tipo non vanno sottovalutate.
— Come si fa a contrastare la crescita dell’estremismo nelle carceri, nelle moschee ed in generale nella società italiana?
L’intelligence italiana lavora già benissimo. Ma il governo deve attivarsi perché i rischi arrivano da più parti. Il dramma oggi è che molti giovanissimi, per colpa del Covid, non sono andati a scuola per diversi mesi, quindi è più facile che siano inclini alle teorie più radicali. Bisogna investire sull’istruzione e sull’integrazione. E poi non dobbiamo dimenticare i finanziamenti alle moschee e centri islamici che arrivano da Paesi musulmani come Turchia e Qatar.
C’è molto da fare, soprattutto verso i giovani, altrimenti tra vent’anni ci ritroveremo con una seconda generazione di potenziali jihadisti che odieranno noi e la società occidentale.
— Pensa che il problema sia connesso in qualche modo anche all’immigrazione incontrollata?
Non lo dico io, lo dicono i fatti di cronaca. Spesso chi è sbarcato sulle coste italiane come migrante si reso protagonista dei più efferati attentati che hanno sconvolto l’Europa. Il buonismo del fare entrar tutti non paga in questo senso. E il razzismo non c’entra. Tra chi sbarca qui c’è anche gente che appartiene alle reti del terrorismo internazionale, questo è un fatto accertato.
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