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Conflitto Israele-Palestina: nel battersi per pace e superamento dell’odio non manca ipocrisia

© Sputnik . Ahmed Zakot / Vai alla galleria fotograficaLe distruzioni a Gaza dopo i raid israeliani
Le distruzioni a Gaza dopo i raid israeliani - Sputnik Italia, 1920, 21.05.2021
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Sembra, almeno per ora, che la parte cruenta dello scontro tra palestinesi e Israele sia superata. Non è affatto certo che cessino anche le ostilità “piccole”, quelle di singoli o gruppetti più o meno spontanei di palestinesi che potranno tentare qualche attentato o assalto a soldati isolati.
Anche se gli arabi che vivono dentro il confine israeliano godono di un benessere medio superiore a quello (sempre medio) di loro co-etnici che abitano in Paesi totalmente arabi, non si può affermare trattarsi di persone ben integrate con la società a maggioranza ebraica. La differenza di status tra le due comunità è evidente e l’ultima modifica alla “Legge Fondamentale” (che in Israele fa le veci della Costituzione) sta lì a confermarlo. Si tratta di un provvedimento fortemente voluto da Netanyahu nel 2018 che riafferma essere Israele uno Stato Ebraico, patria del “popolo ebraico”. Nella legge non si cita il fatto religioso come discriminante ma resta evidente che un cittadino che non sia etnicamente ebreo, pur restando cittadino, non è niente più che un “ospite”. Rispettato, magari, e soggetto di diritti, ma pur sempre “ospite”.
Comunque sia, il motivo degli scontri continui seppur a intermittenza, ha altre origini che vanno cercate sia nella ragion d’essere di alcuni gruppi palestinesi sia negli interessi geopolitici di altri Stati, Iran in primis.
Il gruppo all’origine della maggior parte dei conflitti è Hamas, organizzazione inclusa tra i “terroristi” dagli USA, dall’Europa e da molti altri Stati del mondo. Il nocciolo della questione è il riconoscimento o meno dell’esistenza dello stato israeliano. Nel proprio Statuto, Hamas dichiara senza alcun equivoco la volontà che Israele sparisca dalle carte geografiche. Articolo 11: “…la terra di Palestina sia un sacro deposito, terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo piccolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio.”

Per non lasciar spazio a dubbi, l’articolo 13 precisa: “…Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione…”. È evidente che, fino a quando Hamas, foraggiato da Stati che hanno tutto l’interesse a destabilizzare la regione, avrà sufficiente forza, nessuna soluzione definitiva della “questione palestinese” sarà possibile.

Va, tuttavia, notato che anche tra le forze internazionali che sembrano battersi per la pace e il superamento dell’odio non manca l’ipocrisia. Durante una missione di pochi anni orsono svolta da un gruppo di nostri parlamentari in Israele nella Striscia di Gaza e nei Territori, i nostri rappresentanti visitarono una scuola di Gaza per bambini palestinesi finanziata e gestita dall’ONU. Ecco una piccola parte del loro resoconto: “il direttore, se non ricordo male, era un norvegese. Le pareti di tutte le aule portavano dei manifesti, alcuni a stampa altri scritti manualmente dagli studenti, che più o meno recitavano così: “Odio gli ebrei perché hanno rubato la mia terra”, “Odio gli inglesi perché hanno dato la terra che era mia agli occupanti ebrei” e via di questo passo. Non ricordo esattamente se fu all’interno di un’aula o in un corridoio che vidi una cartina che raffigurava tutta la regione. Ebbene, in quello spazio che veniva designato come “Palestina” non c’era alcun accenno all’esistenza di Israele e nemmeno ai confini certificati dalle Nazioni Unite. Interrogai il direttore e la sua risposta fu che si trattasse di una cartina “fisica” e non “politica” e per questo non veniva menzionato Israele. La risposta era, evidentemente, falsa e ipocrita poiché tutti gli Stati confinanti con quello che arbitrariamente veniva indicato solo come “Palestina” erano identificati con i loro nomi: Egitto, Libano, Giordania, Siria e i loro confini erano ben evidenziati. Come si può pensare di pretendere che cessi l’odio se perfino in una scuola gestita e finanziata dall’ONU si insegna proprio a odiare gli israeliani fin dalla giovine età?”
© AFP 2021 / Mahmud HamsRaid israeliano su Gaza distrugge edificio Al-Jalaa con uffici dei media internazionali
Raid israeliano su Gaza distrugge edificio Al-Jalaa con uffici dei media internazionali - Sputnik Italia, 1920, 21.05.2021
Raid israeliano su Gaza distrugge edificio Al-Jalaa con uffici dei media internazionali
L’equivoco di fondo sta in quella che sembra essere l’unica soluzione ufficiale accettata a livello di Nazioni Unite e ripetuta come un mantra dai politici di tanti Stati: Due popoli, due Stati. Si allude all’ipotesi che Israele si ritiri, più o meno, nei confini attribuitigli all’atto della sua costituzione e che nei Territori nasca un nuovo Stato indipendente totalmente gestito dai palestinesi. Pur lasciando da parte la posizione intransigente di Hamas, è tuttavia chiaro a tutti gli analisti sinceri con sé stessi che tale soluzione è oramai impraticabile. Già sette anni fa John Kerry, allora Segretario di Stato americano, aveva avvertito che se fossero passati altri due anni senza realizzarla, quella possibilità sarebbe diventata impraticabile.
Risultati dell’escalation del conflitto tra Israele e Palestina - Sputnik Italia, 1920, 21.05.2021
Risultati dell’escalation del conflitto tra Israele e Palestina
Nel 2016 la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU chiedeva di “salvare la soluzione dei due Stati” e imponeva la fine immediata di nuovi insediamenti israeliani nei Territori. Ciò nonostante, gli insediamenti sono addirittura aumentati e i coloni ebrei che vivono oggi fuori dai confini ufficiali dello Stato sono quasi 700.000. È impossibile immaginare un futuro Stato palestinese che accetti di avere quegli insediamenti al proprio interno. Al contrario, se essi fossero considerati parte integrante di Israele, la nuova Palestina diventerebbe un mosaico ingestibile e senza collegamenti diretti tra una parte e l’altra.
Occorre avere il coraggio di ammetterlo: pensare a due Stati autonomi in quell’aerea è un’idea ormai tramontata. La comunità internazionale continua a fingere di considerarla una soluzione fattibile, ma chi affronta il problema con realismo sa che non si realizzerà mai. Non lo vuole la maggior parte dei politici israeliani e non lo vogliono né Hamas né la sempre più debole ANP.
Che fare dunque? Qualcuno ha pensato ad altre risposte possibili ma anch’esse di difficile fattibilità. La prima consisterebbe nella restituzione alla Giordania di quell’area oggi chiamata i Territori. In realtà, dopo la fine del protettorato inglese, uno “Stato Palestinese “non fu mai creato e quell’area faceva parte dell’appena costituito Regno di Giordania. Questa ipotesi è oggettivamente irrealistica e il primo a rifiutarla sarebbe il Regno hascemita di Amman. Già oggi il Regno fatica a tenere insieme con l’etnia araba locale il gran numero di palestinesi già presenti in Giordania (il 45% della popolazione). Nemmeno il matrimonio del re con la giovane palestinese, Ranja, è stato sufficiente per superare tutte le contrapposizioni. Il conglobare all’interno della Giordania un grande numero di nuovi palestinesi, metterebbe sicuramente a rischio la tenuta della monarchia con le conseguenti nuove forme di instabilità regionale.
I palestinesi in risciò in fuga dalle loro case a causa degli attacchi aerei israeliani nella Striscia di Gaza, 14 maggio 2021 - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
Ora qui è pericoloso: i palestinesi lasciano le loro case
La seconda soluzione sarebbe quella di un unico Stato israeliano che includesse tutti i Territori e la popolazione ivi residente come cittadini con uguali diritti, indipendentemente dalla loro etnia o religione. A questa ipotesi si contrappongono due ostacoli insormontabili. Il primo è la pretesa palestinese del cosiddetto “diritto al ritorno”, in base al quale tutti i profughi palestinesi e i loro discendenti attualmente presenti in Libano, in Giordania e in Egitto, potrebbero tornare a vivere nella zona d’origine loro o dei loro avi. Ciò causerebbe un totale cambiamento nel rapporto numerico tra le due etnie facendo diventare maggioranza quella araba sopra quella ebraica. Qualcuno immagina che sia una proposta accettabile da parte di un qualunque ebreo israeliano che emigrò in Israele proprio cercando una propria “Patria”?

Il secondo grande ostacolo sta proprio nella Legge Fondamentale citata più sopra. Sarebbero molti i palestinesi disponibili ad accettare quella che qualcuno definisce già una “discriminazione” o perfino novello “apartheid”? Sarebbe allora necessaria la scrittura di una nuova Costituzione di Israele che certificasse la fine dello Stato in quanto “ebraico”. Ad oggi, nessuna forza politica israeliana sembra nemmeno prendere in considerazione tale ipotesi.

Come si può vedere, almeno sul breve e medio termine, la situazione appare senza via di sbocco e tutti i politici avveduto lo sanno bene. Tuttavia, ammetterlo pubblicamente significherebbe anche accettare l’idea che lo scontro, seppur a fasi intermittenti, continuerà senza fine. Lo hanno ben capito gli Stati arabi del Golfo che hanno riaperto le relazioni ufficiali con Tel Aviv ed era chiaro anche a Trump quando decise che l’Ambasciata americana dovesse trasferirsi a Gerusalemme.
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