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Gaza. E adesso?

© AFP 2021 / Anas BabaLancio di missili dalla città di Gaza controllata dal movimento palestinese di Hamas
Lancio di missili dalla città di Gaza controllata dal movimento palestinese di Hamas - Sputnik Italia, 1920, 20.05.2021
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Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno già scagliato oltre 3.700 razzi contro il territorio israeliano, costringendo una parte significativa della popolazione locale a trascorrere molte ore nei rifugi. Gli allarmi hanno continuato ad interessare anche Tel Aviv.
Dal canto suo, Israele ha risposto con una campagna di bombardamenti di precisione, principalmente diretta contro la rete dei cunicoli costruiti dai miliziani a Gaza per potersi muovere a piacimento senza essere visti.
A dispetto di tutte le precauzioni prese, non è stato possibile evitare perdite tra i civili. Così, accanto agli esponenti dei movimenti armati che stanno attaccando lo Stato ebraico, hanno perso la vita anche persone inermi, compresi purtroppo anche alcuni bambini.
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La circostanza non è sorprendente. Deriva soprattutto dall’elevata densità demografica della Striscia, una delle zone più popolate dell’intero Medio Oriente, ma anche dalla volontà dei jihadisti di rendere più difficile la discriminazione dei bersagli, per scoraggiare le rappresaglie o comunque accrescere il loro probabile costo politico.
Le particolari condizioni ambientali di Gaza hanno anche sconsigliato alle forze armate israeliane di percorrere la strada dell’attacco terrestre: la certezza di subire ed infliggere perdite troppo alte ha suggerito infatti di rinunciarvi, almeno al momento in cui scriviamo.
Israele ha scommesso così sul potere aereo, utilizzandolo tra l’altro anche contro un palazzo che, oltre ad una struttura di comando e controllo di Hamas, ospitava la stampa internazionale accreditata a Gaza, ovviamente determinando reazioni molto negative.
Ad oltre una settimana dall’inizio della fase più acuta della crisi, la cessazione delle operazioni intraprese dalle due parti potrebbe però essere finalmente in vista. La sollecita la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, che pure hanno garantito in questi giorni la consegna delle bombe di precisione che i jet israeliani stanno impiegando su Gaza.
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Sull’approssimarsi del possibile cessate il fuoco incide anche la circostanza che gli israeliani ritengano di aver restaurato la deterrenza e la fiducia dei propri cittadini nella capacità dello Stato di difenderli.
Naturalmente, questo non vuol dire che i problemi siano risolti. Quanto è accaduto ha invece rivelato alcune vulnerabilità israeliane che non erano note e ha inoltre portato alla luce una situazione di grave fragilità interna: una vera e propria crisi della coesistenza tra le differenti comunità presenti nello Stato ebraico, di cui i futuri governi d’Israele dovranno certamente occuparsi.
Le ragioni del conflitto in corso sono intuibili, ma non ancora certe. Alcuni attori, in primo luogo Hamas e la Jihad Islamica Palestinese, hanno probabilmente notato il mutamento del clima internazionale intervenuto con l’avvento alla Casa Bianca di Joe Biden e le prime decisioni assunte in politica estera dalla sua Amministrazione.
Gli Stati Uniti hanno ad esempio rimosso gli Houti dalla lista delle organizzazioni ritenute terroristiche, malgrado colpiscano da tempo con i loro missili il territorio dell’Arabia Saudita, che ha pure subìto il blocco da parte di Washington delle forniture dei materiali d’armamento indispensabili alla prosecuzione della guerra in atto in Yemen contro gli alleati locali di Teheran.
È difficile che questo segnale non sia stato colto. Inoltre, non è da escludere che nel calcolo politico-strategico fatto dai miliziani di Gaza siano entrate anche valutazioni concernenti tanto la tenuta degli Accordi di Abramo, quanto la possibilità dell’ingresso di qualche formazione arabo-israeliana nella compagine che sarà chiamata a guidare Israele.
In altre parole, è possibile che tra gli obiettivi perseguiti da chi ha deciso di scagliare migliaia di razzi contro Israele vi siano la state tanto la volontà di sottoporre a pressione i governi arabi che hanno accettato di riconoscere lo Stato ebraico, quanto l’intenzione di ostacolare la nascita di una maggioranza alla Knesset comprensiva di forze politiche rappresentative dei cosiddetti “arabo-israeliani”: ovvero palestinesi in possesso della cittadinanza.
Nel collimatore, quindi, sono finiti proprio i processi ritenuti in grado di accrescere la stabilità regionale e capaci di privare le parti in causa di parte importante degli incentivi che hanno a combattere. Finisse adesso, i vincitori sarebbero proprio tutti coloro che non credono nel dialogo e nella possibilità di convivenza.
Sugli eventi degli ultimi giorni hanno esercitato una loro influenza anche alcune potenze esterne, seppure non sia ancora chiara la misura del loro coinvolgimento. Tanto l’Iran quanto la Turchia hanno ad esempio garantito il proprio appoggio politico ad Hamas.
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Teheran, probabilmente, ha fornito anche la componentistica utilizzata a Gaza per produrre razzi e forse droni rudimentali, mentre Ankara ha spalleggiato i miliziani soprattutto diplomaticamente, sostenendo le rivendicazioni delle organizzazioni palestinesi e persino proponendo azioni tese a “dare una lezione ad Israele”.
Alti dirigenti di Hamas, inoltre, sono stati notati in Qatar, paese che notoriamente fiancheggia economicamente tutti i movimenti vicini alla Fratellanza Musulmana, inclusi quelli attivi a Gaza.
Non pare peraltro che all’Iran possa al momento essere attribuita la regìa di quanto è accaduto, anche perché finora l’Hezbollah è rimasto fuori dalla contesa, malgrado le opportunità dischiuse dall’attrito imposto sull’Iron Dome dall’offensiva missilistica di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese.
Gli sviluppi dei prossimi giorni – più probabilmente quelli delle prossime settimane - ci diranno cosa potrà davvero accadere e in quale misura i fatti verificatisi in questi giorni abbiano davvero alterato gli equilibri del Medio Oriente.
Per adesso, gli Accordi di Abramo sembrano aver tenuto: gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, hanno chiesto ai miliziani di Gaza di cessare gli attacchi contro Israele, pena la cessazione dei contributi concessi alla Striscia.
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Va notato anche il tentativo cinese di inserirsi nella trama diplomatica: si tratta infatti di una novità che attesta il livello delle attuali ambizioni di Pechino, che è presente con propri investimenti in parte significativa del Mediterraneo allargato, inclusi il porto israeliano di Haifa, la Turchia e lo stesso Iran.
Ovviamente è presto per concludere che la Cina possa proporsi nei panni della nuova grande potenza di riferimento che distribuisce le carte nella vasta regione che si estende dal Marocco all’Afghanistan. Ma è uno sviluppo di cui tener conto.
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