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Situazione difficile: un medico racconta le difficoltà dei malati di COVID-19

© AP Photo / Manu FernandezPaziente Covid all'ospedale Ramon y Cajal di Madrid (Spagna), 24 aprile (AP Photo/Manu Fernandez)
Paziente Covid all'ospedale Ramon y Cajal di Madrid (Spagna), 24 aprile (AP Photo/Manu Fernandez) - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Paziente Covid all'ospedale Ramon y Cajal di Madrid (Spagna), 24 aprile (AP Photo/Manu Fernandez)
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I medici in tutto il mondo mettono in guardia circa il COVID-19. Non di rado l’infezione da coronavirus ha un decorso grave anche nei giovani e presenta una molteplicità di complicanze.
Le conseguenze dell’infezione si percepiscono persino diversi mesi dopo la guarigione. “In un giorno metà dei pazienti ha avuto una ricaduta”, spiega Aleksandr Shishkin, reumatologo e docente presso l’Università statale di San Pietroburgo. Nell’intervista che ha rilasciato a Sputnik Shishkin ha spiegato cosa sia la sindrome post-COVID e perché è importante vaccinarsi.
Dott. Shishkin, lei si occupa di monitorare i soggetti che si ammalano una seconda volta di COVID. Le capita di vedere tra questi pazienti dei soggetti con una forma grave dell’infezione?
Non necessariamente. Alcuni sono del tutto asintomatici. Ad esempio, una mia collega dottoressa ha avuto una forma relativamente lieve dell’infezione, ha rispettato tutte le prescrizioni, ma ora accusa una miocardite.
Questo coronavirus è assai insolito. I sintomi dell’influenza sono paragonabili: rinite, mal di gola nella maggior parte dei casi e polmonite in caso di complicanze. Mentre nel caso del COVID-19 ci possono essere diverse manifestazioni cliniche che denotano una incongruenza tra la percezione della gravità della patologia e il grado di danneggiamento polmonare. Vi possono essere altresì diverse complicanze, inclusi disturbi neurologici: insonnia, irritazione, calo della memoria.
Un mio collega che ha preso il coronavirus ha descritto e documentato tutte queste fasi. Il primo giorno ha perso l’olfatto: di fatto, questo è un danneggiamento cerebrale. Il secondo giorno ha avuto una eruzione cutanea, poi gli sono emerse delle vene sul cranio, si sentiva debole e alla fine si è innescato il processo di guarigione. È assai insolito avere un ventaglio così ampio di sintomi in così pochi giorni.
Quali sintomi accusano i suoi pazienti?
Io mi occupo prevalentemente di patologie autoimmuni, pertanto ricevo pazienti con patologie che possono segnalare la presenza di tracce autoimmuni in esito a un’infezione da COVID-19 come valori elevati di proteina C-reattiva. Ricevo pazienti con ipertensione arteriosa, tremori e Parkinson. Alcuni accusano dolori ai muscoli, alle articolazioni (come avviene nel caso dell’influenza) che si prolungano per molto tempo.
In alcuni casi abbiamo osservato trombosi legate al COVID e a trattamenti scorretti.
Il problema consiste nel fatto che il COVID viene trattato da medici di qualsivoglia specializzazione anche se si tratterebbe di una patologia per infettivologi. Ma nemmeno loro sanno come curarla correttamente.
Dall’altro lato, si consideri che le diverse manifestazioni della patologia possono richiedere la partecipazione di diversi specialisti. Inoltre, l’approccio al processo terapeutico cambia rapidamente. In base alla più recente letteratura scientifica sul tema, gli antibiotici non sono sempre efficaci perché la polmonite causata dal COVID-19 spesso non è batterica, ma autoimmune. I farmaci antivirali hanno registrato un’efficacia dubbia così come la nuova categoria di biofarmaci basati sugli anticorpi contro le interleuchine, utilizzati in reumatologia. Al momento, in sostanza, l’unico farmaco che può essere d’aiuto nei casi più gravi di infezione è il desametasone.
Non è possibile seguire un protocollo di cura. I farmaci dovranno essere personalizzati di volta in volta. In particolare, quando sappiamo così poco riguardo alla patologia.
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Cosa ne pensa dell’efficacia dei vaccini?
Il fatto che siano stati messi a punto così rapidamente è solo un vantaggio. Altrettanto positivo è che ci siano diverse tipologie di farmaci tra cui scegliere. Vi sono timori relativi al fatto che i farmaci dovranno essere cambiati per via delle rapide mutazioni del virus. In India di recente è comparsa una nuova variante del virus con ben 3 mutazioni. Presto sarà reso disponibile il vaccino del Centro Chumakov che si basa sul tradizionale approccio del virus inattivato. In linea di principio questo vaccino è ideale per soggetti con patologie autoimmuni, croniche e oncologiche.
Sono molti gli studi innovativi in questa direzione. Presso l’Istituto di medicina sperimentale di San Pietroburgo Aleksandr Suvorov ha inventato un vaccino basato sul microbiota che va assunto per via orale. Vi sono vaccini che si assumono per via nasale.
Oggi, in piena pandemia, dobbiamo vaccinare con i farmaci che ci sono a disposizione. In Russia il più disponibile è lo Sputnik V. Soggetti obesi, diabetici o con ischemie cardiache vengono vaccinati con lo Sputnik senza che ad oggi siano stati ancora registrati gravi effetti collaterali.
Se comparassimo i rischi legati al COVID-19 con quelli correlati alla vaccinazione…
Non sono comparabili. I rischi provocati da una patologia sono di gran lunga maggiori e, inoltre, la patologia può avere un decorso del tutto imprevedibile. Si pensi soltanto alla molteplicità di complicazioni che si possono presentare una volta preso il COVID. Chiaramente parte dei soggetti che presentano una buona protezione immunitaria cellulare riescono ad evitare l’infezione o accusano soltanto lievi sintomi. Vi sono comunque anche degli strumenti che contribuiscono a rafforzare ulteriormente l’immunità. Negli anni ’90 insieme ai colleghi dell’Istituto di ricerca di San Pietroburgo sull’influenza abbiamo studiato il ruolo dei virus nello sviluppo delle patologie interne e, nello specifico, delle patologie epatiche autoimmuni. In risposta all’infezione l’organismo produce interferone. In alcune diagnosi più gravi come quelle di lupus o nefrosi i livelli di interferone sono bassi o pari a zero, pertanto le infezioni virali tendono a svilupparsi rapidamente e con gravi complicanze. Come terapia sostitutiva sono stati messi a punto e impiegati farmaci biotecnologici a base di interferone che esercitano un’azione antivirale.
Anche la vitamina D partecipa attivamente alla formazione dell’immunità. In autunno e inverno gli abitanti di San Pietroburgo devono assumere questa vitamina per prevenire eventuali infezioni.
Gli anziani devono necessariamente vaccinarsi?
Gli anziani, da un lato, si muovono meno, escono meno e sono più cauti. Pertanto, presentano un rischio di infezione ridotto. I giovani sono più spavaldi, vanno in metro senza mascherina. Ma gli anziani sviluppano forme di COVID-19 più gravi perché la loro immunità cellulare non è così resistente, presentano una carenza di vitamina D e sono stressati. Dunque, vaccinare gli anziani è un approccio corretto. Inizialmente serve effettuare un consulto con il medico per escludere l’eventualità del peggioramento di una patologia cronica, anche autoimmune come l’artrite reumatoide, il lupus, la nefrosi, l’asma bronchiale.
La popolazione non è particolarmente inclina a vaccinarsi. A suo avviso per quale motivo?
Probabilmente aspettano il vaccino CoviVac con il virus inattivato perché si fidano di più di queste tecniche già ampiamente sperimentate. Alcuni scienziati temono che le future inoculazioni di Sputnik V non saranno così efficaci poiché verrà gradualmente sviluppata una immunità anticorpale all’adenovirus e sarà necessaria una seconda vaccinazione con un farmaco diverso. Le case farmaceutiche la pensano diversamente. Infatti, permane comunque l’immunità cellulare… Chiaramente il comune cittadino fatica a comprendere questi temi. Rimangono comunque dei punti poco chiari: quante dosi di vaccino servono, qual è il tempo che intercorre tra una dose e un’altra, in quanto tempo riusciremo a creare l’immunità di gregge, dobbiamo vaccinare donne incinte e bambini? Per rispondere a queste domande servono studi epidemiologici di portata globale.
È giustificato l’obbligo di indossare la mascherina dopo essere stati vaccinati?
Credo di sì. Dopo la prima dose la popolazione comincia a sentirsi euforica e a voler tornare ad abbracciarsi. Ma rimane comunque il rischio del contagio. E casi del genere sono già stati registrati, sebbene in forme lievi. Anche dopo l’inoculazione della seconda dose è possibile prendere l’infezione.
Credo che verso l’estate l’ondata di contagi si placherà. In autunno il COVID-19 tornerà diventando probabilmente una malattia stagionale. Se ci pensiamo, neanche l’influenza è stata debellata. Spero che per quel periodo saranno finalmente terminate le ricerche su CoviVac ed EpiVacCorona di Vektor. Si pensa che questi farmaci abbiano meno probabilità di causare effetti collaterali. Siamo ottimisti.
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