Registrazione avvenuta con successo!
Per favore, clicca sul link trasmesso nel messaggio inviato a

Ambasciatore israeliano a Mosca: arabi e israeliani non possono vivere in pace? Una leggenda

© Sputnik . Evgeny Odinokov / Vai alla galleria fotograficaL’ambasciatore israeliano a Mosca Aleksandr Ben Zvi
L’ambasciatore israeliano a Mosca Aleksandr Ben Zvi - Sputnik Italia, 1920, 17.05.2021
Seguici su
La scorsa settimana i pluriennali scontri tra Israele e Palestina si sono nuovamente acuiti. Arrivano quasi ininterrottamente i colpi palestinesi diretti contro i centri abitati israeliani: sono morti almeno 10 israeliani. Israele, dal canto suo, ha colpito la Striscia di Gaza provocando, secondo le stime, oltre 200 vittime.
L’ambasciatore israeliano a Mosca Aleksandr Ben Zvi ha rilasciato un’intervista a Sputnik in cui ha condiviso la sua opinione circa la predisposizione della parte israeliana ai negoziati con i palestinesi, gli eventuali elementi che renderebbero possibile il dialogo, la possibilità di una escalation regionale del conflitto, la possibilità di un’operazione militare terrestre israeliana nella Striscia di Gaza. L’ambasciatore, inoltre, ha indicato cosa potrebbero fare la Russia e altre nazioni per contribuire alla risoluzione degli scontri, si è espresso in merito alla possibilità che Israele si rivolga agli USA per ricevere aiuti militari.
— Quando e se potrebbe essere avviata una operazione militare terrestre dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza?
— Al momento non è previsto niente di tutto ciò, a meno che non si presentino ulteriori aggravamenti della situazione. Spesso mi chiedono se la situazione potrebbe peggiorare. Sì, certamente! Ma spero che non accada. Ma se accadesse, non potremmo escludere nessuna possibilità.
— Cosa ne pensa dei rischi relativi a una possibile escalation del conflitto a livello regionale?
Палестинцы осматривают свой дома, который был поврежден в результате израильского авиаудара, на фоне вспышки израильско-палестинского конфликта, в городе Газа - Sputnik Italia, 1920, 12.05.2021
Conflitto Israele-Palestina: i perché dell'escalation di questi giorni
— No, non è possibile. L’ultima vera guerra regionale vi fu nel 1973 e nel 1982 contro il Libano. Di incidenti come questi ne capitano, sono assai spiacevoli: furono sganciati 1600 missili su Israele. Nessun Paese potrebbe permettersi di ignorare una reazione del genere. Per questo motivo, in tal caso reagiremmo e colpiremmo quei siti da cui sono stati sganciati i missili. Purtroppo, Hamas ha i suoi missili a Gaza in aree densamente popolate: nei pressi di scuole, moschee, ospedali e case. Devono capire che, se colpiscono da lì, allora potrebbero ricevere proprio negli stessi luoghi un contraccolpo. Oggi stanno usando i loro cittadini come “scudo umano” e questo approccio è molto pericoloso. Ad ogni modo i palestinesi non colpiscono obiettivi specifici come i siti militari, ma le città. Già solo questo è un crimine militare perché colpiscono obiettivi civili.
Le ragioni di questo aggravamento della situazione vanno ricercate all’interno delle organizzazioni palestinesi. Avrebbero dovuto tenersi le elezioni, erano state programmate e poi prorogate a data da destinarsi. Per questo motivo, sono sorte delle divergenze interne tra i palestinesi. Hamas sperava tramite le elezioni salire al potere in Palestina. Quando Abu Mazen (presidente della Organizzazione per la Liberazione della Palestina, NdR) se n’è accorto, ha annullato le elezioni adducendo diverse spiegazioni e contestualmente avanzando accuse infondate ai danni di Israele.
— Si dice che alcuni missili siano stati lanciati contro Israele dal Libano. Israele risponderà?
— Non è completamente chiaro cosa sia successo. Non vogliamo avere reazioni affrettato. Dobbiamo prima controllare cosa sia accaduto. Vi sono gruppi che non rispondono a nessuno e che fanno tutto ciò che vogliono. Pertanto controlleremo l’accaduto. Fortunatamente i colpi a noi arrecati non hanno provocato vittime o danni. In questo caso non ci affretteremo a contrattaccare. Ma ci teniamo ad avvertire che, in caso di nuovi attacchi di questo tipo, Israele risponderà senza esitazione. Dobbiamo ricordare che per oltre 15 anni dal Libano non sono provenuti attacchi ai danni di Israele. Perché? Perché sanno che gli attacchi hanno gravi conseguenze.
— Israele ha rifiutato la mediazione dell’Egitto per la risoluzione dell’ultimo aggravamento degli scontri. Cosa potrebbe fare la Russia?
— Intervenire affinché cessino gli attacchi contro Israele. Perché sia operativo il cessate il fuoco non serve profondere particolari sforzi di carattere umanitario, è sufficiente smettere di sparare.
— Uno dei leader di Hamas ha dichiarato che il movimento cesserà di sparare quando cesseranno le manifestazioni violente alla moschea al-Aqsa.
 Israele ha anche effettuato numerosi attacchi contro la Striscia di Gaza per rappresaglia - Sputnik Italia, 1920, 13.05.2021
Escalation a Gaza, per presidente Usa Biden "nessuna reazione eccessiva"
— Cosa significa “manifestazioni violente alla moschea al-Aqsa”? Quando si tengono manifestazioni che colpiscono con pietre i fedeli che intendono pregare, ovviamente la polizia interviene. Ma, vede, si è appena celebrata la festa musulmana Id al-fitr (la festa che segna la fine del mese del Ramadan, NdR), si sono tenute le preghiere ad al-Aqsa senza alcuna conseguenza. I fedeli sono andati a pregare e l’hanno fatto senza alcuna ingerenza esterna. Non c’è stato nessun incidente. Quindi, il problema è un altro: qualcuno vuole rovinare l’atmosfera. E ritorniamo alle ragioni che hanno determinato un aggravamento di questa situazione. La ragione principale è una sola e afferisce agli affari interni palestinesi, ossia le controversie tra Hamas e Abu Mazen. E come sempre in queste situazioni si ricorre alle provocazioni contro Israele per scatenare una reazione alle loro azioni. Chi vuole rimanere in silenzio, lo fa. Chi vuole andare a pregare ad al-Aqsa, ci va. E chi vuole provocare disordini, ottiene delle reazioni.
— Israele pone delle condizioni perché cessino gli attacchi missilistici?
— Sì, vogliamo che gli attacchi smettano. Questa è la nostra unica condizione. Vogliamo che i palestinesi si occupino di questioni relative alla sanità, alla canalizzazione, all’istruzione a Gaza. Del resto come la stanno gestendo? Che si preoccupino almeno di far vivere bene i cittadini di Gaza invece di lanciare missili su Israele.
Prenda l’esempio di ciò che accade tra Israele e i Paesi arabi. Un bel giorno i Paesi del Golfo Persico hanno detto che i loro interessi sono più importanti di qualsiasi indefinito interesse di qualcun altro. E hanno sottoscritto degli accordi con noi. Oggi il giro d’affari tra i nostri Paesi aumenta, stiamo sviluppando progetti in ambito scientifico e non solo. Dunque, la teoria secondo cui il mondo arabo non possa coesistere con Israele è infondata, per non parlare poi del mondo musulmano. Prenda, ad esempio, il caso dei Paesi dell’Asia centrale con i quali intratteniamo ottimi rapporti. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. La leggenda per cui gli arabi e Israele non potrebbero vivere in pace è una sciocchezza.
— Torniamo a cosa la Russia potrebbe fare per risolvere la situazione. Al momento prevedete di predisporre una interlocuzione di alto livello con parti terze?
Le bandiere di USA e Israele presso la nuova Ambasciata statunitense a Gerusalemme - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
Inviato israeliano USA loda "forte messaggio" di Biden per "il diritto all'autodifesa" di Israele
— Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu hanno avuto una interlocuzione telefonica alcuni giorni fa. Siamo in costante contatto con la Russia, con i miei colleghi al Ministero degli Esteri. L’ambasciatore russo in Israele Anatoly Viktorov incontra regolarmente i dirigenti del nostro Ministero. Ha fatto visita a Mosca anche il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi. Il dialogo è proficuo e costante con la Russia. Non siamo sempre d’accordo su tutto, ma il dialogo è costante. Tentano di convincerci su qualcosa, cerchiamo di trovare un compromesso. Non sempre ci si riesce perché non sempre le nostre posizioni convergono, ma è normale, ognuno ha i propri interessi. Ma non voglio entrare troppo nei dettagli. Lo farò durante i negoziati con il Ministero degli Esteri.
— In passato la Russia ha più volte proposto di organizzare un incontro tra i leader di Israele e Palestina. Avete parlato in questo periodo di questo tema con la parte russa?
— Sì, è un tema che trattiamo spesso. Ma bisogna considerare ciò che sta accadendo ora e ciò che accadrà. Altrettanto fondamentale è considerare che a Washington c’è un nuovo governo il quale è altrettanto interessato a partecipare al processo di risoluzione. Ora non ci resta che aspettare. Dobbiamo osservare questo conflitto in maniera ponderata e senza dimostrare emozioni. Purtroppo, questo non è sempre possibile.
— Israele sarebbe pronto a intrattenere negoziati diretti con i palestinesi?
Papa Francesco celebra la messa in Vaticano - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
Monito del Papa a Israele: morte dei bambini inaccettabile
— Certo, lo abbiamo ribadito più volte. È esattamente ciò che vogliamo: dei negoziati non mediati senza condizioni preliminari. Non dichiamo mai durante i negoziati che, ad esempio, non si parli di un qualche argomento. Parliamo di qualsiasi tema, ma in sede di negoziati. Ci dicono che accettano negoziati soltanto sulla base dei confini del 1967. Ma allora di cosa dovremmo parlare nei negoziati? Quale sarebbe il senso di un incontro del genere? Ricorro spesso alla teoria dei giochi per fare degli esempi. Ci sono diversi scenari tra cui, ad esempio, quello del “gioco a somma zero” in cui uno vince e l’altro perde. C’è anche uno scenario che si chiama “win-win” in cui vincono entrambi. Ma questo non è il nostro caso. L’unico caso della teoria dei giochi che potrebbe avvicinarsi alla nostra situazione è il “lose-lose” in cui entrambi vincono per poi perdere. Vi faccio un esempio pratico: lei vede in un negozio un oggetto che le interessa e chiede al commesso quanto costa. Il commesso le risponde, ad esempio, 50€ ma per lei è un prezzo troppo alto. Cominciano allora le trattative e lei dice: “Più di 20€ non riesco” e alla fine vi accordate sui 30€. Avete perso entrambi: il cliente voleva pagare 20 ma ha pagato 30, mentre il commesso voleva ottenere 50, ma ha avuto 30. Entrambi hanno perso, ma entrambi hanno anche vinto: il cliente ha un bell’oggetto, mentre il commesso ha i solti. Questo è l’unico caso che vedo possibile: ciascuno deve capire che deve cedere qualcosa.
— Dunque Israele è disposta a fare delle concessioni nei negoziati?
— Certamente. Ci siamo già espressi in merito un paio di volte. Nel 2000 il primo ministro israeliano Ehud Barak propose a Yasser Arafat il 94% di tutti i territori, ma la risposta fu negativa. Nel 2008 il primo ministro israeliano Ehud Olmert propose lo stesso ad Abu Mazen che rifiutò l’offerta. Anche noi abbiamo avanzato delle proposte concrete. Ma quali proposte riceviamo dall’altra parte? O tutto o niente. Pertanto, dobbiamo sederci a un tavolo e dialogare. Quando in passato vi furono dei negoziati e si riuscì a trovare un accordo su qualche punto (sono accordi che sono a tutt’oggi efficaci): se nel bene o nel male, di questo possiamo parlarne. Ma, ad esempio, c’è un coordinamento tra la polizia palestinese e quella israeliana sulle questioni relative alla sicurezza. Ad esempio, per loro noi raccogliamo le imposte. E comunque rimane il fatto che questi sono i nostri vicini ed è con loro che dobbiamo dialogare. Il tema non è convocare delle conferenze internazionali che non portano a nulla. Ci siamo già passati. L’unica via è sedersi a un tavolo e trovare un accordo. Del resto Ramallah e Gerusalemme distano soltanto 20 km.
Ma, ad esempio, Abu Mazen teme che qualsiasi concessione da parte sua possa essere considerata come un tradimento della patria e degli interessi palestinesi e che gli possa succedere qualcosa. Del resto, nel mondo arabo ci sono già stati casi simili: pensiamo ad Anwar al-Sadat in Egitto.
Luigi Di Maio  - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
Crisi israelo-palestinese, Di Maio annuncia vertice europeo straordinario
— La Palestina insiste sulla necessità di convocare un incontro del “Quartetto per il Medio Oriente”. Israele è a favore di quest’idea?
— Dobbiamo capire il motivo di una tale convocazione. Il nostro principale interesse è garantire la sicurezza di Israele.
— Dopo gli attacchi a Tel Aviv e alla regione circostante, una serie di esperti ha cominciato a parlare di come il sistema Cupola di ferro non sia molto efficace. Israele condivide questi timori?
— Il sistema è efficace. Non possiamo dire che presenta un’efficacia del 100%, ma gran parte dei missili vengono intercettati. Ma io non sono un esperto di questo settore.
— Alla luce del recente aggravamento della situazione Israele intende rivolgersi agli USA per ulteriori aiuti militari?
— No, non in questa fase. Nel complesso con gli USA abbiamo in atto un accordo per la fornitura di aiuti militari. Quando nel 1973 vi fu una vera e propria guerra, non ci bastavano le munizioni e dovemmo rivolgerci agli USA. Ma da allora ce l’abbiamo fatta con le nostre forze.
— In passato la Russia ha fornito alla Palestina 50 veicoli trasporto truppe. Non temete forse che le armi russe ora possano essere usate contro di voi?
— Quella fornitura venne effettuata previo nostro consenso. Inoltre, tra il 1992 e il 1993 noi provvedemmo ad armare la polizia palestinese, 30.000 uomini. Fu indispensabile per garantire l’ordine e fummo d’accordo a farlo.
Raid israeliano su Gaza distrugge edificio Al-Jalaa con uffici dei media internazionali - Sputnik Italia, 1920, 15.05.2021
Ue pianifica vertice quartetto mediorientale per risoluzione conflitto israelo-palestinese
— Una serie di società, anche russe, stanno cancellando i voli sull’aeroporto Ben Gurion. Ha delle raccomandazioni particolari per i cittadini russi o per chi parte dalla Russia?
— Per il momento non ci sono raccomandazioni particolari perché non ci sono ancora flussi turistici. Indipendentemente da ciò che sta accadendo in Israele, il Paese non è ancora aperto ai turisti per via della pandemia. Quanto all’aeroporto, si tratta di una chiusura temporanea. Vedremo cosa accadrà. Ad ogni modo l’aeroporto non è totalmente chiuso: ci sono stati degli incidenti e alcuni voli sono stati dirottati su Elat. Ma nel complesso questo non ha alcun impatto sul turismo perché non ci sono turisti. In Israele possono arrivare soltanto cittadini israeliani o soggetti con apposite autorizzazioni.
Quando apriremo i confini ai turisti? Dobbiamo prima risolvere altre questioni come effettuare i tamponi per il coronavirus. In Israele è stato introdotto un sistema di tamponi che verifica la presenza di anticorpi. Non è importante la tipologia di vaccino inoculato o se un soggetto è guarito, come nel mio caso. L’importante è che ci siano gli anticorpi. Ad ogni modo in aeroporto è possibile fare anche il tampone PCR. Ma oggi il problema è che non siamo ancora attrezzati per effettuare operativamente il controllo degli anticorpi su cospicui gruppi di turisti. A fine maggio le autorità israeliane vorrebbero cominciare a far entrare piccoli gruppi di turisti, ma ad oggi non sono ancora chiare le modalità di attuazione di questi provvedimenti. Dunque, credo che dovremmo aspettare ancora un po’, almeno fino a metà dell’estate, perché il turismo in Israele riprenda.
— L’aggravamento della situazione impatterà sull’attrattività turistica di Israele?
— Credo di no. Penso che questi scontri finiranno presto.
— Lei ha parlato del sistema di controllo degli anticorpi. Dunque, la questione del reciproco riconoscimento dei certificati vaccinali con la Federazione Russa è stata risolta?
— Sono in corso le trattative. Abbiamo avviato questo processo di riconoscimento con la Russia: il Ministero israeliano della Salute ha trasmesso una bozza dell’accordo al Ministero russo. Stiamo aspettando un riscontro.
Notizie
0
Prima i più recentiPrima i più vecchi
loader
LIVE
Заголовок открываемого материала
Per partecipare alla discussione
accedi o registrati
loader
Chats
Заголовок открываемого материала