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Vaccini in azienda, il Garante della privacy: "Scelta dei dipendenti deve essere segreta"

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Vaccinazione con lo Sputnik V - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
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In un documento l'Autorità garante per la protezione dei dati personali ha chiarito come il datore di lavoro non possa "raccogliere informazioni relative all’intenzione del lavoratore di aderire alla campagna vaccinale".
Mentre si moltiplicano nei tribunali italiani i ricorsi dei sanitari no vax, oggi il Garante della privacy è intervenuto per dettare le linee guida sulla vaccinazione nelle aziende.
Stavolta, però, il principio che sembra prevalere è quello della tutela della scelta del dipendente che non potrà essere né premiato né perseguito o demansionato in base alla scelta di vaccinarsi o meno.
Nel documento, infatti, viene messo nero su bianco come "tenuto conto dello squilibrio del rapporto tra datore di lavoratore e dipendente", il consenso prestato "non può costituire in questi casi un valido presupposto per trattare i dati sulla vaccinazione così come non è consentito far derivare alcuna conseguenza, né positiva né negativa, dall'adesione o meno alla campagna vaccinale".
In altre parole, l’unico a poter trattare i dati relativi ai piani vaccinali aziendali sarà il “servizio sanitario regionale” di riferimento. Questo non solo per lo “squilibrio” nel rapporto fra dipendenti e datore di lavoro, ma anche perché si tratta di una “iniziativa di sanità pubblica”.
Secondo quanto suggerito dal Garante, quindi, le aziende non potranno raccogliere informazioni sull’adesione o meno alla campagna vaccinale nei punti che saranno attivati all’interno delle strutture, né sull’avvenuta vaccinazione dei dipendenti e sui dati inerenti alla loro salute.
In particolare, nel documento che stila le linee guida sul trattamento dei dati personali, si precisa che devono essere i medici o il personale sanitario ad eseguire la raccolta dei dati relativi alla vaccinazione.

I ricorsi dei sanitari no-vax

Intanto, non si placano le polemiche sui sanitari che dicono no al vaccino. Al tribunale di Belluno 62 medici tra cui un primario e due dirigenti hanno presentato un secondo ricorso per chiedere, come si legge sul Messaggero, che venga affermato il diritto “di scegliere liberamente se vaccinarsi o meno, senza che ciò comporti la loro sospensione dal lavoro senza retribuzione o il loro demansionamento”.
Il collegio del tribunale del comune veneto ha già rigettato un primo ricorso presentato da un gruppo di operatori socio-sanitari affermando che sulla libertà di scelta relativa alla vaccinazione anti-Covid prevale “il diritto alla salute dei soggetti fragili che entrano in contatto con gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario”.
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