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Correlazione tra consumo di alcol e danni al cervello. Cosa succede nel cervello di un ubriaco?

CC0 / Pixabay / Alcol
Alcol - Sputnik Italia, 1920, 16.05.2021
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I neurobiologi americani hanno dichiarato che l’alcol acidifica non nel fegato come si pensava, ma direttamente nel cervello. Di conseguenza, sono sottoposti a stress quelle aree preposte alla coordinazione, alla memoria e al controllo emotivo. Tuttavia, gli effetti negativi indotti dall’alcol perdurano anche dopo il totale rifiuto della sostanza.

Un cervello avvelenato

Quando un uomo beve un calice di vino o un boccale di birra, l’etanolo che finisce nell’organismo acidifica grazie all’enzima alcoldeidrogenasi (ADH) e si trasforma in acetaldeide. Quest’ultima con l’ausilio dell’acetaldeide deidrogenasi (ALD) diventa acetato che viene espulso dal corpo. Se gli enzimi sono pochi (l’elaborazione dell’acetaldeide deidrogenasi è regolata dal gene ALD2), l’acetaldeide si accumula e provoca una forte sbornia.
Fino a poco tempo fa si credeva che l’etanolo si deteriorasse nel fegato che poi i prodotti del suo decadimento finissero nel cervello attraverso il sangue. Tuttavia, i neurobiologi americani hanno monitorato alcune cavie “ubriache” e hanno scoperto che esiste un ulteriore meccanismo che, nello specifico, spiegherebbe le particolarità del comportamento dei soggetti ubriachi.
Gli scienziati hanno evidenziato una elevata attività dell’enzima acetaldeide deidrogenasi nel cervelletto, quell’area cerebrale preposta alla coordinazione. Questi dati sono stati ottenuti mediante il monitoraggio di 11 sezioni del cervello di cavie e 3 modelli del cervello umano. Inoltre, i ricercatori hanno registrato la comparsa di acetato nel cervelletto di cavie vive alle quali era stato somministrato un po’ di alcol (1 g per kg di peso). Nelle cavie in cui era stato disattivato il gene ALD2 la quantità di acetato nel cervello erano molto inferiore e, di conseguenza, di fatto non sono comparse criticità legate alla coordinazione in esito al consumo di alcol.
Beer - Sputnik Italia, 1920, 21.10.2019
L’incredibile caso clinico dell’uomo sempre ubriaco perchè il suo organismo produceva alcol
Gli autori dello studio ipotizzano che l’etanolo sia in grado di oltrepassare la barriera ematoencefalica, ossia quel “filtro” fisiologico tra il sistema sanguigno e il sistema nervoso centrale. E che finisca direttamente nel cervello. Qui l’etanolo si trasforma in acetato provocando disturbi legati alla coordinazione.
Se l’enzima acetaldeide deidrogenasi non è presente, il soggetto non si ubriaca. Gli scienziati ad oggi non hanno ancora compreso pienamente il meccanismo di degradazione dell’etanolo, ma secondo loro sarebbe proprio questo il processo chiave in quanto l’acetaldeide (ossia il principale responsabile dell’avvelenamento da alcol) fa molta fatica a penetrare nel cervello.

Ubriacarsi fino perdere conoscenza

L’alcol, in particolare se il soggetto beve con regolarità, può danneggiare il centro della memoria e il funzionamento cerebrale nel suo complesso. Questa la conclusione a cui sono giunti gli scienziati della Oxford University.
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Identificato un effetto inaspettato del consumo di alcolici
I quali hanno analizzato i dati statistici raccolti nell’arco di un trentennio dai servizi sanitari. Particolare attenzione hanno suscitato i soggetti con oltre 40 anni che bevevano almeno 1 bottiglia di birra a settimana, ossia 140 grammi di alcol.
Oltre ai dati sanitari, alle abitudini e allo stile di vita, gli scienziati hanno preso in esame anche le risonanze magnetiche del cervello di questi individui.
In una seconda fase dello studio i ricercatori hanno selezionato casualmente 550 volontari e proposto loro di sottoporsi ad alcuni test sulle facoltà cognitive. Nei successivi 5 anni i volontari si sono sottoposti ai test diverse volte.
Dopodiché gli scienziati hanno passato al vaglio le informazioni raccolte.
È emerso che il consumo di oltre 140 grammi di alcol a settimana impatta negativamente sul funzionamento cerebrale. Gli amanti dell’alcol, a differenza dei loro coetanei astemi, presentano un ippocampo più debole. L’ippocampo è quella regione preposta al trasferimento delle informazioni dalla memoria a breve a quella a lungo termine.
In questi soggetti, inoltre, anche alcune altre aree cerebrali erano atrofizzate.
Infine, i volontari che bevevano più di una bottiglia di birra a settimana hanno ottenuto nel complesso risultati peggiori nei test mnemonici e di intelligenza, sono riusciti ad elencare meno parole che cominciassero con la stessa lettera. Con gli anni i risultati dei test non hanno fatto che peggiorare.
© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaUn barista serve della birra
Un barista serve della birra - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Un barista serve della birra
Le facoltà cognitive con l’età calano nella maggior parte degli anziani, ma nei bevitori questo processo accelera.
Inoltre, come evidenziato dai ricercatori della New South Wales University (Australia), l’abuso di alcol in età avanzata aumenta il rischio di demenza. Ma anche per gli adolescenti il consumo di alcol è un comportamento rischioso: infatti, può ridurre il volume della neocorteccia (responsabile della percezione sensoriale, dell’esecuzione dei comandi motori, delle riflessioni e del discorso) e rallentare lo sviluppo della materia bianca. Questi processi portano poi a un peggioramento generale delle facoltà cognitive.

Impatto a lungo termine dell’alcol

Secondo i dati raccolti dai ricercatori tedeschi, spagnoli e italiani, l’alcol continua a danneggiare il cervello anche un mese e mezzo dopo l’assunzione dell’ultima goccia. Le aree più colpite sono il corpo calloso (che unisce i due grandi emisferi cerebrali) e l’ippocampo (preposto alla gestione della memoria e alla creazione delle emozioni).
vodka - Sputnik Italia, 1920, 30.06.2020
Oms: Europa al primo posto per consumo di alcol nel mondo
Per 6 settimane gli scienziati con l’ausilio della risonanza magnetica hanno monitorato le variazioni a livello cerebrale di diversi volontari di sesso maschile che erano finiti in ospedale per un consumo smodato di alcol. Durante il periodo di osservazione questi soggetti non hanno bevuto nemmeno un bicchiere di alcol. Tuttavia, nonostante il periodo di astinenza, il decadimento delle cellule nervose nella sostanza bianca non si è interrotto.
Gli scienziati hanno osservato simili modificazioni degenerative anche nel cervello delle cavie nelle quali inizialmente era stata creata una dipendenza dall’alcol e alle quali poi l’acol era stato tolto completamente.
Ad oggi i ricercatori non comprendono ancora con precisione quanto a lungo il cervello continui a soffrire dopo l’inizio dell’astinenza. È impossibile condurre osservazioni più prolungate sugli uomini: il programma di cura di solito dura 6 settimane. Pertanto gli autori dello studio intendono studiare questo fenomeno sulle cavie che presentano una dipendenza dall’alcol.
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