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Biden accelera il negoziato con l'Iran: ci saranno ripercussioni sugli equilibri in Medio Oriente

© REUTERS / Jonathan ErnstJoe Biden
Joe Biden - Sputnik Italia, 1920, 08.05.2021
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Le voci concernenti la ripresa delle trattative tra Stati Uniti ed Iran si vanno intensificando. Costituiscono una sorpresa soltanto per coloro che conoscono relativamente poco i trascorsi delle più recenti amministrazioni democratiche americane.
Fu Barack Obama, di cui Joe Biden era il vicepresidente, a sottoscrivere gli accordi che vincolarono Teheran a sospendere temporaneamente il proprio programma nucleare. E, prima di lui, Bill Clinton a tentare una riconciliazione storica con il regime degli ayatollah.
Non va dimenticato inoltre come lo stesso Jimmy Carter non fece nulla per difendere il trono dello Shah dalla forza rivoluzionaria dei religiosi iraniani che lo avrebbero rovesciato. Gli storici hanno appurato che quel Presidente aveva abbandonato Reza Palhevi al suo destino anche perché convinto che il clero sciita sarebbe stato anticomunista ed antisovietico esattamente come l’imperatore.
A Carter – e agli stessi francesi che avevano offerto riparo a Khomeini – era però sfuggita la natura anti-occidentale dell’Iran che sarebbe sorto dal ribaltamento della monarchia persiana.
I repubblicani statunitensi, di contro, sono sempre stati ostili al regime islamico iraniano. Bush junior inserì Teheran nel terzetto dei paesi che componevano il cosiddetto Asse del Male, malgrado l’Iran avesse avversato i Taliban e fosse nemica anche di Saddam Hussein.
Bandiera iraniana - Sputnik Italia, 1920, 04.05.2021
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Quanto a Trump, non ha fatto che confermare questo schema, tanto nel momento di decretare l’uscita degli Stati Uniti dall’intesa di Vienna sul nucleare che, paradossalmente, quanto nel tentativo di pervenire ad un nuovo accordo di cui fossero parte anche precise condizioni politiche, come l’abbandono da parte di Teheran dell’antisionismo che costituisce parte essenziale dell’ideologia statale della Repubblica Islamica.
Va evidenziato altresì come la politica iraniana delle amministrazioni succedutesi al potere a Washington sia stata spesso anche il riflesso dell’approccio adottato nei confronti di Mosca. La reintegrazione dell’Iran in Occidente, infatti, per alcuni è anche uno strumento utile al contenimento della Russia.
Anche in questo Trump si era evidenziato per la propria diversità, puntando ad una trattativa che avrebbe dovuto comportare non soltanto il riconoscimento d’Israele da parte iraniana, ma anche la rinuncia di Teheran ai missili a lunga gittata che, potendo raggiungere l’Europa, sono stati la ragione formale dello schieramento delle difese antimissilistiche statunitensi nel Vecchio Continente tanto invise alla Federazione Russa.
Eliminati quei vettori – questo era il ragionamento – si sarebbero potuti rimuovere i sistemi che Mosca giudicava una minaccia all’equilibrio strategico complessivo e generare la fiducia necessaria a regolare gli interessi reciproci di Stati Uniti e Russia.
Biden sta ora tornando alla postura obamiana: mira a recuperare l’Iran per allontanarlo dalla Russia, mentre vengono sfumati i toni della narrazione nei confronti dell’Islam Politico di ogni denominazione.
Il segretario di stato Usa Mike Pompeo  - Sputnik Italia, 1920, 22.04.2021
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A quanto è stato dato di sapere, attualmente gli americani trattano con le controparti persiane per via indiretta, ovvero tramite diplomatici di paesi terzi che fanno la spola tra le delegazioni delle due parti.
Si è appreso anche dell’intenzione del presidente Biden di scongelare asset iraniani per un valore pari ad un miliardo di dollari.
Naturalmente, questi sviluppi stanno comportando vaste ripercussioni, sia all’interno dell’Iran, dove è imminente il voto per l’elezione del successore del presidente riformista Hassan Rohani, che nel più vasto ambito regionale mediorientale.
Il ministro degli esteri in carica, Javad Zarif, ha recentemente accusato lo scomparso generale Qassem Suleimani di aver tramato con i russi per sabotare gli accordi di Vienna sul nucleare, subendo una formale censura da parte dell’ayatollah Khamenei, suprema guida del paese, che gli ha ricordato a stretto giro di posta come le scelte fondamentali attinenti alla sicurezza ed agli allineamenti internazionali dell’Iran non competano al governo ma soltanto a lui.
In ambito regionale, invece, si sono mossi sia gli israeliani che i sauditi. Il capo del Mossad si è recato da Biden per prospettargli tutti i rischi insiti nella riapertura all’Iran. Si sono inoltre moltiplicati i casi di sospetto sabotaggio avvenuti ai danni di impianti di varia natura nella Repubblica Islamica, cui peraltro Teheran pare aver risposto intensificando la propria campagna a bassa intensità contro il traffico navale mercantile riconducibile ad Israele.
Proteste a Washington nel quadro della scomparsa di Khashoggi - Sputnik Italia, 1920, 26.02.2021
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Mohammed bin Salman ha fatto invece una scelta diversa, esplorando a sua volta la possibilità di ricostruire un rapporto bilaterale di convivenza con la Repubblica Islamica. L’erede al trono saudita percepisce pienamente la pressione che l’attuale amministrazione americana sta esercitando su di lui e l’intera famiglia reale per provocarne l’allontanamento dalla linea di successione al trono e sta forse tentando di sottrarvisi.
È anche possibile che a Riyadh sia maturata la consapevolezza che con il cambio di guida politica intervenuto a Washington la guerra in Yemen non può essere più vinta, se non altro perché gli americani negano ai sauditi anche le munizioni con cui continuare a combatterla.
A complicare ulteriormente un quadro di per sé già molto intricato e di difficile lettura è il fattore turco. Se, infatti, l’America si riconciliasse con l’Iran, un modo per tenere in piedi l’asse israelo-saudita potrebbe essere quello di attribuirgli una natura maggiormente antiturca.
Anche in questo caso, tuttavia, il risultato è tutt’altro che certo. Perché se è vero che gli Stati Uniti non apprezzano alcune derive dell’attuale politica turca, Washington appare molto prudente nei confronti di Erdogan, cercando di evitare qualsiasi passo sia suscettibile di indurre Ankara ad allontanarsi dall’Alleanza Atlantica.
Turchi e russi hanno appena manifestato il loro supporto al fragile governo unitario appena sorto in Libia. Ciò nonostante, e malgrado la cancellazione della fornitura ad Ankara dei caccia F-35, gli Stati Uniti stanno negando qualsiasi supporto informativo alla missione navale europea che è incaricata di interdire le forniture di materiali d’armamento alle fazioni libiche. Lo fanno anche perché  le navi di Irini fermano i mercantili turchi diretti a Misurata o Tripoli.
Le bandiere degli USA e della Turchia - Sputnik Italia, 1920, 22.04.2021
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Inoltre, Biden ha rimesso alla Turchia il compito di gestire il ritorno dei Taliban al potere a Kabul, cercando di pilotarne una riconfigurazione che li renda internazionalmente più digeribili.
Quanto ad Erdogan, sta dando abilmente a sua volta segnali in tutte le direzioni, sviluppando una strategia multivettoriale di cui, tra l’altro, sono parte anche le armi vendute all’Ucraina. Non si tratta di studiata ambiguità, ma di un modo smart di allargare una sfera d’influenza già molto ampia.
La situazione, conseguentemente, è tornata molto fluida dopo gli anni in cui Trump aveva cercato di ricostruire faticosamente una parvenza di ordine.
Quanto sta accadendo può preludere ad importanti cambiamenti in un’area molto vasta, che comprende realtà tanto diverse e lontane come il Marocco e l’Afghanistan, lo Yemen e il Mar Nero. Stiamo entrando in una fase molto dinamica ed imprevedibile.
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