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© AFP 2021 / PHILIPPE HUGUEN Migranti al confine con la Francia
Migranti al confine con la Francia - Sputnik Italia, 1920, 05.05.2021
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Ha fatto scalpore in Francia (in Italia se ne è scritto poco) una lettera che un folto gruppo di ex militari di altissimo livello in pensione ha inviato al Presidente della Repubblica, al Governo e ai Parlamentari francesi lo scorso 21 aprile.
Nel testo, reso pubblico su di una rivista vicina al Rassemblement National della Le Pen, si mettevano in guardia i destinatari dal rischio che una politica lassista verso l’immigrazione clandestina come quella attuata in Francia e, più generalmente, in Europa avrebbe potuto portare tutta la popolazione francese a trovarsi, a breve, in mezzo a una guerra civile.
Immediatamente, le sinistre e tutti i benpensanti di ogni schieramento hanno gridato all’insubordinazione, alla minaccia di golpe, al fatto che si trattasse di neo-fascisti xenofobi e razzisti.
L’accusa di insubordinazione si basava sul fatto che oltre ai 19 generali e ammiragli già fuori servizio avevano controfirmato la lettera anche 1500 militari di diverse armi e gradi ancora attivi. Del tutto fuori luogo invece le accuse di golpe, di xenofobia o di razzismo.
I generali non esitano a citare positivamente come, attorno alla comune bandiera tricolore, si siano sacrificati per la Francia uomini “indipendentemente dal colore della pelle o del credo”. Criticano, invece, chi in nome di un “certo antirazzismo” mira solamente a “creare sul nostro suolo un malessere, perfino l’odio tra le comunità”.
Soldiers of the French Foreign Legion parade on the Champs Elysees avenue during a rehearsal for Bastille Day, early Wednesday, July 11, 2018 in Paris - Sputnik Italia, 1920, 30.04.2021
Amministratore distretto di Parigi d'accordo con generali che vedono pericolo di guerra civile
La missiva non minaccia una guerra civile, la denuncia come un evento malauguratamente inarrestabile se il Governo seguiterà nel suo lassismo nel non applicare le leggi già esistenti e permetterà che fioriscano “città o quartiere in cui le leggi della Repubblica non siano applicabili”.
Il senso generale di tutto il testo è comunque la denuncia che l’immigrazione incontrollata e la presenza di “zone franche” ove nemmeno la polizia può intervenire favoriscano, soprattutto nelle periferie cittadine, il proliferare di sentimenti religiosi musulmani integralisti propedeutici ad atti di terrorismo.
La Francia, è innegabile, ha pagato alti prezzi al terrorismo islamico e basta ricordare che nella sola strage di Parigi del 13 novembre 2015 ben 130 persone, comuni cittadini francesi furono uccisi, di cui 90 nel solo teatro Bataclan.
Poco prima c’erano stati gli omicidi nella sede del Charly Hebdo (12 morti e undici feriti).
Non è tutto, se questo e altri attentati erano il frutto di attacchi combinati, molti di più sono stati gli omicidi compiuti da singoli individui accomunati dal desiderio di martirizzarsi al grido di “Allah Akbar”.
  • Nel luglio 2016, 86 morti nella strage di Nizza; nello stesso mese a Rouen un prete assassinato;
  • L’aprile 2017 ad essere uccisi sono due poliziotti sugli Champs-Elysées;
  • Il maggio 2018 tocca a 5 passanti vicino all’Opéra di Parigi;
  • Il 12 dicembre 2018 attentato al mercatino di Natale a Strasburgo; nell’ottobre è la volta di un professore di liceo nei sobborghi parigini e poi a Nizza altri due assassinati e una donna decapitata.
Si tratta solo di alcuni tra gli attentati “riusciti: dal 2012 ad oggi le tentate stragi sono state, in Francia, 363 con 270 morti e più di 1500 feriti, alcuni dei quali con invalidità permanente.
Poi ci sono gli attentati compiuti da islamici, arabi o africani, in Spagna, In Belgio, Olanda e Gran Bretagna.

Convivenza impossibile

Nel settembre 2019 il settimanale francese Le Point svolse un’indagine tra gli immigrati di religione musulmana e le risposte ottenute sono sconvolgenti:
  • Il 49% dei giovani dichiararono che non era l’Islam che doveva adattarsi alle leggi francesi, bensì erano quelle leggi che dovevano cambiare.
  • Il 27% arrivò a sostenere che tutte le leggi dello Stato dovevano essere conformi alla Sharia. Il numero di immigrati musulmani nell’Esagono è di circa 5,7 milioni (in Germania, con una popolazione autoctona un po' superiore è di 5 milioni circa), cioè quasi il 10% della popolazione totale.
Visto questi numeri, la differenza culturale, il diverso stato economico, nessun sociologo può restare stupito da quanto stia succedendo in quel Paese.
Né un politico in buona fede dovrebbe permettersi di giudicare la lettera dei generali come un “fenomeno di stampo “nazifascista” (vedi il “sinistro” Malenchon).
Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi se alle prossime elezioni regionali, attese per il giugno di quest’anno, il partito della Le Pen dovesse ulteriormente aumentare i propri consensi.
Il fatto è che troppi politici “moderati”, pur lasciando da parte quelli di estrema sinistra o i buonisti ad oltranza, non hanno il coraggio di affrontare la realtà e si barricano dietro parole di circostanza quali il “dovere dell’accoglienza” o “l’atteggiamento umanitario verso i disperati che sbarcano (a frotte n.d.r. r.) sulle nostre coste fuggendo da condizioni invivibili”.
Basterebbe chiedere a tutti costoro: volete voi accogliere in Europa TUTTI i poveracci del mondo che desiderano migliorare le loro condizioni di vita?
Nessuno vi risponderà perché preferiscono far finta che ogni sbarco sia un caso a sé stante e che, in fin dei conti, si tratta sempre di numeri che possiamo “sopportare”. E che, “al più presto saranno integrati”.
I generali citano il cardinale belga Mercier che disse: “Quando la prudenza è ovunque, il coraggio non è da nessuna parte”.
Purtroppo, proprio qui sta il problema. Ogni sociologo di cui sopra potrebbe insegnare a questi pseudo politici senza coraggio che la diversità certamente arricchisce, purché esistano le condizioni per una reciproca integrazione.
Qualche solone ingenuo o “molto buono” ci ricorda che siamo tutti “meticci” e che le migrazioni sono state una costante della storia umana. Magari aggiungerebbe anche che “tutti siamo nati africani”. Dimentica costui però di precisare quanti secoli ci sono voluti perché popoli diversi si integrassero tra loro e attraverso quali conflitti ciò sia avvenuto.

Integrazione e interrogativi

  • Noi siamo oggi tutti Homo sapiens, ma che fine hanno fatto i neandertaliani che abitavano in Europa prima del nostro arrivo?
  • E che fine hanno fatto gli indiani d’America all’arrivo di noi europei? O Le civiltà centro e sud-americane?
  • Vogliamo rimanere in Europa?
  • Chi vuol sostenere che le invasioni che noi siamo usi chiamare “barbariche” siano avvenute in piena armonia tra gli autoctoni e i nuovi venuti?
L’integrazione è un’ottima cosa e tutti abbiamo qualche conoscenza di convivenze pacifiche che sono state positive per tutti. Il fatto è che sempre i sociologi di prima, non a caso, sottolineavano la necessità dell’esistenza di “giuste condizioni”.  E cioè che il numero dei nuovi arrivi sia contenuto e diluito nel tempo. Non c’è un numero magico e nemmeno i “numeri di Fibonacci” o qualche algoritmo potrebbero darci qualche ricetta precisa.
Dipende da quanto sia grande la diversità culturale iniziale, quanto sia “visibile” quella diversità, della volontà di integrarsi da parte di chi arriva (l’”europeo” Erdogan sostiene che: “integrarsi è un crimine”), della possibilità, in loco, di provvedere non solo alle prime necessità ma anche al futuro “inserimento”.
Accogliere chiunque arrivi, autorizzarlo a restare anche se temporaneamente “illegale”, chiudere un occhio ha un duplice effetto negativo:
  1. riduce drasticamente la fiducia dei cittadini nelle leggi del proprio Paese e nella loro applicazione “erga omnes” 
  2. spinge i “diversi” a trovare una identità collettiva con i propri simili contrapponendosi poi, di conseguenza, a tutti gli altri.
Non è un caso che molti dei terroristi, o più semplicemente dei delinquenti di vario genere, siano magari addirittura di seconda generazione ospiti in quel Paese. E non è concedendo velocemente la nazionalità, come se fosse un qualunque pezzo di carta, che si può risolvere il problema.
Si tratta, piuttosto, di controllare drasticamente il numero dei nuovi ingressi e di applicare sempre, ovunque e comunque le leggi cui sono già soggetti i cittadini che lì vivono, lavorano e pagano regolarmente le loro tasse.
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