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Anticorpi: da cosa dipende la resistenza del sistema immunitario al COVID

© Sputnik . Vladimir PesnyaUna provetta con la prova del sangue per un test degli anticorpi contro COVID-19
Una provetta con la prova del sangue per un test degli anticorpi contro COVID-19 - Sputnik Italia, 1920, 01.05.2021
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Ci sono opinioni diverse su quanto a lungo vivano gli anticorpi contro il coronavirus e su quanto siano realmente necessari. Alcuni ricercatori credono che l’immunità al COVID garantita dagli anticorpi duri soltanto 3 mesi, altri invece 6 mesi.
Tuttavia, come acclarato di recente dagli scienziati di Singapore, è un tema su cui non vale la pena di arrovellarsi.

Contrarre due volte il coronavirus

I primi dati in merito alla durata dell’immunità al COVID-19 furono pubblicati a metà marzo 2020. Allora un gruppo di scienziati cinesi infettò col SARS-CoV-2 4 macachi, li curò e poi tentò di infettarli nuovamente. Non ci riuscirono: gli animali erano protetti dagli anticorpi. In verità, l’intero esperimento durò non più di un mese e tra il primo e il secondo tentativo di infezione passarono soltanto 28 giorni.
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Più o meno contemporaneamente in diversi Paesi del mondo confermarono che gli anticorpi al SARS-CoV-2 si presentano anche nel sangue dei soggetti guariti. I test hanno evidenziato la presenza di anticorpi già il decimo giorno dopo la comparsa dei primi sintomi. Tuttavia, la loro concentrazione nei pazienti era diversa e gli scienziati non sapevano quanto potesse durare l’immunità.
Un po’ più tardi gli infettivologi tedeschi hanno evidenziato dalle analisi del sangue di pazienti affetti dalla malattia ben 255 tipologie di anticorpi, 28 dei quali in grado di bloccare il virus. Questi anticorpi sono detti neutralizzanti.
“Il virus presenta una struttura complessa e la penetrazione dello stesso nella cellula avviene in concomitanza alla produzione di anticorpi sia contro la proteina S sia contro altre componenti del virus. Gli anticorpi neutralizzanti la proteina S si attaccano al virus e non gli consentono di entrare nella cellula. Al contempo questi anticorpi sono in grado di attaccarsi a cellule già infettate, qualora il soggetto sia già stato contagiato, e aiutare il sistema immunitario a neutralizzare il virus. Così si previene uno sviluppo eccessivo dell’infezione. Altri anticorpi funzionano diversamente. L’immunità è garantita unicamente dagli anticorpi neutralizzanti”, spiega Ivan Konovalov, docente di Patologie infettive pediatriche presso l’Università nazionale russa Pirogov di ricerca medica.
Proprio questi anticorpi si trovano oggi al centro dell’attenzione degli scienziati di tutto il mondo. Di norma, si tratta delle immunoglobuline G (IgG), le quali dovrebbero durare più a lungo nell’organismo. Ma le IgM, sebbene siano sintetizzate nell’organismo sin dai primi sintomi dell’infezione, non riescono a catturare il virus e scompaiono piuttosto velocemente (alcune settimane dopo la guarigione). Il terzo tipo di immunoglobuline, le IgA, sono molto simili alle IgM: anch’esse sono prodotte nel momento più acuto della patologia e poi i loro livelli si riducono in maniera significativa. Tuttavia, le IgA sono più selettive e proteggono le membrane mucose dal SARS-CoV-2.
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Si è ipotizzato che le IgG rimanessero nell’organismo per circa 6 mesi. Ma nel luglio del 2020 sulla rivista Lancet è stato pubblicato un articolo in cui si sosteneva che nel 14% dei pazienti questi anticorpi spariscono completamente già 2 mesi dopo la guarigione. Inoltre, tentando di determinare quanti soggetti in Spagna si erano ammalati di COVID senza presentare sintomi, i ricercatori hanno acclarato che gli anticorpi neutralizzanti non vengono prodotti in tutti i soggetti.
Simili dati sono stati ottenuti anche dai cinesi. Prendendo in esame le analisi di 74 pazienti che avevano avuto il COVID, è stato acclarato che le IgG e gli altri anticorpi neutralizzanti rimanevano nell’organismo per un massimo di 3 mesi o persino meno nel caso degli asintomatici.

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Tuttavia, gli infettivologi americani del centro sanitario Mount Sinai hanno analizzato ben 30.000 pazienti ed è emerso che gli anticorpi neutralizzanti sono presenti anche 5 mesi dopo la guarigione. Di norma, questo accade nei soggetti guariti da forme di infezione lievi o moderate. Questo è abbastanza per impedire una seconda infezione o per indebolire l’azione del virus qualora il soggetto venga nuovamente infettato.

Secondo i ricercatori britannici la durata degli anticorpi nell’organismo sarebbe persino più lunga: almeno 6 mesi. Questi esperti hanno analizzati i dati relativi a oltre 20.000 soggetti il cui biomateriale era conservato presso la UK Biobank (una grande banca dati di informazioni genetiche e sanitarie). È emerso che nel 99% dei pazienti guariti dal COVID-19 nella prima ondata, gli anticorpi erano rimasti per almeno 3 mesi dopo la guarigione e che nell’88% dei casi erano stati rilevati anche dopo 6 mesi.
Gli esperti dell’Università di Innsbruck ad aprile hanno chiesto a circa 900 volontari di sottoporsi al test per identificare la presenza di anticorpi contro il SARS-CoV-2. Nel mese di novembre hanno ripetuto il test e nel 90% il risultato era positivo.
Gli scienziati svedesi del Karolinska Institutet hanno valutato l’immunità anticorpale in 256 collaboratori della clinica di Danderyd che erano entrati in contatto con pazienti COVID e che avevano loro stessi avuto l’infezione. Nel 96% gli anticorpi non erano scomparsi 9 mesi dopo la guarigione. E si è registrato un tasso di recidiva inferiore all’1%. Ciò significa che è altamente improbabile ammalarsi di nuovo.

Tutti hanno ragione

Di recente sono stati gli scienziati di Singapore a porre fine al dibattito sulla resistenza degli anticorpi neutralizzanti. Analizzando i dati relativi a circa 500 soggetti che avevano avuto il COVID durante la prima ondata, hanno capito che tutte le precedenti conclusioni sono vere.
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In primo luogo, le IgG e gli altri anticorpi neutralizzanti effettivamente scompaiono 2 mesi dopo la guarigione, ma soltanto in un quarto dei pazienti. In secondo luogo, i livelli di queste immunoglobuline di fatto non variano nell’arco di 6 mesi e questo si registra nella maggior parte dei pazienti. Nello studio singaporiano questo quadro è stato registrato in due terzi dei partecipanti.
Come osservano gli autori dello studio, i livelli di anticorpi e la loro resistenza sono spesso legati all’età e dalla tipologia di decorso della patologia. Di norme, nei giovani e nei soggetti sani l’immunità era più breve.
“Sono le immunoglobuline G a circolare più a lungo nell’organismo. In media rimangono tra i 3 e i 6 mesi, ma in alcuni pazienti scompaiono prima, soprattutto se il decorso della patologia è stato lieve. Ma è impossibile prevedere queste dinamiche. In altre parole, non possediamo dati che ci dicano quale livello di anticorpi protegga di più o di meno. Dal punto di vista clinico sono stati descritti casi di una seconda infezione dopo 3-6 mesi dalla prima”, osserva Konovalov.
Il quale sottolinea che la scomparsa degli anticorpi neutralizzanti a livello sanguigno non significa che il soggetto è totalmente privo di difese. Soprattutto se consideriamo che i casi di una seconda infezione sono, di norma, rari.
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“Oltre alla immunità umorale, cioè quella degli anticorpi, esiste anche l’immunità cellulare che i test sugli anticorpi non sono in grado di determinare. Si tratta di cellule immunitarie specializzate, “addestrate” e pronte ad affrontare l’agente patogeno. Se il coronavirus entra nuovamente nell’organismo, cominciano rapidamente a produrre anticorpi protettivi e ordinano ai linfociti-killer di identificare e distruggere le cellule infette”, spiega.
Effettivamente, quando gli esperti singaporiani hanno messo a confronto l’immunità cellulare T nei volontari allo studio, non hanno riscontrato discordanze rilevanti. Ciò significa che anche in caso di scomparsa degli anticorpi neutralizzanti, il soggetto è protetto dal COVID.
Analogo è ciò che accade con i vaccini. Come precisa Konovalov, i vaccini attivano sia l’immunità umorale sia quella cellulare. E mentre è difficile e dispendioso stimare l’efficacia dell’immunità cellulare, è facilmente dimostrabile quella umorale: dopo la vaccinazione il numero di anticorpi è sensibilmente maggiore rispetto ai mesi successivi all’infezione.
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