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1 maggio, la festa del lavoro che non c’è

© Sputnik . Tatyana Volobueva / Vai alla galleria fotograficaUna donna in un negozio di abbigliamento a Milano
Una donna in un negozio di abbigliamento a Milano - Sputnik Italia, 1920, 01.05.2021
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Con quasi un milione di disoccupati in più a causa della crisi questo primo maggio, effettivamente, c’è poco da festeggiare. Oggi, più che mai, è giunta l’ora di ripensare al lavoro del futuro e a quali sfide lo attendono.
Qualità del lavoro, ammortizzatori sociali per tutti senza eccezioni, aiuti per chi ha perso la propria attività. Sono tanti gli spunti di riflessioni che nascono alla fine di un anno terribile in cui, secondo i dati Istat, hanno perso il lavoro 945.000 persone.
Come sarà il lavoro del futuro? "Quest’anno credo che la riflessione si incentri sulla necessità di cambiare paradigma del lavoro" ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia Mario Mantovani, presidente di Cida e Manageritalia.
-Secondo i dati Istat durante quest’anno di pandemia sono stati persi circa un milione di posti di lavoro. Mario Mantovani, questo primo maggio che cosa c’è da festeggiare?
-Come sempre il primo maggio è più un momento di riflessione negli ultimi anni invece che un giorno di festeggiamenti. Quest’anno credo che la riflessione si incentri sulla necessità di cambiare paradigma del lavoro. Fra le altre cose abbiamo capito che servono per esempio ammortizzatori sociali per tutti, non soltanto per i lavoratori dipendenti, abbiamo capito che i confini fra lavoratore dipendente e autonomo sono molto più labili di quanto credessimo. Abbiamo capito che serve riqualificare le persone, rimetterle in grado di lavorare quando le loro aziende sono andate in crisi o quando hanno perduto competenze. L’idea è che sia tramontata una visione del lavoro molto segmentato fra lavoro subordinato, lavoro autonomo, lavoro pubblico e privato. Non si crea nuovo lavoro con le norme, però le norme possono facilitare una nuova ripartenza, speriamo che nel 2021-2022 questa possa avvenire.
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-Vista la crisi attuale quali sfide maggiori vorrebbe evidenziare per il mondo del lavoro?
-La sfida principale è quella del lavoro di qualità, cioè dobbiamo abbandonare l’idea che il lavoro sia un costo per l’azienda, un costo da ridurre; la competitività non nasce da costi bassi del lavoro e dalla riduzione del personale. In realtà le tecnologie sono e saranno sempre più accessibili, quindi le aree dove si può anche sostituire il lavoro umano con l’intelligenza artificiale proseguono.
Le persone in azienda invece sono quelle che faranno la differenza, cioè le aziende saranno sempre più o meno competitive per la qualità delle persone e per il loro impegno. Quindi il lavoro deve essere ben remunerato, vanno coltivate le competenze delle persone. La sfida è quella di trasformare il lavoro in una leva realmente competitiva e non una voce di costo da ridurre.
-Secondo lei da questa situazione di crisi si possono trarre degli spunti positivi per il lavoro del futuro?
-Sì, e non soltanto per lo smart working. Oggi tutti stiamo vedendo questo cambiamento: immaginiamo il lavoro del futuro misto in presenza e a distanza, perché questo processo è stato molto accelerato nell’ultimo anno. Non è l’unico cambiamento in atto però, ci sono anche quelli organizzativi: emergono nuovi modelli aziendali come le piattaforme e gli ecosistemi. È il momento di prenderne atto e di adeguare il lavoro a questo tipo di cambiamento.
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-I giovani in Italia sono solitamente abbandonati al loro destino. Secondo lei dopo questo periodo di crisi i più giovani verranno maggiormente considerati o verranno ancor più dimenticati?
-Purtroppo il successo dei giovani nel lavoro dipende anche dalla gioventù delle aziende. È molto più facile per un giovane lavorare in un’azienda giovane e nuova che ha bisogno di idee fresche e di innovazione. È difficile entrare in un sistema molto stabile e molto consolidato. Spero ci sia una trasformazione nel mondo delle aziende quest’anno, spero che crescano nuove realtà, che daranno molto più spazio ai giovani.
-A causa della pandemia abbiamo visto chiudere tutto continuamente. Possiamo dire che il lavoro invece è proprio la cura necessaria per il Paese? È importante ripartire in fretta?
-È importante ripartire in fretta con modalità di sicurezza. Aprire senza condizioni di sicurezza per chi lavora e per chi frequenta i luoghi sarebbe controproducente. Forse si poteva non ragionare per settori, ma in maniera più specifica: non tutti i ristoranti sono uguali, non tutti gli alberghi sono uguali, non tutte le località turistiche sono uguali. Con il coraggio di fare delle differenze e di premiare anche chi fa investimenti e chi ha ampi spazi a disposizione forse la situazione poteva essere gestita diversamente.
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