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I primi cento giorni di Biden alla Casa Bianca. Bilancio provvisorio

© REUTERS / CARLOS BARRIAJoe Biden e Kamala Harris
Joe Biden e Kamala Harris - Sputnik Italia, 1920, 30.04.2021
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Il 30 aprile, Joe Biden ha trascorso il suo centesimo giorno da Presidente degli Stati Uniti: si tratta di un traguardo simbolico, che costituisce normalmente l’occasione per delineare un primo bilancio di quanto è stato fatto.
L’aria a Washington e dintorni è indubbiamente cambiata rispetto a quando alla Casa Bianca si trovava Donald Trump, anche perché i repubblicani non hanno perso soltanto il controllo del potere esecutivo ma anche la maggioranza al Congresso e sono stati quindi costretti a subire l’agenda dei loro avversari.
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Un tratto saliente delle iniziative assunte da Presidente e dalla maggioranza che lo appoggia nel Parlamento bicamerale americano è certamente la palese volontà di archiviare l’eredità di Trump e di rendere impossibile il suo ritorno al potere.
Questo orientamento sta informando tanto l’attività legislativa del Congresso dominato dal partito democratico quanto l’azione di Biden in campo internazionale.
Sul piano interno, sono state messe sul tappeto tre ipotesi di riforma che concernono, rispettivamente, la nomina dei giudici della Corte Suprema, le modalità di espressione del voto e l’elevazione alla condizione di Stati dell’Unione di due territori che attualmente non lo sono, ovvero il District of Columbia e Portorico.
Si tratta di provvedimenti destinati ad avere conseguenze profonde: qualora venissero approvati, infatti, permetterebbero al partito democratico di ridurre sensibilmente le future probabilità di vittoria dei loro rivali.
Veniamo al primo. Attualmente, i componenti della Corte Suprema degli Stati Uniti, che può pronunciarsi anche sulla regolarità delle elezioni, sono nominati a vita.
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Per cause fortuite, del tutto naturali, nel corso del suo mandato Trump ha potuto sostituire alcuni giudici scomparsi con altrettanti di solide credenziali repubblicane, spostandone a destra gli equilibri. Malgrado le polemiche, era nelle sue facoltà esercitare questo diritto di nomina.
Sta di fatto che i democratici si trovano adesso con una Corte Suprema tendenzialmente molto conservatrice, la cui composizione potrebbe rimanere inalterata per un lungo periodo di tempo, attesa la giovane età dei giudici di simpatie repubblicane che ne fanno parte.
Proprio per questo motivo, il partito democratico sta cercando di far passare una legge che aumenterebbe il numero dei membri della Corte Suprema, in modo tale da permettere a Biden di procedere ad una tornata di nuove nomine che ribalterebbero i rapporti di forza ora esistenti tra i giudici conservatori e quelli di inclinazioni liberal.
Ma non è tutto. I democratici intendono intervenire anche su alcuni aspetti cruciali del sistema elettorale applicato negli Stati Uniti, generalizzando il ricorso al voto per posta senza prevedere rigide forme di controllo dell’identità degli elettori e permettendo altresì il cosiddetto harvesting, ovvero la raccolta delle schede votate anche da parte di attivisti di partito.
Laddove già in uso - come in alcuni Stati dell’Unione nei quali non a caso i risultati sono stati lo scorso novembre oggetto di controversie particolarmente aspre - queste innovazioni hanno permesso l’accesso al voto di molte persone non sempre in grado di documentare la propria identità, in larga misura immigrati recenti o comunque appartenenti a minoranze etniche che tendono a sostenere i candidati democratici.
Anche la facoltà di harvesting è destinata ad avvantaggiare i democratici, che dispongono di un’organizzazione di partito più ampia e solida di quella che hanno i repubblicani.
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È proprio per questo motivo che nel Grand Old Party si teme attualmente che i democratici possano in Congresso alterare le regole della competizione elettorale in un modo che renderà impossibile per generazioni ad un repubblicano di tornare alla Casa Bianca.
Allo stesso risultato concorrerebbe anche l’elevazione del District of Columbia e di Portorico alla piena statualità, dal momento che questa promozione implicherebbe l’aumento del numero dei grandi elettori che scelgono materialmente il Presidente degli Stati Uniti, o quanto meno il loro ricalcolo complessivo.
Tanto Washington DC quanto Portorico sono feudi democratici: conseguentemente, la variazione della composizione del cosiddetto “collegio elettorale” che si sta prefigurando danneggerebbe strutturalmente il partito repubblicano, rendendogli ancora più impervia di quanto sia oggi la costruzione della maggioranza geografica con cui aggiudicarsi la Casa Bianca.
Sul piano interno, quindi, questi primi cento giorni sono stati dominati dal tentativo di modificare le regole del gioco della democrazia americana a svantaggio dell’attuale opposizione, che sta cercando di resistere con varie forme di ostruzionismo, sperando che in occasione delle elezioni di medio-termine, previste per il novembre 2022, qualcosa possa cambiare.
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Il team di Biden pensa già alla prossima pandemia: "Sarà peggiore e colpirà i giovani"
Naturalmente, Biden si è dato molto da fare anche nella lotta alla pandemia ed ai suoi effetti, ma in questo caso limitandosi a confermare l’approccio delineato da Trump, cui si debbono il successo della campagna vaccinale in atto negli Stati Uniti e soprattutto l’ampiezza dello stimolo fiscale messo in campo per sostenere l’economia americana.
Quanto al piano internazionale, l’azione del nuovo Presidente sembra prevalentemente orientata allo smantellamento di quanto fatto dal predecessore ed all’indebolimento dei partners con i quali Trump aveva sperato di condurre la vasta azione di stabilizzazione alla quale pensava.
Alcuni leaders stranieri sono stati apertamente criminalizzati, mentre la cifra caratteristica del “negoziatore in capo” dei trascorsi quattro anni era stata la legittimazione di qualsiasi interlocutore, com’era accaduto ad esempio nei confronti di Kim Jong-un.
Le conseguenze di questo approccio sono già a tutti visibili: le tensioni sulla scena mondiale sono in drammatico aumento, persino negli scacchieri in cui Biden ritiene possibile realizzare le intese che a Trump erano risultate inaccessibili.
La bandiera della Corea del Nord. - Sputnik Italia, 1920, 27.03.2021
Corea del Nord avverte gli USA: potrebbero dover affrontare "qualcosa di non buono"
La trattativa con la Corea del Nord si è arenata. Mentre in Ucraina si è arrivati alla soglia di uno scontro armato dalle conseguenze imprevedibili, che si è riusciti a scongiurare soltanto riesumando i vecchi strumenti della dissuasione nucleare. Quanto all’Afghanistan, tornerà a breve oggetto di un’aspra competizione tra le maggiori potenze asiatiche.
È peraltro positivo che alla fine Biden si sia convinto che esistono circostanze in cui il dialogo non può essere evitato ed occorre invece perseguire il compromesso. Il fatto che possa aver luogo in giugno un vertice russo-americano in cui quanto meno passare in rassegna i dossier più spinosi del momento autorizza un cauto ottimismo per il futuro.
Ma per ora il bilancio non è confortante: i primi cento giorni di Biden non sembrano aver portato al pianeta alcun vero miglioramento dal punto di vista della causa della pace e della stabilità.
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