Registrazione avvenuta con successo!
Per favore, clicca sul link trasmesso nel messaggio inviato a

Sergey Lavrov: la guerra in Donbass può e deve essere evitata - Video

© Sputnik . Aleksandr ScherbakSergey Lavrov
Sergey Lavrov - Sputnik Italia, 1920, 28.04.2021
Seguici su
Nella seconda parte dell’intervista rilasciata ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov parla dell’eventualità di una guerra in Donbass, Putin, Zelensky e la disponibilità di Mosca a dialogare con il governo ucraino.
Nella seconda parte dell’intervista rilasciata a Sputnik dal ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov ha parlato di diversi temi tra cui l’eventualità di una guerra in Donbass, il motivo per cui Zelensky non contatta Putin e la disponibilità di Mosca a dialogare con l’attuale governo ucraino.
Russian Foreign Minister Sergey Lavrov delivers a joint statement after trilateral talks between Russia, Armenia and Azerbaijan over Nagorno-Karabakh ceasefire, 10 October 2020 - Sputnik Italia, 1920, 27.04.2021
Lavrov: i contatti con gli USA sarebbero OK se dipendessero solo da noi
—  Un altro tema caldo è il Donbass. Dall’inizio dell’anno si è registrato un aumento delle tensioni. Dopo la chiamata di Biden a Putin, pare che la situazione si sia calmata. Personalmente ritengo che le garanzie militari che gli USA avevano assicurato all’Ucraina si sono rivelate un bluff. Ma gli scontri non cessano, si usano armi pesanti e vietate. Pare che questa pace non sia poi così diversa dalla guerra. Si fatica a trovare un equilibrio. Nel Donbass sono già mezzo milione i cittadini russi. Ci sarà una guerra?
Se questo dipende da noi e dai nostri soldati, la guerra può e deve essere evitata. Se invece consideriamo il punto di vista ucraino e di Zelensky, non mi metto a indovinare. Stando ai segnali esterni per lui l’importante è rimanere al potere ed è pronto a pagare qualsiasi prezzo, incluso assecondare i neonazisti e gli ultraradicali che continuano a chiamare terroristi i soldati nel Donbass. Ma che almeno i nostri colleghi occidentali si prendano la briga di analizzare il corso degli eventi dal febbraio 2014 ad oggi.
Nessuno ha attaccato le altre regioni ucraine. Li hanno chiamati terroristi, hanno indirizzato su di loro inizialmente un’operazione antiterroristica, poi qualche missione di forze congiunte. Ma noi sappiamo di per certo che loro non vogliono assolutamente entrare in guerra con il regime di Kiev. Ai miei colleghi occidentali che hanno una visione molto viziata dei fatti a favore di Kiev ho detto più volte che esiste un quadro oggettivo degli eventi che i nostri giornalisti, di fatto dei corrispondenti di guerra, raccontano ogni giorno.
— Nelle trincee.
— Nelle trincee. Ma davvero nell’area a destra della linea degli scontri mettono a punto quotidianamente reportage che consentono di capire in che modo si sentono gli abitanti di questi territori, di queste aree del tutto isolate dal resto dell’Ucraina per via del blocco economico.
Si tratta di aree in cui spesso muoiono bambini, civili, si degradano le infrastrutture civili, le scuole, gli asili. E io ho chiesto, come faccio regolarmente, ai colleghi occidentali perché qualcuno di loro non faccia pressione affinché i loro media non facciano lo stesso dall’altro lato della linea degli scontri, quello sinistro, in modo da far capire quali danni siano stati arrecati.
Dopotutto, un paio di anni fa dopo le nostre richieste l’OSCE ha pubblicato finalmente non soltanto un rapporto sul numero di morti e vittime, ma un rapporto che mostrava anche quante strutture civili e comuni cittadini avevano sofferto nel territorio dei miliziani e quanti in quello controllato da Kiev.
I numeri non sono a favore di Kiev e confermano che nella stragrande maggioranza dei casi Kiev comincia ad attaccare i siti dei civili e i miliziani rispondono ai colpi. Da allora stiamo cercando di stimolare la pubblicazione a cadenza regolare di questi rapporti. I dirigenti della missione speciale di monitoraggio e dell’OSCE stessa non si sentono a proprio agio nel discutere della questione e cercano in tutti i modi di pubblicare dati onesti in merito.
Quanto agli ultimi eventi, quando abbiamo apertamente annunciato che avremmo tenuto gli addestramenti dei Distretti militari russi meridionale e occidentale senza nascondere nulla, vi ricordate quanto hanno gridato accusandoci di dispiegare le nostre truppe verso il confine ucraino?
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov - Sputnik Italia, 1920, 27.04.2021
"Appunti schizofrenici a cascata": Lavrov su continuazione sanzioni Usa contro Russia - Video
La terminologia è importante: noi diciamo “addestramenti dei Distretti meridionale e occidentale”, loro dicono “la Russia sta dispiegando le sue divisioni militari sul confine con l’Ucraina”. E poi quando gli addestramenti si sono conclusi e lo abbiamo annunciato, hanno cominciato a dire che la Russia è stata costretta a ritirarsi.
Si parla a volte di profezie che si avverano o di wishful thinking quando si scambia un desiderio per qualcosa di reale. Sulla stessa scia si colloca il caso del G7. Ogni volta che ci incontrano dicono: “Non richiameremo la Russia nel G7”. Perbacco! Abbiamo detto più volte che non vogliamo rientrarci.
Il G7 è ormai un affare del passato, ma questo tema come quello della ritirata della Russia mostrano quanto l’Occidente sia desideroso di trarre vantaggio da queste situazioni facendo anzitutto propaganda di se stesso, di quanto conti nelle relazioni internazionali oggi. Questo approccio è triste.
Ad ogni modo il tema della normalizzazione della situazione in Ucraina è stato discusso da Putin con Merkel, Macron e Biden in momenti diversi. A mio avviso, si tratta di una situazione semplice. Chi protegge Zelensky e il suo team non vuole assolutamente costringerlo ad adempiere agli Accordi di Minsk. Capiscono che sia insensato il ricorso alla violenza, ascoltano i segnali lanciati da Donetsk e Lugansk, comprendono la loro volontà di difendere la loro terra e il loro popolo che non vuole accettare leggi dettate dai neonazisti. E il presidente Putin ha affermato chiaramente che non lasceremo mai in una situazione del genere gli abitanti del Donbass.
Nelle interviste che rilascia il presidente Zelensky dice che non ci sono problemi a parlare russo o a frequentare la Chiesa ortodossa russa in Ucraina o anche che è pronto a dialogare con il presidente Putin. Questo, però, è motivo di vergogna per un uomo che, come io credevo, è intelligente. Sono convinto che lui conosca perfettamente la situazione. Ma forse non gli riferiscono nulla e vive in una bolla. Ma l’Occidente sicuramente avrà mandato dei segnali a Zelensky. Lei ha detto che non ha senso contare sugli aiuti militari degli USA. Questo l’abbiamo sempre saputo. Se ci si vuole illudere, allora quegli aiuti arriveranno. Ma non avrebbe senso pensarla così.
E purtroppo l’Occidente continua a provare a convincerci in tutti i modi che bisogna in qualche modo mitigare le disposizioni degli Accordi di Minsk. Zelensky dice che non gli piacciono. Ma fossimo noi a fare tutte queste cose? Ossia, all’inizio prendiamo sotto il nostro totale controllo l’intero territorio, compresa la frontiera con la Russia, e ci occupiamo di tutto considerato lo status particolare dell’area…
Ministero degli Affari Esteri della Russia - Sputnik Italia, 1920, 13.04.2021
Viceministro Esteri russo parla di sicurezza nazionale in caso di escalation in Ucraina
È chiaro che, se facessero così, se qualcuno permettesse loro di agire in questo modo, ci sarebbe una carneficina. E l’Occidente non può né vuole costringere Zelensky ad adempiere agli Accordi di Minsk in maniera rigida, perlomeno secondo l’interpretazione che viene data degli accordi. E il controllo sulla frontiera è l’ultimo passo dopo che tutti questi territori assumeranno uno statuto speciale di cui alla Costituzione ucraina che consentirà loro di tenere elezioni libere e saranno riconosciuti tali dall’OSCE. Chiaramente si deciderà per una amnistia totale, non soltanto come durante Poroshenko o anche durante l’attuale governo, ma i reati saranno estinti uno a uno.
Questa è l’ennesima distorsione dei fatti. Gli Accordi di Minsk prevedono una totale amnistia per coloro che hanno partecipato da entrambe le parti alle operazioni militari senza qualsivoglia giudizio intermedio, elemento che invece è oggi oggetto di discussione da parte dei colleghi occidentali.
Pertanto ritengo che oggi la responsabilità maggiore sia in capo all’Occidente poiché solo l’Occidente può indurre Zelensky a fare ciò che ha firmato il suo predecessore e ha firmato lo stesso Zelensky quando nel dicembre del 2019 a Parigi ha confermato insieme al presidente russo, francese e alla cancelliera tedesca l’assenza di alternative all’infuori degli Accordi di Minsk e si è assunto la responsabilità di recepire nella legislazione le questioni relative allo statuto speciale del Donbass.
© Sputnik . Stringer / Vai alla galleria fotograficaVladimir Zelensky
Vladimir Zelensky - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Vladimir Zelensky
— Molti non capiscono perché la Russia non riconosce il Donbass, mentre ha riconosciuto l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. E ci sono persino giornalisti che chiedono che vengano riconosciute la Repubblica popolare di Donetsk (DNR) e la Repubblica popolare di Lugansk (LNR). Perché non lo facciamo?
— Lei ha ragione. Effettivamente c’è una analogia con l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, ma c’è una sfumatura diversa. In Abcasia e Ossezia del Sud, quando vi fu l’aggressione di Saakashvili a Tskhinval, alle posizioni dei peace-keeper anche di nazionalità russa, non erano stati conclusi accordi paragonabili a quelli di Minsk.
In quel caso non si era giunti alla sottoscrizione, ma era solo oggetto di discussione il documento Medvedev-Sarkozy che prevedeva una serie di azioni da porre in essere. Mancava però la firma della Georgia. Sarkozy, dopo essere accordato con noi a Mosca, si recò a Tbilisi per garantire che Saakashvili approvasse il documento. Saakashvili lo firmò eliminando però alcune disposizioni chiave. Sarkozy tentò di presentare questa mossa come un compromesso, ma fu chiaro a tutti.
Il testo iniziava con i soliti preamboli: la Federazione Russa e la Repubblica francese, nell’intento di normalizzare la situazione in Transcaucasia, propongono a Georgia, Ossezia del Sud e Abcasia quanto segue: il cessate il fuoco… Questo cappello introduttivo fu eliminato da Saakashvili e rimase soltanto “punto 1: cessate il fuoco”. E da allora l’Occidente di chiede di adempiere a questi accordi. E questo è solo un esempio.
Comunque, nel caso del Donbass la situazione era diversa. I negoziati tenutisi a Minsk tra il presidente Hollande, la cancelliera Merkel, il presidente Poroshenko e il presidente Putin e protrattisi per 17 ore hanno consentito due giorni dopo di far approvare dal Consiglio di sicurezza dell’ONU senza alcun ritocco o dubbio ciò che doveva essere adempiuto dalle parti.
Pertanto ora il diritto internazionale e morale è dalla nostra parte e dalla parte dei miliziani. A mio avviso non dobbiamo permettere che dobbiamo tenere sotto torchio il signor Zelensky e il suo team sul tema degli Accordi di Minsk. E dobbiamo anche chiedere ai leader occidentali cosa ne pensano della situazione.
Di solito distolgono con vergogna lo sguardo e non dicono nulla. A mio avviso, è una vergogna che si ignori in questo modo un testo di legge di questo livello e che l’Occidente, co-autore del documento e sostenitore dello stesso presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU, si stia dimostrando del tutto impotente.
— Zelensky non può telefonare a Putin, non ci prova neanche. Kuleba non telefona a Lei. Cosa significa tutto questo?
— Significa soltanto che stanno cercando di evitare di adempiere agli Accordi di Minsk e di gettare in cattiva luce la Russia. Le richieste che fino a poco tempo fa arrivavano anche dal mio collega Kuleba e dal presidente Zelensky, infatti, riguardavano il tema della normalizzazione nel Donbass. A tali richieste rispondevamo: “Cari amici, tali questioni non vanno affrontate con noi, ma, ai sensi di quanto da voi sottoscritto negli Accordi di Minsk, dovete discutere con Donetsk e Lugansk”.
Nel documento è scritto chiaramente che le tappe fondamentali per normalizzare la situazione devono essere oggetto di consultazione e accordo con Donetsk e Lugansk. E quando dicono che si è creata una situazione spiacevole sulla linea degli scontri e che si vogliono rivolgere al ministro Lavrov e al presidente Putin, ecco, non siamo noi gli interlocutori giusti.
Il presidente in occasione di un recente incontro al Cremlino con Lukashenko ha affermato chiaramente che, se vogliono parlare di questo argomento, l’interlocutore è un altro. Se invece i nostri colleghi, incluso il presidente Zelensky, vogliono parlare della normalizzazione delle relazioni bilaterali, allora noi siamo sempre pronti ad affrontare questo discorso.
— Ma per ora non c’è ancora una risposta? Nessun accordo…
— Da quanto so, Zelensky ha detto di aver chiesto a Ermak, capo del suo ufficio, di accordarsi su tempistiche e luogo e che comunque il luogo non è importante perché ogni giorno perso significa che nuove persone perdono la vita. Tra l’altro, a proposito delle persone che muoiono e di ciò che accade al fronte, Kiev nelle ultime due settimane ha cominciato a ripetere che bisogna riconfermare il cessate il fuoco. Tutti i protettori occidentali di Kiev hanno cominciato, quindi, a chiedere a noi di intercedere perché in Donbass finalmente sia garantito il cessate il fuoco.
Il presidente Putin, parlando con il presidente Macron e la cancelliera Merkel, ha ricordato loro i fatti. Ossia che nel luglio del 2020 è stato raggiunto probabilmente l’accordo più efficace sul cessate il fuoco. Efficace perché in questo documento ci si accordava sul meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco.
Il meccanismo prevedeva una serie di azioni e, anzitutto, gli impegni delle parti a non rispondere al fuoco immediatamente, ma riferire della violazione al comando. E soltanto dopo il comando darà ordine su come proseguire: rispondendo oppure accordandosi secondo meccanismi appositi.
Posto di blocco dei paramilitari ucraini nel Donbass - Sputnik Italia, 1920, 20.02.2020
Deputato ucraino propone creazione "zona di esclusione" nel Donbass
L’accordo è stato seguito e implementato mediante ordini emessi dalla Repubblica popolare di Donetsk e da quella di Lugansk. Gli ordini militari sono stati pubblicati. E Kiev dovrebbe fare lo stesso, ma non l’ha fatto. Invece ha cominciato nuovamente a giocare con le parole e invece di adempiere ai propri impegni e riferire al comando in attesa di ordini, hanno modificato con varie formule questo rigido meccanismo nonostante nei successivi incontri questo l’abbiano più volte rinfacciato a Donetsk e Lugansk. Dmitry Kozak negli ultimi mesi si è occupato proprio di questo con i suoi analoghi francesi e tedeschi. Per l’Ucraina al dialogo ha partecipato anche Ermak.
Ho letto le registrazioni di quegli incontri. Come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Poi, improvvisamente, un paio di settimane fa il governo ucraino ha deciso che vuole nuovamente ritornare sul tema del cessate il fuoco. È davvero vergognoso.
Come sa, ho seguito con grande piacere la serie Sluha Narodu quando ancora nessuno sospettava che il suo protagonista avrebbe seguito le stesse orme anche nella vita reale. Ma non ha proprio seguito le stesse orme perché, se oggi Zelensky rivedesse quella serie e tentasse di capire le credenze di quell’uomo che ha così bene interpretato sullo schermo e poi le comparasse con quelle convinzioni che ha oggi, probabilmente gli riuscirebbe una delle più efficaci opere di reincarnazione. Non so quando ancora era se stesso e quando invece si è reincarnato, ma indubbiamente il cambiamento è radicale.
Notizie
0
Prima i più recentiPrima i più vecchi
loader
LIVE
Заголовок открываемого материала
Per partecipare alla discussione
accedi o registrati
loader
Chats
Заголовок открываемого материала