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Perché alcune persone sono resistenti al Covid-19? Parola al Professor Novelli

© Depositphotos / RalwelMolecola di coronavirus
Molecola di coronavirus - Sputnik Italia, 1920, 28.04.2021
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Mentre si accelera con le vaccinazioni e si cerca di studiare la nuova variante indiana, una ricerca internazionale a cui partecipano 250 laboratori al mondo, tra cui l’Università Tor Vergata di Roma, analizza il DNA degli immuni per natura, ovvero delle persone che nonostante il contatto prolungato con positivi non hanno contratto il virus.
Chi sono i soggetti resistenti al Covid? Perché non tutti reagiscono al coronavirus allo stesso modo? Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto il Professor Giuseppe Novelli, genetista di fama internazionale ed ex rettore dell’Università di Tor Vergata che cura questo importantissimo progetto in Italia.
— Professore Novelli, com’è nato il Vostro studio? Potrebbe formulare la domanda alla quale volete trovare la risposta?
© Foto : Giuseppe NovelliGiuseppe Novelli
Giuseppe Novelli - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Giuseppe Novelli
— Il nostro studio è nato proprio dalla insolita risposta che presentano alcuni individui al Sars-CoV-2. Questi soggetti, nonostante il contatto prolungato e senza DPI con familiari positivi, non solo non hanno mai sviluppato sintomi, ma sono sempre risultati negativi ai tamponi nasofaringei ed agli esami sierologici. Se il virus è sempre lo stesso, le differenze si devono andare a trovare nell’ospite, e nello specifico nel DNA, e la domanda che ci siamo posti è stata “Quali sono gli elementi che in questi soggetti creano questa barriera al virus?”.
— Qual è stato il punto di partenza?
— Fin dall’inizio della pandemia sono state individuate quattro categorie di soggetti: i malati asintomatici, quelli lievi o paucisintomatici, i gravi ed infine i gravissimi, per cui si rendono necessarie metodiche di ventilazione invasiva e monitoraggio continuo. A queste si aggiunge una quinta categoria: i resistenti. E noi ci siamo concentrati su questa ultima classe di soggetti e sui possibili meccanismi che creano questa barriera immunologica.
— Come vi siete mossi dopo? C’è stata qualche scoperta importante che ha inciso sulla ricerca?
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— Noi del laboratorio di Tor Vergata insieme agli altri membri del consorzio internazionale, il Covid Human Genetic Effort, coordinato dalla Rockefeller University di New York, abbiamo scoperto che il 15% dei soggetti infettati dal SARS CoV-2 che vengono ricoverati in terapia intensiva presenta un difetto dell’interferone, una molecola fondamentale nella risposta immunitaria contro virus e batteri: nel 3,5% dei casi, il difetto genetico riguarda la produzione di interferone, nel 10% abbiamo invece riscontrato la presenza di autoanticorpi che lo bloccano. Dunque, ipotizzando che l’interferone possa aiutare i resistenti a combattere il virus, ci siamo interrogati su quali altri elementi possano conferire una minore suscettibilità all’infezione.
— Quali caratteristiche devono avere le persone «immuni” da voi selezionati? È stato difficile “reclutarli” dal punto di vista della privacy? 
— I soggetti che abbiamo selezionato li abbiamo definiti “resistenti”. Si tratta di persone che nonostante siano state esposte in modo prolungato e senza l'utilizzo di adeguati dispositivi di protezione ad un familiare infetto, non hanno contratto il virus, risultando negativi alla ricerca di SARS-CoV-2 sia tramite tampone nasofaringeo, sia attraverso l’analisi sierologica per gli anticorpi specifici. Reclutarli non è stato difficile: è avvenuto interamente su base volontaria. Una volta appresa l’esistenza del nostro studio abbiamo ricevuto richieste di partecipazione da tutta la penisola. La privacy in ogni studio medico è fondamentale, i loro dati saranno elaborati in forma totalmente anonima!
— Oggi a che punto siete? Potrebbe brevemente raccontare cosa state indagando in questo momento e con quali strumenti? Come si possono rintracciare le persone naturalmente “resistenti al coronavirus”?
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— In seguito ad un accurato processo di selezione, abbiamo effettuato un semplice prelievo di sangue venoso da cui poi è stato estratto il DNA. Grazie alle moderne tecniche di sequenziamento è possibile leggere la nostra 'libreria genetica' lettera per lettera e individuare varianti del DNA che possano conferire questa particolare immunità alle infezioni; noi ci stiamo soffermando sulla risposta immunitaria, sugli interferoni, ma anche sulle molecole che permettono l’entrata e l’uscita del coronavirus attraverso cellule. Attualmente stiamo sequenziando e analizzando tutti i campioni raccolti ed elaborando i dati derivanti dal sequenziamento.
— Secondo recenti studi, i soggetti con gruppo sanguigno 0 sarebbero più protetti dagli effetti del coronavirus, mentre quelli con gruppo A avrebbero più probabilità di contare la forma più grave. Che valore e peso hanno queste scoperte per la battaglia contro il Covid in generale e per il Vostro lavoro in particolare?
— In base agli studi attuali, sembrerebbe che i soggetti con il gruppo sanguigno A siano più suscettibili all’infezione, mentre i soggetti di gruppo sanguigno 0 meno suscettibili. Questo potrebbe essere dovuto al fatto i pazienti con il gruppo 0 possiedono anticorpi che bloccano l’interazione tra SARS-CoV-2 e il recettore ACE2 oppure perchè la risposta infiammatoria innescata dal virus è meno importante nei pazienti con gruppo 0. Queste scoperte potrebbero aiutare a capire se esistono altri elementi che conferiscono maggiore suscettibilità o resistenza al patogeno.
— Secondo le Sue stime, quando si potrà arrivare ad una conclusione e individuare la barriera invisibile che protegge queste persone fortunati?  
— Gli studi volti a scoprire quali elementi costituiscano questa barriera sono ancora in corso, ma credo che ben presto potremo giungere a una conclusione, anche entro alcuni mesi.
— Come definirebbe l'obiettivo finale di questa ricerca? Potrebbe contribuire allo sviluppo dei nuovi farmaci che aiuteranno finalmente a “chiudere le porte al virus”?
— Lo scopo di questa ricerca è proprio quello di capire cosa rende geneticamente resistente un soggetto e quindi, partendo da questo punto, sviluppare nuovi farmaci per controllare l’infezione nei soggetti più a rischio e, nella migliore delle ipotesi, prevenirla.
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