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Il green pass anche per gli ospedali, la proposta dei medici

© Fondazione Ospedale Pediatrico MeyerDrive through dell'ospedale pediatrico Meyer, Firenze
Drive through dell'ospedale pediatrico Meyer, Firenze - Sputnik Italia, 1920, 27.04.2021
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Ripensare gli ospedali non più divisi per reparti e con accessi classificati per separare i positivi al coronavirus dagli altri pazienti che richiedono accesso a cure mediche. Questa la proposta.
Attivare un sistema con “green pass” anche per l’accesso negli ospedali e consentire così una rimodulazione dell’assistenza ospedaliera, e per poterla garantire a tutti: positivi al coronavirus e non.
Questa la proposta della Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, che hanno reso noto di recente attraverso un comunicato stampa che presenta i 10 punti di un decalogo per garantire sicurezza negli ospedali e garanzie di cure a tutti anche nelle fasi successive della pandemia, quella della convivenza.

Ripresa dell’assistenza per altre malattie

Seppur gli ospedali non hanno mai sospeso l’assistenza dei malati per le altre malattie gravi e le urgenze, va ora ripristinata l’assistenza medica di base in parte sospesa o rallentata.
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“Dobbiamo assolutamente riprendere ad assistere in Medicina Interna quegli oltre 600 mila pazienti, soprattutto cronici, che i dati dell’Agenas, confermando la stima Fadoi fatta in corso di pandemia, hanno dimostrato che sono stati tagliati fuori dalle cure ospedaliere a causa dell’elevato numero di ricoveri per Covid”, spiega il presidente della Fadoi, il dottor Dario Manfellotto.
Il dottor Manfellotto spiega che i vaccini sono un aiuto, tuttavia chiede che l’entusiasmo non si trasformi in “incoscienza”, perché bisognerà abituarsi “a pensare che con il virus dovremo convivere a lungo, mantenendo l’attenzione e le cautele necessarie” che già conosciamo.

Ospedali ripensati

Ecco perché Fadoi crede che “il modello ospedale va ripensato”, magari partendo dall’idea di un ospedale flessibile e a misura d’uomo, spiega il medico.
L’idea della Federazione è quella di superare la divisione degli ospedali in reparti ospedalieri, “a vantaggio di una presa in carico a 360 gradi del paziente”.

Le 10 raccomandazioni del Fadoi

Ecco quindi i suggerimenti della Federazione degli internisti, raccolte in dieci raccomandazioni.
  • Garantire la presa in carico di tutti i pazienti che hanno bisogno di assistenza, con abbattimento delle liste d’attesa.
  • Mantenere la massima protezione per gli operatori sanitari e per gli utenti. Il crollo dei contagi fra gli operatori sanitari è un indicatore fondamentale di successo delle vaccinazioni.
  • Informare i cittadini che è più alto il rischio di portare il Covid dall’esterno dell’Ospedale piuttosto che prenderlo al suo interno.
  • Raccomandare ai cittadini di non andare nell’ospedale più vicino in caso di sospetto contagio, ma nei centri Covid di riferimento, seguendo le indicazioni del proprio medico e dei servizi sanitari regionali.
  • A tale scopo, realizzare reti digitali e telefoniche di smistamento dei pazienti in modo da trovare il luogo di cura più adatto ai loro bisogni di salute.
  • Evitare che nei collegamenti fra le strutture e i servizi del SSN prevalga la burocrazia sull’efficienza, come purtroppo accade al momento.
  • Creare Ospedali a fisarmonica, dove non si paralizzi l’attività dei reparti per la presenza di malati con Covid, garantendo alle strutture la necessaria elasticità per adeguarsi alle esigenze del momento e reparti di terapia semintensiva nell’area medica per limitare il ricorso alla terapia intensiva.
  • Mettere a punto un sistema “a semaforo” anche per gli Ospedali, con strutture “rosse” per i Covid, “verdi” per i non contagiati e “gialle” per i casi sospetti.
  • Garantire una maggiore unità di intenti tra Governo e Regioni nella stesura e applicazione di Protocolli e Linee guida, che devono essere emanati e coordinati da un’unica istituzione centrale.
  • Mantenere un rapporto medico paziente costante ed empatico utilizzando anche tutti gli strumenti possibili e moderni di comunicazione, perché il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura e l’ospedale è più umano se si comunica meglio.
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